Cohousing: un interessante approccio al tema dell’abitare.

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Di seguito un ampio ed argomentato articolo dell’architetto Luca Rigoni sul cohousing.

1.    Premessa
Per quanto si può leggere in diverse pubblicazioni, pare che almeno il concetto del  “cohousing” vada finalmente diffondendosi anche in Italia, pur se la pratica trova ancora una certa difficoltà a concretizzarsi.
Riviste di arredamento nelle loro rubriche “green”, rotocalchi e quotidiani nelle pagine dedicate a fenomeni di costume e società, mensili ambientalisti e poi periodici e siti online, qualche convegno in contesti attenti alla sostenibilità, alcune guide pratiche, pochi testi ed un numero crescente di tesi di laurea (solitamente di architettura o di sociologia), tratteggiano un variegato scenario almeno dal punto di vista culturale.
Si tratta chiaramente, per noi, di un fenomeno abbastanza recente, che se da un lato non ha ancora certezza di futuro, dall’altro si presenta, almeno sulla carta e per alcuni ambienti culturali, come un interessante approccio al tema dell’abitare coniugato ai problemi ed alle speranze del nostro vivere quotidiano.
Il fatto che nel nostro Paese tale pratica sia a tutt’oggi povera di un sufficiente numero di esperienze che possano vantare un minimo di storia e poterne quindi effettivamente valutare la validità, fa sì che ci si trovi ancora nella necessità di definire precisamente cosa sia o non sia il “cohousing” in Italia, a quali modelli si possa ispirare, quali processi richieda o quali soggetti necessiti e, soprattutto, se sarà in grado di non tradire le aspettative che suscita e quindi se potrà anche aspirare a meritare attenzioni particolari da parte delle Pubbliche Amministrazioni.
I contributi che si possono avere circa tali definizioni oggi dipendono ancora tanto dal punto di vista di chi scrive, dal campo disciplinare da cui si osserva tale fenomeno, dal ruolo assunto in eventuali parziali esperienze dirette, riferendosi a pochi episodi nazionali concreti e, conseguentemente, a tanta soggettività.
Non è infine da considerarsi casuale che gli studi più approfonditi del fenomeno siano stati finora svolti sia nel campo architettonico che in quello sociologico.
Probabilmente per questo motivo quando con Manuel Olivares ci siamo conosciuti in una caldissima giornata estiva, appunto in un convegno sugli ecovillaggi in cui si è aperta la porta anche al “cohousing”, a lui è venuto in mente, credo intelligentemente, di aggiungere un capitolo dedicato a tale fenomeno nel suo testo sul vivere comunitario ed anche, in questo caso però avventatamente, di chiedermi un contributo sulla base dell’esperienza fatta come progettista e futuro abitante di un edificio in “cohousing” la cui realizzazione si sta ultimando in Emilia Romagna.
Ecco quindi un ulteriore parziale e soggettivo contributo da parte di chi, da alcuni anni, si occupa, professionalmente e non, di realizzare un’esperienza di  abitare che può rientrare nel concetto che stiamo trattando e che non crede tanto alla necessità di definire in maniera oggettiva cosa sia o non sia il “cohousing”, quanto in quella di dare un contributo a chi è interessato ad intraprendere (o solo a comprendere) percorsi di relazione tra le persone in grado di aumentare il proprio ed altrui benessere e nei quali l’abitare gioca un ruolo significativo.
Risulta infine evidente che per quanto concerne i primi casi concreti che stanno sviluppandosi, si tratta e si tratterà ancora per qualche tempo, di tentativi, caratterizzati certamente da tanti compromessi ed errori, ma che hanno il pregio di diventare prassi concreta, che non si fermano al rigido piano dei principi in nome dei  quali, a causa di visioni  radicali spesso funzionanti solo sul piano ideologico, si rinuncia alle relazioni, alla contaminazione, alla diversità e all’inclusività, veri motori dei processi di cambiamento.

2.    Il contesto italiano dell’abitare
La specificità nazionale italiana in relazione al tema dell’abitare, sia nell’accezione architettonica che sociologica, è il primo dato da tenere in considerazione per capire il sorgere e l’eventuale futuro diffondersi della pratica di un pensare alla propria casa in un modo non propriamente tradizionale quale il “cohousing”, mutuato da esperienze straniere ed interpretato in un contesto differente come quello a cui apparteniamo.
Tale contesto, da tener presente per cercare di comprendere cosa significa “cohousing” oggi in Italia e soprattutto cosa motiva a ricercare diverse forme di abitare rispetto a quelle più correntemente diffuse, riguarda infatti ambiti diversi, di carattere politico-economico, socio-culturale e territoriale-ambientale che manifestano, nella loro evoluzione, un momento di profonda crisi cui da più parti e per diverse motivazioni, si cerca di dare risposta.
Non si ha certo la pretesa in questa sede di analizzare approfonditamente tali aspetti (ampiamente noti e dibattuti nella letteratura specializzata), ma semplicemente di richiamare l’attenzione al complesso e variegato ambito in cui ci si muove parlando di “abitare” e a quell’approccio sistemico ed organico con cui bisogna mettere in relazione i diversi elementi in gioco, operazione che, in un breve testo, non può che essere solamente suggerita.
In un’ottica complessiva detti contesti possono essere visti come scenari di un processo di crisi di un modello di un’intera società, o, più semplicemente, di profonda trasformazione di un sistema che presenta problematiche non risolte e che quindi non raggiunge uno stato, seppur dinamico, di equilibrio.
Una domanda che sorge quindi spontanea è quella del chiedersi anzitutto perché ci sia necessità di individuare nuovi modelli abitativi, o perché quelli tradizionali non rispondono più alle esigenze attuali e da cosa sia generata tale evoluzione in un ambito, per noi Italiani, così culturalmente intimo, radicato e profondo come quello della casa.

2.1.    Il contesto socio-culturale
Il primo contesto che si ritiene utile richiamare è quello socio-culturale che vede la rapida trasformazione di modelli tradizionali familiari verso nuove forme e condizioni, che richiedono altrettante nuove risposte ai bisogni individuali e collettivi attuali.
Basti soltanto citare la trasformazione del nucleo familiare che, soprattutto nelle regioni del centro nord,  ha perso il tradizionale contesto del “clan”, trovandosi quasi sempre a vivere lontano dalla famiglia d’origine, con impegni lavorativi di entrambi i membri della coppia e la gestione dei figli (con oneri economici e difficoltà di accesso alle strutture per l’infanzia) alla quale spesso si aggiunge, nel tempo, quella dei genitori anziani e distanti.
