Ali di farfalla, terza parte

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Un racconto, presentato su questo blog in tre puntate, inserito nella raccolta Barboni sì ma in casa propria. Per leggere la prima parte, cliccare qui!, per la seconda, cliccare qui!
Buona lettura!
 
 

Da Lumbini procediamo a sud, prima a Gorakhpur, poi a Varanasi

Parliamo poco a Lumbini. Io mi concentro nella lettura di un libro e Sobala sulla Sadhana. Capita che quando ci rivolgiamo la parola ci rispondiamo irritati. Arriva dunque il momento che decidiamo di stare una giornata separati. Lei va a Bhairava a fare delle compere ed io trovo il modo di raggiungere Kapilavastu, a circa 20 chilometri da Lumbini, dove sono le vestigia della cittadella di Suddhodhana, il padre di Buddha e dove “l’asceta del clan degli Shakya” visse i suoi primi 29 anni.
Il villaggio circostante mi sembra davvero poverissimo, sembra quasi che 2500 anni, dalla nascita del Buddha, non siano passati. Ancora oggi e’ formato soprattutto da gruppi di casupole di paglia, raccolte attorno ad un pozzo ed affacciate su strade sterrate.
Raggiungiamo la frontiera indiana e la citta’ di Gorakhpur stipati su autobus governativi arrugginiti e con la tappezzeria di vilpelle dei sedili orrendamente crepata, tanto da rendere visibile, in piu’ punti, la gommapiuma.
Dormiamo una notte a Gorakhpur in camere separate per non creare scandalo con i repressissimi ospiti maschi di un hotel desolato. Sul lenzuolo liso del mio letto saltellano piccole pulci mentre uomini a dorso sudato, in dothi, fanno la ronda attorno alle nostre stanze sperando di sorprenderci in intimita’. Noi approfittiamo dell’impossibilita’ di stare assieme per goderci un po’ di sana solitudine. La strana frattura di Lumbini non si e’ ancora rinsaldata. Il giorno dopo partiamo presto per Varanasi.
L’ingresso in citta’, dopo 6 o 7 ore di autobus è, al solito, polveroso e caotico. Le strade sono particolarmente congestionate da piccole auto, molte motociclette, tuk tuk e risciò. Il caldo è opprimente. Il pullmann costeggia uno slum. Tra le casupole arrabattate con materiale da discarica, una donna, seduta in terra, si sparge dell’acqua sul corpo da un piccolo tegame di metallo. Vicino a lei ci sono quattro bambini seminudi malamente coperti con vestiti luridi. Mi guardano. Sono in genere incuriositi dagli europei. Io li saluto con la mano, loro rispondono e, in breve, sono particolarmente eccitati. Corrono giù dal terrapieno dello slum e raggiungono il margine della strada. Continuano a guardarmi nei loro stracci poverissimi. Sorridono e ridono molto divertiti e continuano a salutare con la mano. Io li saluto ancora poi faccio finta di niente, guardo altrove, poi li guardo e li saluto di nuovo e loro ancora ridono e ancora mi salutano e sono eccitati come fossero al luna park. Il pullmann romba via ed io continuo a salutarli dal finestrino da dove li vedo sfumare, con i loro stracci e le loro manine che continuano, instancabili, a ricambiare il saluto. Arriviamo alla laida stazione degli autobus. Con Sobala scarichiamo i nostri tanti bagagli. Lei chiama un paio di rikshaw. A questo punto le nostre strade si dividono. Lei torna a casa ed io vado nell’appartamentino che abbiamo affittato qualche mese prima con la prospettiva di farne un centro di yoga. Dato il contesto ci salutiamo senza cerimonie ed io, dopo un mese trascorso integralmente con lei, mi ritrovo improvvisamente stipato in un tuk tuk nella Varanasi arroventata e disadorna di turisti e di occidentali. Ripercorro strade che avevo percorso mesi addietro, quando la storia con Sobala stava prendendo corpo e stava crescendo proprio su quei percorsi. Penso a quanto fosse appassionante quella fase aurorale. Ora ripercorro le stesse strade un po’ appesantito dal pensiero del futuro, delle difficoltà che ci aspettano. Arrivo ad Assi Ghat, di fronte al cancello del nostro appartamentino. Ricordo quando lo vidi l’ultima volta, quando un altro tuk tuk carico dei miei bagagli era in attesa per portarmi all’aereoporto per il mio volo di rientro in Italia. Ricordo che avevo lo stomaco sottosopra. Con Sobala eravamo approdati ad una situazione bella, avevamo il nostro appartamento dove ci venivano a trovare amici ed allievi e si mangiava insieme, seduti in terra su bei tappeti. L’arredamento era ancora estremamente essenziale: tre tappeti in terra, un paio di cuscini a salsicciotto e tre tavolini bassi. In realtà, quell’appartamento era stato ricavato da un vecchio magazzino: due stanze affiancate, una con finestra su di un piccolo ballatoio che dà sulla strada e l’altra, più spaziosa ma cieca, incastrata tra la prima e la parete posteriore dell’edificio. Concordammo con il proprietario che le due stanze diventassero un unico monolocale, aprendo il muro divisorio. Per 4000 rupie di affitto al mese l’accordo venne raggiunto ed i lavori fatti miracolosamente in tempi umani. Il ballatoio, fuori delle due stanze comunicanti, si sviluppa ad elle. Nella parte più interna, a partire dalla porta della stanza con finestra, è uno spazio sufficientemente capiente per ospitare quanto si trova nelle comuni cucine. Com’è stile indiano, il vano ha un paio di ripiani di pietra, parte integrante dell’architettura dell’edificio. Sul primo di questi abbiamo messo un cucinino minimale ma efficiente. Sull’altro un cestino per la frutta e la verdura, le scatole della pasta, del riso, del tè, un tagliere (in realtà una piccola tavola di legno segata su misura da un falegname vicino), un contenitore per le posate eccetera. Sotto il primo ripiano, che ospita il cucinino minimale, si sviluppa una nicchia adatta ad ospitare pentole, tegami, piatti e bicchieri di metallo, ancora una volta in perfetto stile indiano.

