Ancora sul binomio Stato/Popolo e Identità

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Ancora sul binomio Stato/Popolo e Identità

L’ottavo di una serie di articoli di approfondimento del nostro collaboratore Silvio Marconi che ha appena pubblicato, con Viverealtrimenti, il testo Quando una farfalla batte le ali in Cina, presto in distribuzione a livello nazionale. Al momento, è possibile comprare il testo, scontato, sul nostro sito ed averlo recapitato, gratuitamente, a domicilio.

 

C’è un paradosso che attraversa tutta la Storia degli ultimi millenni e che generalmente i testi scolastici non evidenziano: i principi, le concezioni, le stesse pratiche concrete delle lotte contro invasori ed oppressori, colonialisti ed imperialisti, in ogni epoca, sono largamente figli di elementi e sistemi di pensiero elaborati proprio nell’ambito delle culture di quegli stessi imperialisti e colonialisti, oppressori ed invasori più che in quelle degli oppressi che ad essi si ribellano, anche quando, anzi direi soprattutto quando, a posteriori, essi vengono presentati e rappresentati come qualcosa di “tradizionale” e di “identitario” dei popoli in rivolta, specie quando tale rivolta ha successo e permette/impone di costruirne una legittimità proiettata fittiziamente in un passato ancestrale.

I Francesi considerano Vercingetorige (80-46 a.C.), colui che riuscì a riunire temporaneamente la maggioranza delle comunità galliche contro Cesare, come un eroe nazionale e questo soprattutto da quando la Rivoluzione Francese ha fatto affermare il concetto di “nazione” , sebbene naturalmente non esista alcuna continuità storica reale tra i Galli dell’epoca di Vercingetorige ed i Francesi moderni e non si pensasse lontanamente a qualcosa simile ad una “nazione” all’epoca del condottiero sconfitto da Cesare ad Alesia ed assassinato (probabilmente per strangolamento) in carcere il 26 settembre 46 a.C. a Roma. E’ una considerazione tutta recente, dato che nessuno storico francese anteriore al XIX secolo esalta Vercingetorige e durante tutto l’Ancien Régime la legittimazione fittizia delle dinastie francesi affonda nella loro mitizzata origine troiana (per renderle pari a Roma), mentre l’aristocrazia viene fatta risalire ai Franchi e non ai Galli, che sono semmai considerati all’origine della plebe in una distinzione di ceto e razziale allo stesso tempo. E’ solo nel 1828, quindi ben dopo la stessa età napoleonica, che Amédée Thierry pubblica la Histoire des Gaulois depuis les temps les plus reculés e fa assumere a Vercingetorige un ruolo eroico e “pan-gallico”, ossia proto-nazionale, mentre Henri Martin, nella sua monumentale Histoire de la France Populaire pubblicata fra il 1867 ed il 1875, sostiene il nazionalismo francese nella fase che vede lo scontro (e la sconfitta) con la Prussia attraverso un recupero nazionalpopolare dei Galli e di Vercingetorige che li rende popolari in tutti gli strati sociali; un recupero, si noti, che si colloca già in pieno all’interno dello scontro per l’egemonia europea fra concezioni razziste di diversa origine nazionale, posto che i Galli ed in particolare l’eroe Vercingetorige di Martin sono rappresentati sempre come alti, biondi, dagli occhi azzurri, a fare concorrenza al modello mitico del “tedesco” che diverrà poi l’“ariano” hitleriano ed a cui ovviamente i veri galli corrispondevano tanto poco quanto i veri Germani. Intanto Napoleone III nel 1866 fa erigere una statua in bronzo di 7 metri in un sito (Alise-Sainte-Reine) a 60 km da Digione che viene fatto identificare con la presunta Alesia ed all’operazione partecipa il notissimo protagonista della valorizzazione romantica delle antichità francesi Viollet-le-Duc che predispone il piedestallo e vi fa apporre un’iscrizione inneggiante alla nazione francese; dopo la sconfitta ad opera dei Prussiani nel 1870 il culto di Vercingetorige come “eroe nazionale” cresce a dismisura specie ad opera dei testi scolastici che lo citano come “primo eroe della Storia francese”, tralasciando il fatto che all’epoca sua non esisteva alcuna Francia…

Se torniamo al Vercingetorige storico, scopriamo intanto che perfino il nome non è che un titolo composto da ver (pronunzia “uer”), che nelle lingue galliche ha la funzione di superlativo, cingeto che vuol dire guerriero, e rix che è suffisso indicante il capo (ed ecco anche Asterix…) e che viene fatto intendere come “re” e al tempo stesso ritenuto “antico termine celtico” sebbene sia evidente che se di “re” si tratta ha troppo a che fare col latino rex per essere puramente “celtico”. Dunque Vercingetorige vuol dire più o meno “grande capo guerriero”.