Questi ultimi, a loro volta, si trovano frequentemente in situazioni di progressiva perdita di autonomia, con insufficienti risposte da parte del servizio pubblico sul territorio e conseguente accesso (anche questo assai costoso) a servizi domiciliari o a pensionati privati.
Si pensi inoltre a tutte le situazioni mononucleari (vedovi, divorziati, singles, …), ai genitori soli con figli, a situazioni problematiche dal punto di vista della salute psicofisica di alcuni componenti del nucleo, a necessità temporanee di aiuto, a necessità di integrazione in contesti socio-culturali differenti da quelli di origine, a gruppi culturali che rischiano di perdere la propria identità, ecc….
A questo si aggiunga che anche le fasce di popolazione che un tempo godevano di una certa autonomia gestionale ed economica, sono oggi investite da una recessione che mina conseguentemente anche  le relazioni interpersonali e rende via, via più vulnerabili i nuclei e le singole persone.
Quando tale situazione si incrocia con quella attuale di uno Stato sociale che aveva puntato sul welfare e che oggi, in fortissima crisi economica, con sempre maggior difficoltà, riesce ad offrire servizi adeguati, i nuclei familiari e le persone entrano spesso in crisi, perché soli o in rapporto con nuclei omogenei aventi gli stessi problemi.
Spazi e servizi dell’abitare pensati in maniera autonoma e individuale, diventano quindi un limite e non un privilegio come ipotizzato dall’approccio consumistico, portando alla insostenibilità di relazioni che spesso, al posto di reti di mutuo aiuto, un tempo consuete non solo nell’ambito del “clan” familiare, ma anche in quello del vicinato, crea solitudini, impossibilità di gestione dei problemi e, con i vicini, feroci conflitti (citiamo soltanto le riunioni condominiali?) o, nella migliore delle ipotesi, un anonimato ed una totale indifferenza per chi vive a fianco.

2.2.    Il contesto ambientale-territoriale
Il secondo contesto da tenere in considerazione è quello ambientale: la perdita dell’equilibrio naturale ecologico causata dall’uomo, incominciata con la rivoluzione neolitica e divenuta irrversibile con la rivoluzione industriale, evidenzia una crisi ambientale con note ricadute sia sull’ambiente che sull’uomo stesso .
Il problema della scarsità delle risorse da un lato e dall’altro della qualità dell’ambiente, la cui consapevolezza, almeno in campo scientifico, risale ormai ad alcune decine di anni fa, non vede ancora nella pianificazione del territorio e nella produzione edilizia, una sufficiente attenzione rivolta alla soluzione dei problemi, ma unicamente il successo (ed è già qualcosa) di azioni che in ogni modo devono prevedere per l’utenza un chiaro vantaggio economico, come nel caso degli incentivi sulle rinnovabili e del maggior valore del fabbricato con miglior prestazione energetica.
Da un lato salute e benessere (alimentazione, abitazione sana, …) e dall’altro minor impatto sulle risorse e sull’ambiente (consumo delle risorse limitate, suolo, energia, inquinamento, rifiuti, …), restano tuttavia un problema ancora aperto, nonostante i significativi passi in avanti fatti grazie al meccanismo sempre più cogente delle normative comunitarie e ad una lenta, ma costante crescita della consapevolezza e della sensibilità della popolazione (soprattutto quella giovane) anche se spesso ancora non coerente con gli stili di vita.
Ciononostante il fenomeno della cementificazione indiscriminata dettato dalla spinta speculativa che ha fino ad ora mosso il settore edilizio e un approccio nei fatti ancora troppo spesso legato ad una gestione “unidimensionale”, meccanicista e riduttiva del territorio, uniti ad una qualità media del patrimonio edilizio molto scarsa, costituiscono il negativo contributo del settore abitativo al problema ambientale italiano.

2.3.    Il contesto economico-finanziario
Il terzo contesto che risulta importante richiamare quando si tratta di abitazione è poi sicuramente quello strettamente circoscritto al concetto di casa, intesa nei termini più riduttivamente edilizi, di edificio, di “housing” privo di qualsiasi aggettivo o prefisso.
Può sembrare un tecnicismo, ma riflettere su tale contesto può risultare assai utile per una miglior comprensione delle necessità espresse dai “cohousers” e per questo motivo si ritiene opportuno richiamare in questa sede alcuni aspetti per una miglior comprensione della situazione attuale.
La particolarissima storia del settore edilizio in Italia dal dopoguerra ad oggi ha portato infatti ad una situazione fortemente problematica.
Anzitutto storicamente a tale settore non è mai stato attribuito l’unico scopo di produrre un sempre più ampio soddisfacimento quali-quantitativo della domanda di abitazioni, ma è stato oggetto di interessi diversi e con diversi obiettivi.
Dal secondo dopoguerra in avanti, il nostro Paese ha messo in atto politiche più propriamente edilizie che non abitative, a partire dagli stessi interventi pubblici, visti sia come “volano” dell’economia della ricostruzione italiana con funzione aggiunta di mediazione per la formazione professionale dal settore agricolo a quello industriale, motore di sviluppo economico, sia come occasione per la realizzazione di “teste di ponte” per l’urbanizzazione e la valorizzazione di aree inedificate e la conseguente creazione di plusvalore economico dei suoli.
Anche con gli interventi di edilizia residenziale pubblica non si è quindi puntato principalmente alla realizzazione di un parco di alloggi in grado di calmierare il mercato, ma, al contrario, ad una politica che spingesse verso la casa come bene di proprietà  (si legga in questo senso anche il riscatto in proprietà degli stessi alloggi di edilizia residenziale pubblica) e, cosa ancor peggiore, verso la casa come bene rifugio, legandola indissolubilmente al settore degli investimenti finanziari.
La forte domanda sostenuta in parte dalle effettive necessità abitative (aumentate a motivo della frammentazione del “clan” familiare e dell’ampliarsi delle necessità di spazi e servizi tipico della modernità), ma soprattutto dalla speculazione immobiliare, ha sicuramente contribuito ad una grave disattenzione della produzione al tema qualitativo delle abitazioni, affossando il settore ad un livello tecnologico in scarsissima evoluzione, generalmente assai arretrato sia nei processi che nei prodotti, sottolineando così soprattutto gli aspetti quantitativi (si pensi soltanto alla consuetudine di ridurre il prezzo di un’abitazione al suo costo per metro quadrato e a come ci farebbe sorridere applicare un parametro analogo – ad esempio i centimetri di lunghezza- per valutare il costo di un prodotto a più alta tecnologia come l’automobile!).