Breve report di un’altra partenza ed un nuovo distacco

Ricordo che il giorno della mia partenza io e Sobala sedevamo, in attesa dell’arrivo del tuk tuk, di fronte alla finestra. Non riuscivamo a non tenere i nostri corpi intrecciati in una sinfonia di baci, di carezze che si mischiavano alle lacrime. Io dovevo stare in Italia almeno due mesi e non riuscivo a sopportare l’idea che Sobala e Varanasi stavano lentamente sfumando innanzi ai miei occhi.
Lei salì sul mio tuk tuk e viaggiammo insieme verso l’aereoporto. Durante il viaggio lei ostentava una certa naturalezza. Attraversando la città, intrisa dei suoi ricordi, tesseva un breve racconto di diversi posti che sfioravamo. Anche io cercavo di essere naturale, di non farmi opprimere dalla malinconia e pensare a quanto dovevo fare in Italia ed al mio prossimo rientro in India.
Il tuk tuk finisce a ronzare rumorosamente su di una statale sgarrupata in direzione dell’aeroporto. Giunti nei pressi, la mia mente è presa soprattutto dall’idea di fare presto; rischio di perdere l’aereo. Il tuk tuk si ferma e Sobala si prende la testa tra le mani, quasi a sostenere dolorosamente il pensiero e l’emozione del distacco. Io mi precipito, con i miei bagagli, al chek-in e lei riesce ad entrare e ad aspettare che sbrighi tutte le beghe della partenza. I miei bagagli pesano troppo. Dunque li apro e distribuisco meglio le mie cose tra quelli che andranno nella pancia dell’aereo e quelli che portero’ a mano. Do a Sobala un paio di vecchi vestiti che possono essere regalati. Lei è completamente disorientata. Un indiano mi ha accompagnato nelle operazioni preliminari alla partenza, con la prospettiva, naturalmente, di un piccolo bakshish. I miei bagagli sono ancora troppo pesanti, dovrei pagare un sovrapprezzo ma il mio temporaneo angelo custode riesce a convincere il ragazzo del chek-in a lasciare correre. Devo dunque avviarmi al controllo dei bagagli a mano. Lì Sobala non può entrare. Ora dobbiamo veramente salutarci. Ci abbracciamo incuranti degli sguardi morbosi degli indiani. Lei si lascia andare ad un pianto incontenibile. Piango anch’io e tutto quello che le riesco a dire è: ti chiamo da Delhi, ti chiamo da Delhi appena arrivato e ci dobbiamo separare. Mi avvio al controllo dei bagagli e lei verso l’uscita. Un ultimo contatto lo abbiamo nel momento in cui le do i soldi da dare al guidatore di tuk tuk. Ci sfioriamo con gli sguardi bagnati di lacrime e ci dividiamo. Io mi metto in fila dalla parte delle donne. Sono frastornato e non capisco che la fila procede con una divisione dei sessi. Mi giro a guardare dalla parte di Sobala che è sfumata via. Riguardo dunque avanti, mi rendo conto che mi sono messo nella fila sbagliata e tento goffamente di rimediare. Innanzi a me, ora, la prospettiva di più di due mesi senza Sobala, la leggera inquietudine che qualche contrattempo possa trattenermi in Italia più a lungo del previsto, la paura che il nostro rapporto, ancora fragile, possa non farcela a fiorire. Effettivamente, in Italia i contrattempi non sarebbero mancati e la prospettiva di allungare il soggiorno avrebbe avuto una consistenza reale. Sarebbe poi giunta la prospettiva di una separazione più lunga da Sobala, cui offrirono di tenere delle classi di yoga in Corea. Ricordo che ebbi questa notizia il due di maggio e mi stavo già organizzando per la partenza del 23 dello stesso mese. Sobala, al telefono, ostentava naturalezza: “ho modo di guadagnare un po’ di soldi, ci possiamo incontrare a settembre. Non ti tradisco, esisti solo tu nella mia vita, tu non conosci la capacità di controllo che hanno le donne indiane!”.
Io, ricordo, ebbi una certa resistenza. Ero ormai proiettato verso una nuova partenza, la prospettiva di rivedere Sobala, la sua pelle colore del chai e di goderci insieme Kathmandu e poi ritornare di filato a Varanasi e costruire un futuro insieme. L’idea di dover stare in Italia fino a settembre mi annodava il ventre. Lei prende le mie resistenze forse troppo sul serio, senz’altro più di quanto avevo fatto io quando ero con lei in India e le dissi che sarei partito di lì a dieci giorni, che era indispensabile, per me, ritornare. Lei ricordo che ebbe una crisi isterica telefonica ed iniziò ad accusarmi di volerla tradire, di voler tornare per stare dietro alle ragazze italiane e che dunque tra di noi era finita. In un paio di giorni, con l’aiuto di Beata, riuscii a farla ragionare, a spiegarle che sarei rimasto volentieri con lei ma era giunto il momento di andare. Avevo un libro da chiudere ed avevo bisogno di un breack. Avevo l’intestino ridotto un colabrodo. Mi ero preso la giardia e chissa’ cos’altro ed era più di un mese che avevo sette-otto scariche al giorno. Questo mi debilitava anche da un punto di vista nervoso, da aggiungersi al fatto che ero anche reduce da una brutta infezione alla gamba sinistra, un ascesso che, per alcuni giorni, mi aveva fatto arrancare con la sensazione di un punteruolo piantato nelle carni. Mi dovetti fare da infermiera due o tre volte al giorno, disinfettando la ferita, spremendo via il pus e fare un’accurata fasciatura.