Costui, nel 58 a.C., quando Cesare entra nelle Gallie, è il figlio di un capo-tribù dell’Arvernia, Celtillo (nome romanizzato), che venne condannato a morte dal consiglio dei capi della sua gente per aver cercato di ripristinare un regime monocratico che gli Arverni avevano avuto nel passato ma che era stato abolito nel 121 a.C. per ordine della vittoriosa Roma. Dunque Celtillo viene presentato come un anti-romano ed i suoi giustizieri come filo-romani ma in effetti si tratta di uno scontro di concezioni di potere interno alla gente arverna dove, paradossalmente, l’“antiromano” Celtillo sostiene un modello di potere meno “tribale” di quello dei “filo romani” suoi avversari; il tutto, poi, non aveva affatto impedito a Vercingetorige (o a chi sarebbe poi stato chiamato in questo modo), nato peraltro in quella Gergovia che era in effetti un oppidum, dunque un centro fortificato controllato e costruito dai Romani(!), di entrare addirittura nel seguito personale di Giulio Cesare, arrivando a diventare uno dei contubernales, ossia dei “compagni di tenda” di Cesare stesso! Come si vede si tratta di un Gallo assai romanizzato, di un collaborazionista che accompagna Cesare nelle sue campagne in Gallia, fornendogli consigli basati sulla conoscenza del territorio e delle genti che lo abitano e ricevendone in cambio direttamente o indirettamente una profonda conoscenza delle tattiche militari romane, ma anche una influenza relativa all’importanza di una compagine indipendente e che travalichi il livello tribale. E’ solo nel 53 a.C., approfittando anche dell’impegno di Roma contro i Parti (mostrando quindi una conoscenza della situazione internazionale assai poco consona ad un semplice capo tribale…) che Vercingetorige riprende la rivendicazione che aveva portato alla morte il padre, e nel contempo rompe con Roma; è solo Cesare a sostenere che Vercingetorige sia il motore di un complotto anti-romano che implica fin da quel momento la sollevazione generale di tutte le tribù galliche, mentre probabilmente il condottiero gallico emerge gradualmente in una situazione che diventa di rivolta generalizzata, e lo fa grazie al fatto che sa usare meglio di chiunque altro tattiche di guerriglia adeguate a controbattere le tattiche romane a lui ben note.
Dunque, l’eroe della Francia tardo-ottocentesca è in effetti un collaborazionista dei Romani che usa le tecniche, ma anche alcune concezioni del potere, acquisite proprio dai Romani per combatterli e che nel fare questo e nel riuscire temporaneamente a riunire sotto il suo comando le diverse e spesso fra loro ostili tribù galliche…viola coscientemente le tradizioni di indipendenza feroce di tali tribù e si rifa più alle concezioni delle alleanze dei popoli latini che a quelle dei popoli gallici! Lo stesso si può dire di un altro personaggio che riuscì, invece, circa un secolo dopo, a sconfiggere davvero i Romani e la cui mitizzazione, stavolta in terra tedesca, ebbe un percorso assai simile a quello che vide Vercingetorige trasformato in un eroe nazionale francese ed in un elemento della “ancestralizzazione” della “identità nazionale” francese: Arminio, il massacratore delle legioni romane guidate da Varo a Teutoburgo.
Arminio viene presentato dai tedeschi, fin dall’epoca dello scontro fra Lutero e Roma, come campione della lotta germanica per la libertà contro i Romani e per questo Lutero inventò anche che il suo vero nome fosse Hermann, che nelle antiche lingue germaniche voleva dire “guerriero eminente”, mentre invece il suo nome deriva da Irmin, che significa solo “grande” e gli deriva dal fatto di essere figlio di un capo della tribù dei Cherusci. In età post-luterana e più ancora in quella del moderno nazionalismo tedesco, Arminio divenne il simbolo stesso della germanicità, in particolare grazie alla sua valorizzazione nel XVI secolo da parte degli umanisti tedeschi e ancor di più dal XVIII secolo, anche grazie ai drammi su di lui composti dal poeta Friedrich Gottlieb Klopstock. Fra il 1838 ed il 1875, nella fase culminante del processo di edificazione dello Stato unitario tedesco promosso dalla Prussia e del conflitto con la Francia, venne eretto un colossale monumento ad Arminio, l’Hermannsdenkmal, in cima alla collina di Teutberg, che non corrisponde al vero luogo della battaglia di Teutoburgo ma permette di collocare il monumento, alto oltre 53 metri (di cui oltre 26 metri di basamento in arenaria in stile neoromanico e altri 26 di statua in tubi di ferro rivestiti da lastre di rame), su un’altura di oltre 380 metri di altezza e renderlo dominante e visibilissimo. Arminio nel monumento brandisce la spada, lunga oltre 7 metri, verso Ovest, ossia verso la Francia, mentre calpesta un fascio ed un aquila simboli di Roma. Nel 1920 venne associata all’Hermannsdenkmal una lapide che commemorava Bismarck, collegando idealmente il forgiatore della nuova Germania unificata con il mitico ruolo di Arminio.