Ulteriore caratteristica “culturale” di tale approccio al tema abitativo è poi il pensare in forma consumistica alla soluzione dei problemi (chiaramente favorevole ad un accrescimento della domanda e dei consumi secondo le regole del vigente mercato) dotando le abitazioni di spazi, impianti e servizi il più possibile individuali (ricordiamo ad esempio la sottolineatura positiva, almeno fino a qualche tempo fa, della caratteristica dell’alloggio “termoautonomo”), dimenticando economie di scala, razionalizzazione e riduzione di costi di realizzazione e di gestione.
Peraltro resta evidente che, fatti salvi i casi privilegiati in cui si possa costruire una casa indipendente ed in proprietà, le possibilità dei futuri abitanti di poter intervenire in fase di progettazione o, almeno, di realizzazione, risultano ridotte a poche (e costose!) micro-varianti distributive o alle finiture (scelta di rivestimenti e pavimenti, e… dello zoccolino!).
Tale situazione, dal punto di vista della qualità prestazionale degli alloggi si sta modificando in parte e soltanto recentemente, soprattutto in ragione dell’introduzione, via, via più cogente, di norme relative al risparmio energetico degli edifici e della necessità di diventare sempre maggiormente competitivi in un mercato ormai dichiaratamente in crisi.
Il risultato complessivo vede oggi in Italia un patrimonio edilizio in gran parte obsoleto e di proprietà, con un mercato degli affitti poco concorrenziale, se non fosse per le recenti politiche bancarie, al mercato dei mutui ipotecari e che confonde, speriamo ancora per poco, investimenti speculativi e reali bisogni abitativi.
Il recente scoppio della bolla speculativa finanziaria, unitamente alla fortissima stretta creditizia operata successivamente dalle istituzioni bancarie (nella logica di operare solo come banche d’affari e non di credito), ha portato oggi ad una situazione di sostanziale stasi del mercato, con la presenza di un’ampia offerta (soprattutto di usato), una sempre più insolvibile domanda  di abitazioni in proprietà, ed un mercato degli affitti ancora molto debole, nel quale anche l’edilizia pubblica incide quantitativamente in maniera modesta ed esclusivamente sulle fasce più povere .
In buona sostanza si ha da un lato il problema di una richiesta, anche se sempre minore, di case in proprietà da parte di fasce limitate di popolazione che dispongono di capitali propri o di possibilità (sempre più scarsa) di accesso al credito, a fronte di una domanda esuberante e spesso ancora di scarsa qualità progettuale non fosse altro perché pensata in una logica “vecchia” di mercato per l’investimento e non per rispondere alle reali e moderne esigenze abitative; dall’altro fasce sempre maggiori di popolazione che non riescono più ad accedere al mercato della casa in proprietà e, ormai sempre più spesso, nemmeno al mercato dell’affitto.
Non va dimenticato infine che la crisi coinvolge anche l’offerta e tutto il settore imprenditoriale ad essa collegato, con situazioni drammatiche dovute a rischi d’impresa sempre più elevati, mancati pagamenti e azioni imprenditoriali in acquisto effettuate con mercato alto ora da confrontare con uno in recessione che comportano come risultato disoccupazione, rischio di aumento del lavoro “in nero” e quindi aumento dei problemi sociali.
Altra caratteristica dell’edilizia italiana è che quasi sempre è inserita in un sistema di pianificazione urbanistica e del territorio anch’esso guidato dai criteri sopra espressi, che ha quindi spinto in maniera molto forte verso la realizzazione di interventi di espansione.
A partire da problematiche antiche come quella che lega la possibilità della pianificazione alle possibilità dell’esproprio da parte delle Pubbliche Amministrazioni, il suolo è stato considerato per lungo tempo una pura merce che ha visto soprattutto durante gli ultimi “boom” edilizi, il convergere degli interessi delle stesse Pubbliche Amministrazioni che hanno individuato nella corresponsione degli oneri di urbanizzazione da parte dei privati un modo molto facile di “far cassa”, ottenendo così un gettito “una tantum” utile, nel migliore dei casi, per la realizzazione di alcune opere pubbliche durante il mandato quinquennale dell’amministrazione locale, ma in cambio di una presa in carico “ad perpetuum” di infrastrutture i cui costi di manutenzione vengono rimandati ad un futuro prossimo, ma in ogni caso in carico all’amministrazione successiva.
Anche questo spiega quindi come la pianificazione abbia sempre puntato sulle grandi espansioni e come gli uffici tecnici comunali abbiano favorito il rilascio di autorizzazioni che hanno portato ad una progressiva ed impressionante cementificazione del territorio con un grado di espansione delle città mai visto in millenni di storia urbana.
Non approfondiamo poi in questa sede il devastante demagogico costume politico dello Stato di concedere con puntuale straordinarietà i condoni edilizi, con sanatoria della quasi totalità degli abusi commessi (le demolizioni per abuso nel nostro Paese sono sempre rimaste un tabù).
Il territorio è stato ridotto quindi troppo spesso a semplice spazio fisico, a “retino” colorato sulle tavole dei diversi strumenti urbanistici, perdendo quella multidimensionalità complessa che lo caratterizza nella realtà, fatta di soggetti e relazioni  sociali, economiche ed ambientali. E’ stato quasi sempre gestito non con l’obiettivo del bene comune, ma come opportunità, sia per singoli privati  che per lobbies organizzate, di realizzare facili e cospicui guadagni, accontentando acquirenti che vedevano il proprio capitale investito rendere in maniera soddisfacente (“il mattone non tradisce”), amministratori che riuscivano a realizzare opere pubbliche a memento del proprio passaggio, imprese con margini di guadagno sostenuti da una domanda apparentemente inesauribile, proprietari di terreni agricoli che vedevano il proprio campo di frumento trasformarsi, grazie ad una semplice coloritura su un foglio di carta presente in Comune, in una piccola miniera d’oro, politici che gestivano le stesse coloriture in modo da favorire gli interessi di chi rappresentavano, istituti di credito che guadagnavano su prestiti fatti ad imprese ed acquirenti e così via.
Oggi tutto questo meccanismo si è infine inceppato, la crisi che attraversa il settore non ha l’aria di essere una ciclica e prevedibile crisi congiunturale, ma tutto il sistema, sociale, ambientale ed economico (non solo italiano, ma globale), pare soffrire di una crisi strutturale che richiede sempre più chiaramente e per tutti i soggetti coinvolti nel settore un cambio di paradigma, alla ricerca (e qui nessuno ne ha mai avuto esperienza) di nuovi modelli che, con una buona dose di ottimismo, possiamo vedere come opportunità di cambiamento in meglio per il futuro nostro e delle generazioni che verranno, fino al raggiungimento di un equilibrio del sistema perso ormai da troppo tempo, da quando cioè si è creduto insapientemente che le risorse a nostra disposizione fossero infinite e che la nostra felicità fosse esclusivamente riposta nelle possibilità date dalle nostre finanze.