Sobala pianse tre o quattro giorni di seguito dopo la partenza che ho appena raccontato. Non riusciva ad accettarla ed io la chiamavo spessissimo in quei giorni. Lei riusciva a parlare qualche minuto ma poi scoppiava in un pianto irrefrenabile. Tentavo di metterle davanti agli occhi il piano di Kathmandu ma non c’era nulla da fare. Viveva nel profondo il dolore di quel momento, incurante di quelle che potevano essere prospettive future.
Quando fu la volta sua, nel momento in cui aveva la possibilità di andare in Corea, mi rinfacciò il dolore di quei giorni, il fatto che ero partito lasciandola a piangere disperata.
Io le dissi che le avevo promesso che sarei tornato dopo poco più di due mesi e che effettivamente mi stavo organizzando per mantenere la promessa ma la nostra telefonata venne bloccata dall’impresario che doveva portarla in Corea. La stava chiamando per accordarsi sulle specifiche. Sobala mi disse dunque di richiamarla dopo almeno una mezzora. Lasciai costernato il phone center da cui la chiamavo quasi ogni giorno. Temevo che, una volta in Corea, avrebbero fatto di tutto per trattenerla oltre, offrendole magari buone cifre di denaro. Sentivo di essere in una di quelle situazioni che possono avere sviluppi imprevisti e che si stava delineando la possibilità che il nostro rapporto, sudato sino a quel momento, rischiasse, piano piano, di naufragare. Stare fino a settembre in Italia mi avrebbe calato nuovamente nella dimensione italiana dove, fino a quel momento, stavo con un piede solo, pronto a ripartire per consolidare la mia esperienza in India. L’Italia e l’India sono due paesi molto diversi, è difficile passare dall’uno all’altro con disinvoltura e ci vuole sempre un po’ di tempo per ambientarsi sia all’andata che al rientro. Quando ci si ambienta troppo diventa poi difficile lasciare un paese per l’altro.
Prendo la macchina e, dal piccolo comune in cui vivo quando sono in Italia, vado a Roma. Piove a catinelle e faccio fatica a vedere la strada. Sono chiuso nella mia macchina come in un bozzolo, assillato dal pensiero di Sobala, dell’India, del mio futuro in Italia o in India. Poi, mentre il tetto ed il vetro della macchina continuano ad essere tempestati dalla pioggia, si fa strada in me la consapevolezza che forse è meglio così. Che è meglio che lei vada in Corea, guadagni un po’ di soldi mentre io mi posso organizzare con il mio lavoro per incontrarci a settembre. Impulsivamente prendo il cellulare. Voglio dirle: vai tranquilla, non ho più obiezioni. Lei mi risponde sbrigativamente: chiamami dopo!
La chiamo di lì ad un paio di ore. Appena mi risponde mi dice subito che il progetto della Corea è sfumato. Io mi trovo diviso tra un sentimento di gioia e di sollievo ed il desiderio di dirle che avevo maturato, lucidamente, dopo aver lasciato decantare l’emotività, che era bene lei seguisse quest’opportunità di lavoro. Dunque le dico che sono contento che non vada ma che per me poteva andare e, quasi con un filo di voce, che è ancora in tempo per cambiare idea.
“No” mi risponde perentoria, “ormai è fatta, ho detto all’impresario che, per questa volta, davvero non mi posso muovere, che non vado e non ho più intenzione di ritornare su questo punto”.
Mi sento incredibilmente sollevato anche se non riesco a nascondermi una punta di rimorso. Balbetto: mi dispiace negarti quest’opportunità. Lei riprende ancora perentoria: non parliamone più, ho deciso così, tu sei più importante!
La Corea fu uno dei diversi ostacoli che abbiamo trovato sul nostro cammino ed ora quasi non mi sembra vero essere nuovamente nella nostra tana vanarasina. Apro il cancello chiuso, sommariamente, con catena e lucchetto. Salgo le scale seguito dal guidatore di tuk tuk che mi aiuta con i soliti bagagli. Nello spazio cucina, la macchina del gas, le pentole, i bicchieri ed i piatti di metallo sono ricoperti da una patina di polvere grigia semplicemente desolante. C’è un’aria di profondo abbandono, dopo appena un mese di assenza di Sobala. Entro nel monolocale ed i tappeti sono stati arrotolati agli angoli dei muri ed è quindi, sostanzialmente, spoglio.