In effetti, Arminio (nato nel 18 a.C.), come suo fratello minore Flavus, era invece un Germano fortemente romanizzato che, come premio per gli anni passati nel servizio militare ausiliario sotto il comando romano, aveva ricevuto la cittadinanza romana; Arminio (Gaius Julius Arminius), dopo aver partecipato dal 5 d.C. alla campagna delle truppe di Tiberio contro altre tribù germaniche e poi alla repressione della rivolta in Pannonia, era diventato addirittura prefetto di una coorte di guerrieri cherusci al servizio dei Romani; il nome di suo fratello, Flavus, è solo una denominazione che fa riferimento al colore biondo dei suoi capelli, che era assai meno comune fra i Germani di come ci fanno credere gli stereotipi letterari e cinematografici: Flavus non tradì mai i Romani e nello stesso 9 d.C. in cui Arminio massacrava le legioni di Varo a Teotoburgo, operava invece come ufficiale delle truppe ausiliarie romane nella repressione della rivolta dalmata.
Inoltre, dieci anni dopo Teutoburgo, dopo aver combattuto vittoriosamente nel 18 d.C. a capo di una confederazione che comprendeva Cherusci e Longobardi ed altre genti germaniche contro i Marcomanni, altrettanto germanici, Arminio veniva assassinato proprio dalla sua gente e gli subentravano vari leaders tribali (incluso il fratello minore Flavus, che restò un leale ufficiale al servizio dei Romani anche dopo Teutoburgo e non subì alcuna rappresaglia) dall’atteggiamento più filo-romano, per cui, nonostante che egli venga presentato come un coerente campione della lotta germanica contro Roma, si tratta semplicemente (come per Vercingetorige) di un collaborazionista che decide di cambiare bandiera e che, a differenza di Vercingetorige, riesce a sconfiggere i suoi maestri romani.
Se veniamo ad un periodo più vicino a noi, Mohandas Karamchand Gandhi, sicuramente la figura più nota della lotta del popolo dell’India per l’indipendenza dal dominio coloniale britannico, era nato nel 1869 da una famiglia benestante di commercianti (il suo cognome, Gandhi, vuol dire “droghiere”), ma con un rilevante impegno nella politica dei principati soggetti agli Inglesi, tanto che il padre fu primo ministro del Principato di Rajkot, dove Mohandas Karamchand Gandhi realizzò i suoi studi superiori, prima di trasferirsi, a diciotto anni (tre anni dopo aver perduto il padre) a Londra, dove realizza i suoi studi di Giurisprudenza presso lo University College. A Londra, Gandhi assume tutte le abitudini britanniche e si modella sul riferimento del gentiluomo inglese dell’epoca e tale resta sia nei due anni che passa in India, sia nel periodo successivo, trascorso in Sudafrica, a partire dal 1893: sebbene il suo impegno per i diritti civili inizi proprio in Sudafrica, fino al 1905 non si avrà una effettiva rottura di Gandhi con il modello di riferimento britannico.
Anche il padre della nascita del Pakistan, Ali Jinnah, nato a Karachi nel 1876 sempre da una famiglia di mercanti benestanti (ma musulmani), dopo aver studiato in una scuola islamica (Sindh Madrasatul Islam), entra in una scuola cristiana (Christian Mission School) e va anch’egli in Inghilterra a studiare legge e, come tutti i rampolli dell’alta borghesia dei Paesi colonizzati, si sforza di assumere in pieno il modello del gentleman britannico, che non abbandona neppure quando nel 1905 entra nell’Indian National Congress, impegnato nella lotta per liberare il Deccan dal dominio coloniale britannico, tanto che nel 1910 diventa addirittura membro del prestigioso Imperial Legislative Council, ossia un organismo consultivo per le questioni giuridiche dell’Impero Britannico.
Un caso in parte simile, in parte no è quello del padre dell’indipendenza tunisina, Habib Bourguiba; nato nel 1903, in ambiente benestante, venne formato prima agli studi classici arabi al College Sadiki di Tunisi, ma poi frequentò fino al 1924 il Lycèe Carnot e si laureò anch’egli in legge e conseguì la specializzazione in Scienze Politiche, nel 1927, nella più prestigiosa Università della potenza coloniale francese, la Sorbona di Parigi, tornando in Tunisia ad esercitare la professione ma anche il giornalismo ed iniziando il suo impegno politico anticoloniale nel 1932. Come in molti altri casi, fu paradossalmente la repressione coloniale che si abbattè sugli ambienti culturali di cui Bourguiba faceva parte, negli anni ’30, a radicalizzare per reazione le sue posizioni e condurlo ad un progressivo distacco dal modello “parigino”, pur senza abbandonare mai la valorizzazione della laicità. Anche in questo caso, comunque, siamo ben lontani da un antagonismo maturato in autonomia, e ci troviamo di fronte ad un personaggio che aveva verso la cultura della potenza coloniale un debito rilevantissimo, che peraltro segnerà tutte le sue scelte politiche.