3.    Il “cohousing”: una risposta al tema dell’abitare
Per quanto sopra richiamato pur in forma assai sintetica ed incompleta,  ma sufficiente per intuire la complessità del tema dell’abitare nell’attuale contesto nazionale, meglio si può comprendere la finalità che accomuna le esperienze di “cohousing” in Italia.
In alcuni ambienti culturali, caratterizzati da un tradizionale impegno politico, sociale o ambientale, le problematiche emergenti dai tre contesti sopra citati, sono viste convergere nell’obiettivo di ricercare soluzioni abitative che possano creare relazioni di mutuo aiuto, inclusività e servizio al territorio, unitamente all’attenzione alla salute, ai consumi e all’impatto sull’ambiente, ma con una forte attenzione anche all’accessibilità economica a tali soluzioni e quindi al rapporto costi-benefici.
Ciò che pare accomunare chi è interessato al vivere in “cohousing” è dunque anzitutto la maturazione di una consapevolezza ampia e complessiva delle problematiche in gioco e la scelta di affrontarle collettivamente, attraverso la realizzazione di reti di relazioni che utilizzano il canale fiduciario ed il patto di fiducia per regolare i propri rapporti, passando così dalla logica del “ non fidarsi è meglio” a quella del “fidarsi è bello”.
Non bisogna poi dimenticare che anche il settore produttivo ed imprenditoriale, unitamente a quello accademico e professionale (ed in Italia sono stati i primi), vede in questa risposta aprirsi un nuovo modo di pensare l’abitare e quindi di poter esercitare la propria attività in  un settore in crisi ed in rapida trasformazione.

3.1.    Finalità ed obiettivi del progetto di “cohousing” (perché)
Le esperienze di “cohousing” in Italia – realizzate o di progetto – si identificano quindi, come è stato detto, nel tentativo di dare una risposta concreta al problema dell’abitare ma, generalmente, con  un’apertura ed un approccio sistemici volti a comprenderne i legami con gli ambiti sociali, economici ed ambientali per il perseguimento di una finalità più generale che si potrebbe individuare sinteticamente in un tentativo di “vivere/abitare in modo sostenibile”.
La finalità della sostenibilità si declina quindi nelle varie realtà di “cohousing” in diversi obiettivi, che in maniera ricorrente si ritrovano nella documentazione di intenti prodotta in fase di progetto e che possono schematicamente essere ordinati secondo l’ormai condiviso e diffuso concetto (pur sempre discutibile) della sostenibilità ambientale, sociale ed economica.
In particolare gli obiettivi della sostenibilità ambientale si riassumono nella possibilità di vivere in abitazioni bioecologiche, dove cioè si pone attenzione alla qualità edilizia e alla salubrità dei materiali, alla fruibilità e alla percezione degli spazi, abitazioni che siano anche ecocompatibili e quindi a basso consumo energetico e ridotto impatto ambientale in ordine alle emissioni in atmosfera, al ciclo dell’acqua, al ciclo dell’energia (uso di fonti rinnovabili), al ciclo di vita dei materiali (preferibilmente naturali), all’uso dei suoli.
La sostenibilità sociale si declina invece attraverso l’indicazione di obiettivi riguardanti la solidarietà e l’attenzione al vicinato tramite il mutuo aiuto (sia nelle situazioni di bisogno quotidiane che in quelle straordinarie), la creazione di relazioni interpersonali e fra i nuclei degli abitanti prima dell’insediamento (vicinato elettivo) e quindi la possibilità di definire con precisi percorsi partecipativi, spazi e servizi sia privati che collettivi, fino ad individuare le caratteristiche finali che dovrà avere il “prodotto” casa. E’ molto importante sottolineare che gli abitanti interpretano sempre tali obiettivi considerandoli rivolti a creare relazioni non solo interne, ma anche con il territorio di appartenenza, offrendo servizi e/o uso di spazi alla collettività e vedendo nei processi caratterizzati da inclusività,  scambio e partecipazione, un mezzo indispensabile per migliorare il proprio ed altrui benessere.
La sostenibilità economica si vuole concretizzare normalmente ponendosi l’obiettivo di assicurare, trattandosi quasi sempre di un acquisto in proprietà, un investimento equo e garantito in grado di ottenere, rispetto al mercato corrente, un rapporto qualità-prezzo significativamente più alto, attraverso un diretto controllo degli appalti, acquisti collettivi, attenzione ai futuri costi di gestione e manutenzione dell’abitazione; il prezzo si intende poi verificabile attraverso la trasparenza nella formulazione dei costi, coinvolgendo spesso anche le imprese costruttrici ed i fornitori in relazioni e patti di fiducia. Questi ultimi soggetti infatti, anche in ragione della crisi in essere nell’edilizia,  vedono con interesse tale modalità, che può garantire la forte riduzione o addirittura l’annullamento del rischio d’impresa, poiché gli alloggi sono quasi sempre già tutti assegnati e venduti fin dall’inizio del processo produttivo (o, perlomeno, sono in carico alla committenza), aprendo così la strada ad una possibile inversione del tradizionale rapporto domanda-offerta nel settore edile, dove le abitazioni erano solitamente e paradossalmente progettate e realizzate per chi le produceva e vendeva e non per chi le comprava ed andava ad abitare.
Abbracciando tali finalità ed obiettivi l’esperienza del “cohousing” si aggiunge quindi alle numerose altre esperienze e modalità che già da tempo hanno tentato e tentano di dare risposta ai diversi elementi di crisi emergenti nel campo dell’abitare, alcune affrontando problemi settoriali o specifici (la disabilità, la povertà, l’infanzia, la vecchiaia, …), altre facendo riferimento a visioni e pratiche con più ampi richiami ideologici o anche religiosi.
Si pensi in questo senso alle significative esperienze del cooperativismo (soprattutto quello che ha visto le origini negli anni ’70), a quelle degli ecovillaggi, dei condomini solidali e delle diverse comunità familiari e non, che hanno fatto la storia della solidarietà e del mutuo aiuto sui nostri territori.
Quali dunque possono essere individuati come tratti caratterizzanti il “cohousing” nel nostro Paese o quali le possibili sovrapposizioni e gli intrecci con esperienze che partono da finalità molto simili come quelle sopra elencate?
Non si ritiene tanto interessante in questa sede rispondere alla domanda rifacendosi alla casistica ormai storica dei Paesi anglosassoni ed oltreoceano dove welfare, politiche abitative, condizioni economiche e relazioni sociali risultano essere notevolmente differenti da quelle italiane, quanto tentano di proporre un’analisi per ora forse meno sistematica, ma più consona alle nostre specificità.