La mia India

Ho compreso presto che entrare nel corpo di Sobala era per me entrare nell’India come in un corpo di donna.
L’India…la prima volta ci arrivai sul finire del ‘900 quando ancora i tassisti che scarrozzavano aspiranti ricercatori spirituali dall’aereoporto di Bombay all’ashram di Osho, a Poona, avevano camioncini i cui vetri, nel vano posteriore, erano coperti da tendine.
Mi ricordo che il mio tassista, spedito dall’ashram, voleva farmi accomodare di dietro. “It is very hard bombay”, mi diceva, iniziandomi all’inconfondibile aroma del betel che promanava dalla sua bocca. Io naturalmente rifiutai, ero li’ per scrivere una tesi di sociologia e dunque sedere di dietro, senza vedere nulla, non avrebbe avuto il minimo senso. Nella sezione di citta’ che percorremmo non c’era un centimetro libero. Sui marciapiedi vivevano decine di migliaia di persone e cani, maiali, capre, mucche oltre naturalmente ad un numero imprecisato di topi, scarafaggi, ecc… C’erano tendopoli di materiali di discarica ovunque e, mi ricordo, mi colpi’ un uomo, seduto su una piccola montagnola di rifiuti, con lo sguardo fermo su…nulla. Non dava proprio l’idea di essere un alienato, piuttosto di essere sprofondato nella meditazione. “Sprofondare” credo sia davvero il termine piu’ adatto quando si parla degli indiani e del loro rapporto con la meditazione.
Pensai di aver compreso qualcosa dell’India, sul calare del ‘900 ed in effetti qualcosa mi era arrivato ma nulla rispetto a quello che, piano piano, avrei successivamente scoperto.
Arrivai a Varanasi sul finire del 2005. Ero giunto ad un punto morto della mia vita ed avevo disperatamente bisogno di una svolta.
Colsi subito, della dimensione tragica ed estatica del suo popolo, il modo di gesticolare, di sporgere le labbra e strabuzzare gli occhi. Compresi presto che l’India non ti lascia mai da solo, a meno che tu non lo voglia esplicitamente lasciando che lei ti apra le prospettive sconfinate e un po’ terrifiche dell’ascesi. Compresi presto che, nel suo assoluto disordine, ha riservato un posto per tutti quasi riecheggiando il verso un po’ buonista di una canzone di De Gregori: “nessuno si senta escluso!”.
Questo mi ha tranquillizzato nel profondo: la consapevolezza di aver trovato un posto dove cercarmi di nuovo, dimenticando alcune macerie del passato.
Ho conosciuto persone che sostengono l’India non consenta mezze misure: o la ami o la odi. Io non sono di questo parere. Il mio rapporto con questo paese, che voglio continuare a considerare “tragico ed estatico” e’, continuamente, di amore-odio. Tuttavia, sono pienamente consapevole che il mio odio difficilmente riuscira’ ad essere radicale e definitivo. Le ragioni di questo le ritrovo riandando con la mente al mio vissuto indiano. Come accennato, arrivai a Varanasi sul finire del 2005. Sul finire del 2006, dopo sei mesi di esperienza in India e quasi altrettanti in Europa, ero di nuovo li’, pronto a non dormire sonni del tutto tranquilli per vivere una grande storia d’amore. Nel corso della mia seconda esperienza varanasina ho avuto momenti di commozione profonda, pensando che nessun posto dove ero stato sino a quel momento, in circa 35 anni di vita, mi aveva dato tutto quello che mi