Cinesi nelle brigate internazionali

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Cinesi nelle brigate internazionali

A cura di Silvio Marconi.

 

Dopo che il Giappone aveva già aggredito la Cina nel 1931, occupando la Manciuria e creandovi lo stato-fantoccio del Manciukuò, dal luglio 1937 la Cina subì la tremenda aggressione nipponica generalizzata che fino al 1945, ossia alla resa dei Giapponesi, avrebbe portato alla morte di oltre 3 milioni di soldati cinesi e, soprattutto, di oltre 9 milioni di civili (secondo alcune fonti cinesi addirittura di 35 milioni di civili:  Remember role in ending fascist war, su chinadaily.com.cn.), questi ultimi a causa di massacri di dimensioni apocalittiche, come quello di Nanjing  (nel dicembre 1937, con oltre 300.000 trucidati spesso in modi atroci), bombardamenti aerei e di artiglieria, fucilazioni, di fame e stenti nel lavoro forzato, di denutrizione dovuta ai saccheggi.

Uno dei protagonisti della resistenza cinese contro i Giapponesi fu indubbiamente il Partito Comunista Cinese, guidato già in quegli anni da Mao tse-tung, che impegnò i Giapponesi ed i collaborazionisti cinesi al loro servizio sia in una estenuante guerriglia rurale, sia attraverso attentati nelle città, nelle miniere, nelle fabbriche, subendo colpi terribili.

Nonostante questo terribile impegno, dall’autunno 1936 e fino all’autunno 1938 oltre 300 Cinesi, in massima parte comunisti, presero parte anche alla lotta contro i fascisti di Franco che, appoggiati in misura determinante dai nazisti tedeschi e dai fascisti italiani e nel disinteresse complice delle “democrazie occidentali” (in primis Francia ed Inghilterra), avevano tentato il colpo di stato contro la legittima Repubblica Spagnola nel luglio 1936 e riuscirono a piegarla al prezzo di oltre 1 milione di morti solo nel 1939.

Questi oltre 300 Cinesi facevano parte delle  Brigate Internazionali che cominciarono ad affluire in Spagna dall’ottobre 1936 (mentre alcune aliquote di volontari erano già giunte in precedenza) grazie soprattutto all’azione del Comintern (l’”Internazionale Comunista”), sebbene comprendessero non solo comunisti ma antifascisti di diverso orientamento e tanti senza alcuna affiliazione politica. Furono circa 59-60000 , provenienti da 53 nazioni di tutto il Mondo; di loro oltre 3000 erano antifascisti italiani, fra i contingenti più numerosi assieme ai Francesi (circa 9000), Tedeschi (circa 5000), statunitensi (circa 3000), britannici (circa 2000). Gli Italiani si raggrupparono nel Battaglione (poi Brigata dall’aprile 1937) “Garibaldi”. Un quarto dei volontari perse la vita in Spagna.

I Cinesi, che come si è detto furono complessivamente circa 300, non erano abbastanza numerosi da formare un battaglione specifico e vennero aggregati ad altre unità, tenendo conto anche delle lingue da loro parlate. Alcuni infatti non provenivano dalla Cina ma dalla Francia, dove erano lavoratori o esuli, e parlavano francese, venendo quindi aggregati ai reparti di volontari di quella nazione; altri parlavano inglese perché erano di Hong Kong  o provenivano dalla Gran Bretagna dove decine di migliaia di Cinesi erano stati utilizzati durante la Prima Guerra Mondiale nella logistica ferroviaria e soprattutto portuale, o perfino dagli Stati Uniti, dove l’immigrazione cinese datava da circa un secolo. Chi sapeva una lingua occidentale faceva da interprete a chi parlava solo Cinese.

Altri Cinesi, comunisti, venivano dalla Russia sovietica, dove erano esuli e in molti casi avevano frequentato scuole militari di partito e vennero affiancati ai Sovietici (3000 volontari oltre a coloro che fungevano da consiglieri militari in Spagna).

Alcuni Cinesi erano intellettuali, quadri del Partito Comunista, spesso di origine alto borghese, altri erano anch’essi quadri comunisti ma di estrazione proletaria ed altri ancora, come si è detto, avevano ricevuto una educazione militare.

Va inoltre notato che alcuni Cinesi di Hong Kong, come pure persone provenienti dalla Penisola Indiana e dall’Isola di Ceylon, vennero classificato fra i “Britannici” in quanto sudditi della corona britannica.

Purtroppo non si conosce alcuno studio inerente i volontari cinesi delle Brigate Internazionali e quindi capace di farcene la storia, di narrarcene le forme di impiego, di dirci quanti furono i caduti e quale fu il destino dei sopravvissuti dopo la Guerra di Spagna, né si sa con certezza che percentuale di costoro partecipò anche alla successiva lotta antigiapponese in Cina e alla lotta che portò infine il Partito Comunista Cinese a trionfare sulle forze di Chiang e fondare la Repubblica Popolare Cinese (1 ottobre 1949), ma pare evidente che l’esperienza militare che taluni di loro acquisirono, altri rafforzarono (avendo già partecipato alla lotta contro i nazionalisti in Cina e, taluni, alla Lunga Marcia) nella Guerra Civile Spagnola sia stata preziosa nelle esperienze di lotta successive, esattamente come lo fu per molti ex-combattenti delle Brigate Internazionali divenuti quadri della resistenza al nazifascismo in particolare, ma non solo, in Yugoslavia, Italia, Francia e perfino nella “Colonna Leclerc”, quella unità della “Francia Libera” gollista che fu il primo reparto alleato ad entrare nella Parigi insorta nell’agosto 1944 e che vedeva alla sua testa reduci spagnoli repubblicani ed ex-volontari francesi delle Brigate Internazionali che avevano vergato sui loro mezzi blindati e corazzati i nomi di città spagnole.