Il “cohousing” si può distinguere dalle esperienze precedenti in primo luogo per essere uno strumento o una modalità per dare risposte concrete, ma coerenti, alle problematiche dell’abitare intese nel loro complesso e nelle diverse componenti e sfaccettature e non solamente limitate alla realizzazione del prodotto come per le cooperative di costruzione.
Verrebbe inoltre da pensare alla proposta del “cohousing” più come ad uno “stile di vita” che non ad una “scelta di vita” come può essere la comunità o l’ecovillaggio, senza peraltro escludere che queste forme di convivenza possano a loro volta utilizzare od essere inserite all’interno di un “cohousing”.
Ulteriore caratteristica della maggior parte delle esperienze italiane è l’attenzione rivolta al contesto sia ambientale che sociale in cui si inserisce l’intervento. Si tratta quasi sempre di una apertura al territorio che si concretizza nelle forme più diverse, mettendo a disposizione spazi e servizi non solo per gli abitanti, ma anche per il vicinato, il quartiere e la collettività.
Quest’ultimo tratto distintivo risulta importante sottolinearlo, secondo chi scrive, per escludere dal considerare il “cohousing” similare a quelle esperienze, soprattutto nordamericane, ma in fase di attecchimento e diffusione anche in Italia, che possono essere ricomprese nelle cosiddette “gated communities”, caratterizzate cioè dalla “recinzione” che, sia fisicamente che metaforicamente, viene realizzata per separare le abitazioni e in qualche modo difenderle, dal contesto territoriale e sociale in cui insistono. Si manifesta in queste modalità abitative un chiaro intento di perseguire l’esclusività e la preservazione e non l’inclusività, il dialogo e la contaminazione con l’intorno. Tale esclusività viene in qualche modo garantita dalla recinzione, a volte addirittura sorvegliata elettronicamente o da guardie private, ma anche celebrata da strutture, come per esempio piscine, campi da tennis, verde attrezzato, che non sono aperte al pubblico e spesso percepite come lussi a cui solo pochi possono accedere, in aperto contrasto con gli ideali di solidarietà, sobrietà e corretto uso delle risorse che muovono le realizzazioni in “cohousing”.
Non si concorda quindi con chi ritiene che questa differenziazione sia modesta e trascurabile , ma all’opposto la si considera tratto essenziale e distintivo di due interventi simili per alcuni aspetti (relativi alla ricerca del benessere degli abitanti), ma assolutamente diversi negli approcci e nelle finalità (benessere per il territorio, cambiamento, relazione, sistemicità, …).
Si condivide al contrario il punto di vista di chi ha definito il “cohousing” in Italia una delle forme di abitare “terre di mezzo”  esplicitando però che si tratta (e questo pare essere il vero grande limite e quindi la sfida futura del “cohousing” italiano) di una risposta al momento accessibile solo da parte di quelle fasce di popolazione che da un lato non sono completamente escluse dal mercato della casa (ed in particolare dell’acquisto in proprietà), dall’altro non possono (o non desiderano) risolvere individualmente il problema abitativo.
Ecco quindi che oltre all’approccio sistemico per la ricerca della sostenibilità si aggiunge un’altra importante caratteristica distintiva, ovvero che gli abitanti possano godere di disponibilità economiche in grado di affrontare i costi di un intervento edilizio, ma anche di una formazione culturale, o meglio dalla maturazione di una profonda consapevolezza dello stato di crisi della situazione sociale, economica ed ambientale, che portino ad individuare in un processo collettivo e partecipato la miglior risposta per la soluzione dei propri ed altrui problemi.
Infatti ulteriore tratto specifico della realtà nazionale è che, al momento, l’assenza di una efficace politica abitativa pubblica ha portato, come ovvia conseguenza, all’assenza di una offerta pubblica di edifici in “cohousing”, ma solo, al massimo, di un recepimento (spesso faticoso) di questa pratica attraverso lo strumento della convenzione.
Risulta perciò evidente che si debba ammettere per onestà intellettuale, che si tratta, per ora, di esperienze elitarie per censo e per cultura, alle quali settori importanti della popolazione potenzialmente interessati (si pensi per esempio ai giovani), non possono al momento accedere fintanto che da un lato il mercato o, meglio ancora, politiche pubbliche della casa, siano in grado di creare condizioni economiche più favorevoli, dall’altro le esperienze in corso dimostrino alla prova dei fatti la validità del modello proposto ed inneschino un progressivo processo di diffusione, riproduzione e perfezionamento.

3.2.    Gli attori nel progetto del “cohousing” (chi)
Definito il perché della pratica del “cohousing” e prima di approfondire il “cosa” si realizza in esperienze del genere, si ritiene opportuno rimarcare che uno degli indicatori adottabili per distinguere le diverse esperienze, possa essere il soggetto che promuove l’iniziativa (developer) ed i percorsi o processi che vengono conseguentemente messi in atto.
Infatti abbiamo visto che nel settore abitativo diverse sono le figure che intervengono nei processi realizzativi (e a volte anche di successiva gestione) e queste sono tra loro interrelate da rapporti economici, normativi e contrattuali complessi e diversificati e che, anche se si pongono al centro dell’intero processo i futuri abitanti, attorno ad esse ruota una serie articolata di altri importanti attori e fattori che possono determinare diversi esiti finali.
Avendo definito il “cohousing” come uno “strumento”, questo può evidentemente essere promosso da soggetti diversi dagli stessi abitanti, aventi ruoli e finalità differenti, ma pur appartenenti a quella che potremmo definire la “filiera dell’abitare”.
Risulta quindi interessante verificare come, a seconda di quale sia il soggetto promotore del “cohousing” e di come si attuino i processi, gli stessi prodotti edilizi si possano differenziare in base alle diverse sequenze compositive della filiera.
Di seguito si citeranno quindi solo alcune, quelle storiche e più significative, delle possibili “configurazioni” del sistema.

3.2.1.    Il ruolo dei soggetti privati
Ad importare nel nostro Paese non tanto la pratica del vicinato elettivo, che in Italia aveva già maturato una lunga esperienza nei casi citati di cooperativismo abitativo, autocostruzione o comunità familiari (ad esempio i condomini solidali), ma il termine e quindi il più specifico concetto di “cohousing”, non sono stati i gruppi spontanei, dal basso, di abitanti, che oggi stanno sempre più diffondendosi, quanto il mondo accademico-universitario unitamente al mondo imprenditoriale , spinti dal comune interesse di ricercare nuove forme di abitare meglio adatte, rispetto a quelle del mercato tradizionale, a rispondere alle esigenze emergenti non ancora espresse esplicitamente dalla domanda, ma probabilmente in essa inconsapevolmente latenti.
