Co-housing: una parola moderna per una pratica antica.

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Co-housing: una parola moderna per una pratica antica.

Il dibattito attuale tra antropologia sociale, architettura, economia, utopie sociali e resilienza.

Senza andar lontano, basta ricordare i racconti dei contadini delle nostre campagne, sentiti dai nonni o letti nelle cronache locali.  Il denaro era raro, e il baratto era la forma economica vigente: i lavori campagnoli che richiedevano molte braccia si facevano “a scambio”, ognuno prestava una o più giornate ai vicini, e rimaneva in credito di altrettante giornate quando toccava alla sua famiglia vendemmiare, arare, tagliare la legna, e così via. Il forno era uno per tutto il paese, e si usava a turno. Non esistevano le baby-sitter e le badanti, ma ognuno badava ai figli o agli anziani a seconda delle disponibilità. Quando ci si muoveva dal paese, per andare ad una fiera del bestiame o simili,  i pochi carri e carretti portavano tutti gli altri, nessuno partiva da solo alla guida del suo mezzo di locomozione.

Poi è arrivata la modernità, la vita secondo i metodi cittadini e i ritmi cittadini, e tutto questo antico e saggio modo di vivere ha lasciato a poco a poco il posto alle “famiglie nucleari” prima e ai “single” poi, con tutto il contorno di “monoporzioni” già pronte al supermercato, di miniappartamenti, di una macchina a testa, ovvero tutto l’armamentario di perfette “monadi senza finestre”, per usare le parole di Leibniz.

Fino a quando la crisi finanziaria mondiale, qualche anno fa, ha messo alla corda queste modalità di vivere, dispendiose non solo dal punto economico, ma anche rispetto alla sostenibilità ambientale, di utilizzo delle risorse del pianeta, nonché dal punto di vista delle energie socio-affettive che danno il senso ad ogni vita.

Come ci informa saggiamente l’etimologia, il termine “crisi” nella sua accezione originaria vuol dire anche e soprattutto “scelta, decisione”. E infatti quello che sta succedendo è che dalla crisi mondiale e dal collasso progressivo del pianeta, ancora purtroppo in atto, stanno nascendo ipotesi di soluzione che implicano modalità diverse di abitare su questa terra, alla luce della “sharing economy”, economia della condivisione, che dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) prendere il posto dell’economia individualista, egoista e sprecona.

Il co-housing – traducibile con “abitare condiviso” – è una di queste ipotesi, che va compresa esaminandola con un discorso cross-border, a cavallo tra antropologia sociale, architettura, economia, utopie sociali e resilienza, intesa quest’ultima come la capacità, individuale o collettiva, di “adattarsi al cambiamento”, ovvero superare una crisi  riorganizzando la vita secondo modalità nuove. Quello che gli psicologi, soprattutto della scuola Gestalt, chiamano “adattamento creativo”.

Nel caso dell’abitare condiviso, questo adattamento creativo assume più precisamente la forma di “Co-decisione creativa”, termine anche questo della psicologia moderna, che cerca di dare un nome e un senso ai velocissimi cambiamenti del tessuto sociale. Con il co-housing, la condivisione degli spazi non avviene più tra membri della stessa famiglia allargata, ma all’interno di “comunità intenzionali”, ovvero comunità formate da persone che si scelgono per affinità del modo di vivere, almeno fin dove è possibile comporre le differenze individuali.

In qualche modo anche le “comuni” hippy o alternative degli anni ’70 erano “comunità intenzionali”. Ciò che le differenzia dal “co-housing” – che pure condivide con le comuni lo slancio verso un modo di vivere in modo diverso e non banale – è che le comuni vivevano più o meno alla giornata, con un rifiuto ideologico delle regole e con un ricambio fisiologico degli abitanti, mentre nel co-housing è fondamentale il livello della progettazione, del gruppo di persone che si sceglie, e insieme sceglie come e dove abitare. In qualche modo si tratta di un’utopia concreta, anzi alcuni autori sostengono che non si tratta di una teoria ma di una “best practice”, di una buona pratica.

L’avvio della progettazione e della pratica del cohousing avvenne in Danimarca all’inizio degli anni 70, grazie al clima socio-culturale aperto e avanzato tipico dei paesi del nord Europa, e all’accelerazione data dai movimenti giovanili di rinnovamento sociale di quegli anni. Da lì si è allargata a livello mondiale, con tempi diversi a seconda dei paesi. In Italia, comme d’habitude, le sperimentazioni di ogni tipo, sia a livello culturale che sociale, penetrano con lentezza e con differenze forti tra le regioni del nord e del sud. Nel volume Cohousing. Esperienze internazionali di abitare condiviso di Jacopo Gresleri, sembra che le esperienze italiane si limitino a qualche sporadica struttura in Emilia e in Toscana, ma naturalmente si tratta di un settore in rapido cambiamento.