Come si vede, i percorsi di alcuni (in realtà di molti) di coloro  che procurarono gravissimi problemi ai poteri imperiali della loro epoca non hanno una radice antagonistica ed un coerente sviluppo di scontro totale, di rifiuto a 360° dei modelli culturali del dominatore con cui alla fine si scontreranno, con esito diverso: la loro caratterizzazione come “campioni” dell’opposizione radicale e totale al potere oppressivo avviene in genere solo a posteriori, accentuando alcuni elementi, rimuovendone e cancellandone altri, in funzione nazionalistica e se questo già rappresenta una forzatura nei casi di alcuni leaders delle lotte anticoloniali moderne, che sono comunque posteriori all’affermarsi del concetto di “Nazione” e del “nazionalismo” (e quindi debitori di questi stessi concetti proprio alle capitali delle potenze colonialiste…), quando tale operazione viene compiuta su figure medievali o antiche, ossia di epoche dove “Nazione” e “nazionalismo” erano del tutto inesistenti, essa rivela il suo contenuto e la sua metodologia basati entrambi sulla falsificazione e su esigenze esse sì figlie legittime delle pulsioni nazionalistiche occidentali dei secoli XVIII-XX. A questo punto, resta solo da sottolineare che quelle operazioni non riguardano semplicemente singole figure storiche e le loro vicende individuali, perché un Arminio, un Vercingetorige vengono in realtà utilizzati a simboleggiare (in effetti a costruire) una intera identità pseudo nazionale e rientrano perciò perfettamente nel catalogo delle invenzioni identitarie, anche perché quei personaggi così ricostruiti ed artefatti diventano a loro volta sorgente di opere letterarie e musicali, monumenti e cerimonie, pagine romanzesche e di testi scolastici, film e fumetti, ossia di un insieme di elementi formativi, simbolici, narrativi, perfino turistici che concorrono in un modo o nell’altro alla costruzione identitaria ed allo stratificarsi nei decenni e nei secoli di sistemi di riferimento che si fanno addirittura senso comune, al punto dal rendere certi stereotipi storiografici paradigmi indiscutibili. A quel punto, certamente, quell’Arminio, quel Vercingetorige, quel Bourguiba, quell’Ali Jinnah, quel Gandhi, che ben poco hanno a che fare con la realtà, diventano pilastri identitari che agiscono nel tempo e nello spazio con conseguenze spesso imprevedibili.