Tale operazione di stimolo al mercato, vista oggi come molto simile al modello di cohousing nordamericano e quindi interpretata da alcuni gruppi spontanei di base come semplice operazione imprenditoriale, cioè di “business”, ha tuttavia anche offerto, secondo chi scrive, diversi contributi positivi.
Anzitutto tale esperienza ha avuto il merito culturale della diffusione del concetto stesso di “cohousing” nel nostro Paese; merito certo da condividere con l’edizione di uno dei primi testi sull’argomento pubblicati in Italia , ma che ha permesso di dare riferimenti ed in qualche modo un nome, anche ai modelli, ancora non chiaramente definiti, in corso di elaborazione da parte dei gruppi spontanei, che in qualche modo in quel concetto si sono riconosciuti.
Altro merito innegabile è stato poi, soprattutto, quello di realizzare per la prima volta concrete esperienze sul nostro territorio, con la conseguente messa a punto di strumenti idonei a gestirne i processi partecipativi.
Infatti il processo attuato da tale iniziativa, che oggi vede anche altre proposte analoghe, da un lato dimostra che ci può essere un interesse concreto da parte del mondo imprenditoriale (stimolato o appoggiato da quello accademico e anche da quello pubblico) a proporre questo diverso modo di abitare, dall’altro però anche la necessità che, come per ogni altro attore del processo, sia indispensabile garantire sempre quelle caratteristiche di condivisione, partecipazione, trasparenza, patto di fiducia, inclusività e rapporto col territorio che differenziano, a nostro modo di vedere, il “cohousing” dalle altre forme abitative.
Imprenditori proprietari di immobili, ma anche costruttori o produttori di edilizia prefabbricata (si pensi per esempio alla tecnologia in rapida diffusione delle costruzioni in legno) stanno diventando soggetti estremamente sensibili ed attenti al fenomeno di cui stiamo trattando.
Anche un certo settore dei professionisti si avvicina con interesse (a volte sincero a volte strumentale) al “cohousing”, dove si possono far convergere quelle pratiche progettuali che il mercato tradizionale non sempre è stato ben disposto ad accogliere, come quelle della bioedilizia, di un interesse ai temi ambientali che andasse oltre a quanto richiesto dalle norme, a tipologie edilizie e tecnologie innovative, all’attenzione alle problematiche sociali.
Si registrano quindi anche casi in cui il mondo professionale ed imprenditoriale stessi si fanno promotori, congiuntamente, di iniziative in “cohousing”.
Comunque sia, quando “developer” dell’iniziativa non è il gruppo degli abitanti, ma un soggetto imprenditoriale, il processo può articolarsi su diverse sequenze, partendo da un immobile già in proprietà (terreno o edificio preesistente che sia) da offrire al mercato o dall’individuazione del gruppo di abitanti a cui offrire un processo che porti poi alla realizzazione del fabbricato in “cohousing”.
In ogni caso in questa modalità gli ostacoli principali sono da individuarsi nel “reclutamento” dei futuri abitanti che non sono già in relazione tra loro, ma vanno accompagnati nel percorso di reciproca conoscenza, nel garantire la partecipazione in tutte le fasi del processo e soprattutto in quelle di progetto, senza cioè ancora una volta tradire quei principi più sopra espressi che garantiscono l’autenticità dell’intervento e non lo assimilano piuttosto ad una normale operazione immobiliare o di intervento esclusivo.

3.2.2.    Il ruolo dei gruppi di abitanti
La difficoltà del reclutamento si può riscontrare tuttavia anche in filiere articolate diversamente.
Quando ad esempio a promuovere l’iniziativa si trova ad essere un’associazione che ha come scopo la promozione e diffusione del “cohousing”  spesso le difficoltà a realizzare esperienze concrete diventano da un lato l’individuazione dell’immobile, dall’altro e con le stesse caratteristiche e rischi, quella della formazione di gruppi e del “reclutamento” degli abitanti.
Forse per questo motivo, oltre all’iniziativa milanese, le poche altre realtà che stanno avendo esiti concreti nel Paese, presentano una sequenza diversa, che parte dal basso, dall’iniziativa degli stessi abitanti.
Si tratta di persone che, come si diceva, appartengono a quella fascia di popolazione che per cultura e possibilità economiche, sulla base di esperienze incontrate, interessi culturali, stili di vita, vuole e può permettersi di pensare al “cohousing” come alla risposta adatta al proprio problema abitativo ed al proprio stile di vita.
La filiera si articola quindi in modo ancora diverso, perché in questo caso si parte da un gruppo già motivato che via, via cerca di dotarsi degli strumenti, competenze, consulenze che gli consentiranno di realizzare il proprio sogno abitativo.
Anche qui esistono poi diverse varianti dello stesso modello, determinate da scelte diverse di percorso che il gruppo si trova a dovere, o a potere fare, sulla base delle condizioni in cui si trova ad operare.
Una prima variabile può essere individuata nella presenza all’interno del gruppo di diverse competenze specifiche, che possono andare da quelle tecnico-professionali per la gestione degli aspetti progettuali della realizzazione, a quelle finanziarie e fiscali per la gestione degli aspetti amministrativi fino a quelle sociologiche e di animazione per la gestione dei processi partecipativi e di consolidamento delle relazioni di gruppo. Incorporare o meno tra gli abitanti alcune figure professionali utili al processo, sicuramente crea dinamiche diverse rispetto a quelle che si creano con i professionisti esterni, con esiti a volte positivi, altre volte di complicazione ed ambiguità delle relazioni.
Una seconda variabile assai importante nel processo, in virtù delle problematiche che ne possono conseguire, è data dal momento in cui si va ad individuare l’immobile.
L’iniziativa può infatti partire dalla proposta di futuri abitanti che già dispongono  di un terreno edificabile o di un fabbricato idonei e che li “offrono” al gruppo, oppure dalla “occasione” di immobili che un gruppo promotore (ancora non coincidente con la totalità dei futuri abitanti) individua sul territorio. In questo caso ci si trova nella situazione analoga, già vista prima, di dover “reclutare” un numero di “cohousers” in grado di occupare tutti gli spazi previsti e a disposizione e che condividano le finalità, ma anche dispongano di idonei capitali  per rendere fattibile l’iniziativa. In questi casi la problematica principale può consistere proprio nel raggiungimento di quel numero di aderenti che consenta, dal punto di vista finanziario, di attuarla.
Caso diverso è quello invece in cui il gruppo di abitanti prima si definisce e si consolida e successivamente ricerca un immobile in grado di soddisfare le esigenze del gruppo, facendo coincidere  il numero dei partecipanti all’iniziativa a quello dei componenti il gruppo promotore . In questo caso le difficoltà sono nell’individuazione di un immobile adatto a soddisfare le diverse esigenze.