 

Personalmente, il mio avvicinamento al tema del co-housing è stato un “effetto collaterale” imprevisto della mia lunga ricerca –  con esperienze personali e testimonianze raccolte da altri autori e traduttori letterari – sul tema delle writers’houses, le Case per Scrittori, che ha prodotto una serie di articoli e infine un libro, “Torri d’avorio & autori in Tour” (2015). Dopo un po’ ho compreso che il settore, per sua natura mobile e cangiante, è più facile da trattare con lo strumento duttile di un sito internet dedicato, piuttosto che con un tomo cartaceo che era rimasto con le sue quattrocento pagine fermo al momento della pubblicazione, e impastoiato nei cronici problemi di distribuzione e diffusione dell’editoria italiana.

Ho creato dunque il sito Atlante delle Residenze Creative, che mi consentiva con la duttilità peculiare di internet di ampliare anche il mio punto di vista, includendo anche, oltre alle Writers Houses e Residenze d’Artista, anche tutta un’altra serie di modalità di “Abitare poeticamente la  terra”, per usare le parole di Friedrich Hölderlin.

Già nel volume avevo citato alcune esperienze e due pubblicazioni sull’argomento: la prima è un numero del 2008 della rivista “Marea. Donne: ormeggi, rotte, approdi”, diretta da Monica Lanfranco e reperita nella casa per donne creative da lei realizzata vicino ad Alessandria, ALTRADIMORA. Quel numero della rivista era dedicato a Casa Dolce Spietata Casa” , il tema della casa e le donne veniva indagato da vari punti di vista, tutti interessanti, ma l’articolo che mi ha colpita di più è stato quello di Lucia Berardi, intitolato “Cohousing per tutte?”. In un percorso dall’autobiografico al generale, la Berardi individuava la necessità di spazi di vita che non siano solo personali ma che siano anche luoghi condivisi, materialmente e simbolicamente. Il secondo riferimento bibliografico è stato il bel libro di Edoardo Narne e Simone Sfriso, L’abitare condiviso. Le residenze collettive dalle origini al cohousing, (2013), nel quale si illustrano le linee storiche di evoluzione dell’idea e si esaminano anche alcuni esempi concreti di residenze collettive, dall’Europa del Nord alla Cina all’Egitto, con qualche esempio anche  nel nord Italia.

Erano semi, che nella nuova libertà e ampiezza di sguardo del sito “Atlante delle Residenze Creative” hanno finalmente trovato la loro fioritura, c’è una sezione dedicata proprio alle esperienze e alle testimonianze del cohousing, sia in Italia che in altri paesi, esperienze che poi si intrecciano con quelle degli Ecovillaggi e a volte anche con quelle delle Residenze per Artisti, insomma con tutte le esperienze che si usa adunare sotto il segno delle “comunità intenzionali”.

E’ un settore affascinante da esplorare, per conoscere progettualità nuove della società e anche, perché no, per trovare una soluzione alle problematiche personali dell’esistere. E’ importante per, prima di buttarsi all’avventura delle esperienze, munirsi di una certa consapevolezza, utilizzando la bussola di una buona bibliografia. Mi permetto quindi di consigliare qualche titolo, che possa aiutare a osservare il fenomeno da tutti i punti di vista, si tratta di una bibliografia sintetica, come un aperitivo per stimolare la curiosità di ogni esploratore socio-culturale:

 

Il contesto teorico

 

Roland Barthes, Commentvivre ensemble (Parigi 2002)

ZygmuntBauman, Voglia di comunità Ed it 2003

Richard Sennet, Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione(Milano 2012)

Antonella Agnoli, Le piazze del sapere (Bari 2011)

 

Le pratiche del co-housing

 

Edoardo Narne e Simone Sfriso, L’abitare condiviso. Le residenze collettive dalle origini al cohousing, 2013

Jacopo Gresleri, Cohousing. Esperienze internazionali di abitare condiviso, 2015

Lucia Berardi, “Cohousing per tutte?”, nel periodico “Marea. Donne: ormeggi, rotte, approdi”, 2008

Creative communities : people inventing sustainable ways of living , ed it Milano 2007.

Le comunità di famiglie : cohousing e nuove forme di vita familiare, Milano  2009.

Cohousing e condomini solidali : guida pratica alle nuove forme di vicinato e vita in comune, Firenze  2007.

Andrea Rottini, Cambio casa cambio vita : dal cohousing all’autocostruzione, dalle comunità di famiglie alle cooperative edilizie: come cambiare casa (o costruirla) e vivere meglio. – Milano 2008.

State of the world 2010 : trasformare la cultura del consumo : rapporto sul progresso verso una società sostenibile. – Milano :2010

Ezio Manzini, Francois Jegou, Quotidiano sostenibile : scenari di vita urbana  – Milano 2003

Collaborative communities : cohousing, central living, and other new forms of housing with shared facilitiesNew York 1991

Graham MeltzerSustainable community : learning from the cohousing model , 2005.

 

 

Tiziana Colusso – scrittrice, comparatista,  ideatrice del sito “Atlante delle Residenze Creative (www.atlante-residenze-creative.org”)