stava dando quella citta’. Alcune esperienze sono state intense e fugaci, altre stanno continuando un processo lento di sedimentazione. Varanasi mi ha fatto conoscere persone di grande pregnanza spirituale e spregevoli cialtroni, mi ha dato amici fidati e l’amore di Sobala, mi ha messo alla prova con malesseri fisici, psicologici, paura, angoscia, mi ha dato un certo agio materiale, la lontananza da sostanze delicate come l’alcool (e’ difficile bere a Varanasi, come in buona parte dell’India), mi ha dato moltissima poesia, sensibilita’ intatte, musica mistica, passeggiate sui ghats dove ho incontrato quello che in Occidente e’ difficile incontrare in una vita intera.
A Varanasi ho incontrato un rapporto cristallino con la morte. Ho incontrato la morte tante volte nelle mie lunghe passeggiate sul Gange e sempre la stessa compostezza, la stessa serena sobrieta’. E’ questo senz’altro un grande punto di forza di un paese che non riesco a non considerare, per tanti, troppi altri aspetti, semplicemente “incivile”.
Quante cose ci sarebbero ancora da raccontare, almeno in breve, di questa India di cui non si riesce mai a dire abbastanza. Tornero’ con ogni probabilita’ a parlarne in altre pubblicazioni dopo aver collezionato storie e storie in quasi 5 anni di permanenza.

E Sobala? Dopo l’ingresso nel monolocale spoglio in quella torrida estate del 2007, reduci dal bel viaggio in Nepal, tanta acqua e’ passata -ancora una volta rumorosamente- sotto i ponti. Dopo circa 6 mesi dal rientro nel monolocale sarei letteralmente fuggito dall’India per avventurarmi in un paese piu’ leggero, la Thailandia, volendo scrivere a tutti i costi un report, un racconto, una poesia di cui avevo chiaro solo il titolo: dimenticare Benares. Eppure ritornai, pieno di sanguinolento muco intestinale per un’ameba presa, naturalmente, in India e “maturata” in Thailandia. Tornai per fuggire di nuovo, dopo altri 6 o 7 mesi, nella leggera (al punto da essere forse un po’ inconsistente) e godibile “terra dei thai”. Alla fine, credo di aver compreso che non sempre siamo gli agenti delle nostre scelte. Che capita che talora non siamo tanto noi a scegliere quanto ad essere scelti. Continuo ad essere consapevole che questo paese, rinomato giustamente per essere “il meno noioso del mondo”, mi sta dando, nel tempo e non senza fatica, molto di quanto si possa desiderare assieme ad una consapevolezza sempre piu’ chiara che la serenita’ autentica, come da saggezza antica, emerge nello sfumare progressivo della maggiorparte dei desideri, di volta in volta considerati, quasi improvvisamente, banali, inutili o meschini. Non credo davvero si possa chiedere molto di piu’ ed occorra cercare troppo le parole per ringraziare. “L’India e’ un cuore di silenzio in un guscio di caos e di delirio”, scrivevo su “Un giardino dell’Eden”, il mio primo romanzo ed e’ forse proprio quel silenzio ad aver guidato le mie scelte o ad avermi messo nella condizione di permettere ad una citta’ estrema e ad una donna di scegliermi. Un silenzio come un balsamico velo pietoso su tante fughe in avanti, su sogni a volte deliranti, su proiezioni spesso insensate. Un silenzio che talora sembra davvero avere tutta la pregnanza di un punto di arrivo.