Ad accomunare tutte le esperienze che partono dal basso è comunque il problema della gestione delle richieste di entrata, ma soprattutto le eventuali necessità di uscita dal gruppo che si possono manifestare a processo avviato e che possono destabilizzare e snaturare non solo gli equilibri relazionali interni (per esempio riducendo eccessivamente il numero dei partecipanti o introducendo esigenze diverse da quelle inizialmente individuate), ma soprattutto la stabilità economica dell’iniziativa, rischiando da un lato di togliere la possibilità di “sfilarsi” dal processo da parte di chi ne avrebbe bisogno e dall’altra, da parte di chi resta, di doversi assumere un onere economico aggiuntivo, in una situazione già di per sé economicamente impegnativa, a copertura degli impegni presi con le controparti.
Tale problematica resta in qualche modo presente anche a processo costruttivo terminato nei casi in cui il gruppo degli abitanti abbia optato per la proprietà indivisa dell’immobile o per soluzioni tipologiche che si differenziano in maniera significativa da prodotti accettabili da parte del mercato corrente.
Una scelta possibile, meno radicale e più prudenziale, può essere individuata in quei percorsi che vedono i “cohousers” affidare il processo produttivo ad un soggetto terzo, quasi sempre una cooperativa di abitanti preesistente, in modo da scaricare su di essa, oltre alle incombenze della gestione amministrativo-finanziaria di questa parte del processo, anche quel rischio d’impresa che il gruppo non sarebbe in grado o non desidererebbe sostenere.
In questa formula ovviamente tali rischi e tale gestione avranno un costo per gli abitanti, ma non costringeranno a costituire una realtà economica nuova, come ad esempio una cooperativa, in cui assunzione di responsabilità e necessità di esperienza professionale non mancano. Con questa stessa formula va considerato inoltre che si rende indispensabile un accordo con il soggetto esterno realizzatore che permetta al gruppo di abitanti di poter ugualmente controllare tutto il processo produttivo, dalla progettazione alla realizzazione, dalla trasparenza nell’affidamento di appalti alla determinazione dei costi, solitamente attraverso l’individuazione di professionisti di fiducia e di imprese e fornitori individuati di comune accordo.
A margine di queste riflessioni non bisogna poi dimenticare il ruolo che, nella filiera dell’abitare, stanno giocando i soggetti preposti tradizionalmente al finanziamento. Come si è già detto, attualmente il settore edile non incontra più gli interessi degli istituti bancari che si sono quasi tutti trasformati in banche di affari e che dunque inseguono via, via i mercati più redditizi trascurando ora quello delle abitazioni, assai in crisi, che non vede più la presenza (salvo pochi casi) di banche di credito; tale situazione crea non pochi problemi alle imprese costruttrici ed ai futuri abitanti che vedono il processo bloccarsi in partenza nel caso in cui solo qualcuno dei partecipanti all’iniziativa non possa disporre di finanze sufficienti e debba accedere al credito.
Infine relativamente alle caratteristiche dei gruppi di abitanti, queste si presentano abbastanza variegate dal punto di vista dell’età dei partecipanti e della composizione del gruppo familiare, presentando singles giovani e meno giovani, coppie giovani, coppie con figli piccoli o già grandi, coppie di pensionati o singles con prole, mentre a tale eterogeneità si contrappone una maggiore omogeneità circa il livello di preparazione culturale (medio alto) e di disponibilità economica (classe media).
Come già richiamato si rileva infine l’interesse marcato di una sempre più ampia fascia giovanile per ora esclusa dalla possibilità di attuare progetti in “cohousing” per ragioni di carattere economico.

3.2.3.    Il ruolo dei soggetti pubblici
La differenza più rimarchevole nei confronti delle esperienze estere e soprattutto nordeuropee di “cohousing”, risulta comunque essere quella del ruolo giocato dallo Stato e dalle Pubbliche Amministrazioni locali.
A livello nazionale infatti, in coerenza con quanto inizialmente descritto circa la sostanziale mancanza di una seria politica della casa, la formula del “cohousing” o di qualche altra forma di abitazione cui si possa anche lontanamente far riferimento, non trova traccia in documenti ufficiali né tantomeno nella normativa vigente.
Le tematiche relative al problema abitativo ed edilizio sono demandate di fatto nel nostro Paese alla gestione nei singoli territori con ampie deleghe alle Regioni e ai Comuni, con qualche intervento a livello provinciale.
Fatto salvo il recente caso della Regione Toscana, da tempo attenta al fenomeno che stiamo analizzando , con la promulgazione bando con stanziamento finanziario a favore delle iniziative di “cohousing” , della Regione Campania e della Regione.
Tali bandi possono prevedere stanziamenti per  la realizzazione di alloggi in edilizia convenzionate oppure riguardare la graduatoria per l’assegnazione di alloggi pubblici
Le rimanenti iniziative pubbliche, quando ci sono, fanno riferimento a sporadiche esperienze, perlopiù di bandi comunali , che puntano (e nel contesto descritto pare già tanto!) ad offrire terreni a prezzi calmierati rispetto al libero mercato, tramite la stipula di convenzioni con i soggetti vincitori che richiedono ai “cohousers” impegni di diversa natura a favore del territorio. Tali impegni possono riguardare la manutenzione di aree verdi pubbliche, l’offerta di servizi sociali, di animazione o di accoglienza, ecc…
Altri Enti pubblici, tuttavia, incominciano sempre più a manifestare interesse per esperienze abitative affini al “cohousing”, in quanto tale modalità abitativa coniuga in maniera dichiarata i problemi edilizi con quelli sociali cui sempre più spesso tali Enti, nati per la gestione del patrimonio edilizio abitativo pubblico, si trovano a fare i conti. Questo interesse, che nasce principalmente da chi vive a stretto contatto con situazioni di povertà e disagio sempre più pressanti ed in espansione con cui doversi in qualche modo confrontare, si manifesta quasi sempre come un bisogno da parte degli Enti di vedere nascere concrete iniziative che hanno a che vedere con la gestione delle relazioni di vicinato tra gli abitanti e con il ”social housing” e quindi, in qualche modo, anche con il “cohousing” e che si possano affiancare ad alcune altre già in atto .
Purtroppo, però oltre alla scarsità di politiche “attive” per favorire processi volti ad affrontare il problema abitativo da parte della Pubblica Amministrazione o di Enti pubblici o semipubblici si riscontrano problematiche, spesso di natura normativa, che non solo non incentivano, ma addirittura contrastano iniziative come il “cohousing”.