E’ significativo pensare, però, a questi uomini che combattevano il fascismo spagnolo, italiano e tedesco a decine di migliaia di chilometri di distanza dalla loro terra di origine, un percorso che all’inverso fece il medico canadese Norman Bethune, iscritto al partito comunista canadese,che fu volontario in Spagna dal 1936 al 1937 e poi morì in Cina nel 1939, dove si era impegnato come medico militare dal 1938 alla sua morte con l’Esercito Popolare di Liberazione cinese, l’uomo che in Spagna inventò le unità mediche mobili ed inventò un metodo di trasporto del sangue poi adottato anche dai medici militari di ogni Paese.

Quei trecento Cinesi sono una conferma ulteriore dello spirito internazionalista che permeava  militanti comunisti cinesi a quell’epoca  e non debbono essere dimenticati dagli antifascisti europei.

 

Nell’ottobre 1938, il Governo repubblicano spagnolo ordinava il ritiro delle Brigate Internazionali, illudendosi di ottenere così quello delle ingenti truppe di terra (oltre 60000 uomini, sconfitti peraltro proprio dalle Brigate Internazionali nella Battaglia di Guadalajara), di mare e di cielo (responsabili anche di terribili bombardamenti su Barcellona) inviate da Mussolini e dei contingenti più limitati ma terribili (in particolare la “Legione Condor” dell’arma aerea nazista, che fu tra l’altro responsabile del bombardamento terroristico di Guernica, reso celebre dal quadro di Pablo Picasso) inviati da Hitler. Ovviamente, come sempre, i nazifascisti non rispettarono i patti ed anzi incrementarono l’aiuto ai franchisti, risultando essenziali nello schiacciare la legittima Repubblica Spagnola.

Il 28 ottobre 1938 le Brigate Internazionali sfilarono per l’ultima volta nelle strade do una Barcellona che era accorsa in massa a piangere per la loro partenza, a coprirli di fiori; con loro partirono anche i sopravvissuti cinesi. Quest’anno, dal 25 al 28 di ottobre, l’AICVAS (Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti in Spagna), nell’ottantesimo anniversario di quella parata (la “despedida”), organizza un “Viaggio della Memoria” a Barcellona per onorare le Brigate Internazionali, la lotta degli antifascisti spagnoli e riaffermare l’attualità di quella lotta dinanzi   ai nuovi pericoli fascisti che si irradiano in Europa.

In quell’occasione, un pensiero lo rivolgeremo anche ai Cinesi ed agli altri Asiatici che seppero scegliere di combattere tanto lontano dalla loro terra, accanto ai repubblicani spagnoli ed a cittadini di oltre cinquanta nazionalità contro il nemico comune della libertà, che resta sempre tale: il fascismo.

 

 

I libri di Silvio Marconi

 

Uno studio che, lungi dall’avere un obiettivo “enciclopedico” o di minuziosa analisi storica, vuole evidenziare quelle connessioni e correlazioni – tradizionalmente taciute e rimosse – tra i fenomeni ed i processi che portarono alla crisi ed al crollo dell’Impero Romano d’Occidente e quelli operanti in un’Asia la cui complessa storia viene, tuttora, sottovalutata.
Quando una farfalla batte le ali in Cina si sofferma sul ruolo che, nella crisi e nel crollo dell’Impero Romano d’Occidente, ebbero tanto la Persia quanto, indirettamente, la Cina, dimostrando come il pregiudizio etnocentrico che ancora permea la formazione, la divulgazione e la costruzione dell’immaginario occidentale sia un pernicioso ostacolo a una comprensione di ben più ampio respiro e alla lezione metodologica che ne se ne può trarre.
In questa prospettiva, il riconoscimento di una molteplicità di poli e fattori transculturali è la precondizione per affrontare qualsiasi problematica: storica, politica, economica o strategica.
Una precondizione troppo spesso, volutamente, ignorata da una cultura occidentale che, a differenza di quelle orientali, ha rifiutato la logica olistica privilegiando un approccio molto settoriale.

 

Silvio Marconi – ingegnere, antropologo, operatore di Cooperazione allo sviluppo, Educazione allo Sviluppo e Intercultura – fa ricerca, da anni, nell’ambito dell’antropologia storica e dei sincretismi culturali. Ha pubblicato, al riguardo: Congo Lucumì (EuRoma, Roma, 1996), Parole e versi tra zagare e rais (ArciSicilia, Palermo, 1997), Il Giardino Paradiso (I Versanti, Roma, 2000), Banditi e banditori (Manni, Lecce, 2000), Fichi e frutti del sicomoro (Edizioni Croce, Roma, 2001), Reti Mediterranee (Gamberetti, Roma, 2002), Dietro la tammurriata nera (Aramiré, Lecce, 2003), Il nemico che non c’è (Dell’Albero/COME, Milano, 2006), Francesco sufi (Edizioni Croce, Roma, 2008), Donbass. I neri fili della memoria rimossa (Edizioni Croce, Roma, 2016).

Prezzo di copertina: 18 euro Prezzo effettivo: 15.5 euro