La normativa edilizia ed urbanistica vigenti nelle diverse realtà regionali e comunali sono infatti in qualche modo “figlie” di quel contesto edilizio di cui si è trattato e conseguentemente applicano spesso norme molto restrittive, nate per contrastare gli interventi speculativi, che non contemplano e quindi per nulla si possono adattare alle nuove istanze emergenti poste dai “cohousers”.
Questi, unitamente ai progettisti da loro incaricati, si trovano a dover aprire nuove strade che spesso si trasformano in lunghissimi iter tecnico-politici che aggravano le tempistiche ed i costi del già lungo ed oneroso processo di realizzazione di un “cohousing”.
L’iter si può così inceppare nell’interpretazione di una norma relativa al come si conteggiano le superfici accessorie in un progetto, o nel come considerare gli spazi a soggiorno comuni, piuttosto che sulla discussione se e come si può ammettere l’autocostruzione parziale o totale dell’edificio, o di come considerare l’utilizzo di materiali non tradizionali, ecc… ritardando i tempi di rilascio delle autorizzazioni o chiedendo via, via costose varianti ai progetti.
Si registrano poi difficoltà di rapporto con altri Enti che, per esempio ostacolano la concreta realizzazione di gestione condivisa di alcuni servizi, come le erogazioni di energia elettrica e gestione degli impianti di produzione di energia pensati come condominiali e non come singole utenze, con norme che considerano gli impianti fotovoltaici di dimensioni ragguardevoli (in quanto collettivi e volti a soddisfare il fabbisogno energetico dell’edificio) alla stregua dei grandi produttori di energia e quindi applicando la fiscalità delle imprese e via di seguito.
Analizzando i soggetti pubblici infine si rileva come gran parte del mondo accademico (in particolar modo le facoltà di architettura e sociologia del Paese), se da un lato dimostra sempre più attenzione al fenomeno del “cohousing”, registrabile dall’ampio numero di tesi di laurea e di dottorati di ricerca e di partecipazione a convegni e seminari, dall’altro non abbia ancora maturato un ruolo di propositore attivo, eccezion fatta per il già citato caso milanese attuato in accordo con soggetti privati.

3.2.4.    Il ruolo delle reti e delle filiere
Per tutti i motivi sopra descritti si può ben comprendere come in Italia si assista da un lato al fiorire e rapido diffondersi di iniziative seriamente interessate al “cohousing”, ma anche come, per motivi di eccessivo protrarsi delle tempistiche di attuazione o per motivi di natura finanziaria, oltre a motivi relazionali tra i componenti dei gruppi, si annoverino poche esperienze che siano effettivamente giunte alla fase di realizzazione, mentre molte altre si esauriscano o, nella migliore delle ipotesi, si blocchino nel tentativo di ricerca di immobili, abitanti, finanze o soluzioni normative.
Tuttavia, nonostante la fatica di tale situazione, si possono oggi intravvedere alcuni percorsi forieri di speranza per chi volesse cimentarsi in avventure tanto appassionanti quanto faticose come quella che stiamo trattando.
A livello nazionale si è costituita una rete delle iniziative di “cohousing” che vede l’adesione di associazioni, esperienze già avviate, altre in fase di realizzazione ed altre ancora in fase di progetto  volta a promuovere il “cohousing” ed a sostenerlo, attraverso la messa in comune delle esperienze, la condivisione delle soluzioni, la creazione di banche dati e documentazione per rendere disponibile il patrimonio di esperienze maturate.
Altrettanto interessante pare infine la prospettiva che si sta aprendo, per esempio in Emilia Romagna, di inserire il “cohousing”, ma più in generale tutte quelle forme di abitare che hanno a che vedere con gli obiettivi della sostenibilità sociale, economica ed ambientale, nel più ampio contesto dell’economia solidale, per costituire dei tavoli di lavoro ai quali si possano sedere tutti i soggetti attori di quella “filiera dell’abitare” che in qualche modo deve rispondere al problema casa nell’attuale contesto. A questi tavoli potrebbero così partecipare, interpretando al meglio il proprio ruolo, gruppi di abitanti, Pubbliche Amministrazioni, imprese fornitrici e costruttrici, cooperative, istituti di credito, professionisti, accomunati da una nuova visione dell’abitare sostenibile da realizzarsi secondo pratiche partecipative, di trasparenza e di patti fiduciari e nell’interesse comune.

3.3.    Il processo nel  progetto di “cohousing” (come)
Nelle esperienze di “cohousing” italiane realizzate ed in quelle in via di realizzazione, si può ritrovare, indipendentemente dai soggetti promotori, una certa omogeneità di processi, pur con le dovute specifiche differenziazioni.
In particolare si è assistito al ripetersi di alcuni passi compiuti un po’ da tutte le realtà attive come di seguito sinteticamente riportato.
Una delle prime attività che vengono proposte ai gruppi di abitanti dal developer, o che gli stessi aspiranti “cohousers” svolgono in autogestione, sono dei momenti di conoscenza reciproca, attuati normalmente in incontri anche prolungati e con l’intervento di facilitatori che accompagnano il processo.
Quando il gruppo è almeno in parte stabilizzato, una seconda tappa è solitamente costituita dalla somministrazione di un questionario che indaga le esigenze dei nuclei e delle persone partecipanti e che è in grado di fornire utili indicazioni per l’approfondimento della reciproca conoscenza, per l’analisi delle esigenze relative a spazi e servizi sia privati che collettivi, e per aumentare il grado di consapevolezza circa le diverse problematiche da affrontare. Ovviamente vengono poi esplicitate anche le disponibilità economiche o, nei casi presentati da soggetti diversi dagli abitanti, i costi dell’offerta ed i vincoli dati dagli immobili se già precedentemente individuati.
Dalla elaborazione dei risultati del questionario i partecipanti normalmente desumono, per affinamenti successivi, finalità ed obiettivi del loro percorso che si traducono molto spesso in quella che viene definita la “carta d’intenti” che permetterà al gruppo di mantenere l’orientamento verso le mete dei “desiderata” privati e collettivi individuati.
Le carte d’intenti si richiamano spesso a principi molto generali come quelli della sostenibilità o ad approcci più specifici e settoriali, a seconda delle caratteristiche del gruppo, divenendo a volte l’allegato principale della eventuale associazione che i futuri “cohousers” spesso costituiscono anche prima di incominciare la fase realizzativa.
Carta d’intenti ed associazione possono essere quindi in alcuni casi il prodotto che il gruppo iniziale offre ad eventuali altri aspiranti per definire la spinta ideale ed un eventuale primo impegno di percorso comune.
Queste due prime fasi hanno normalmente una tempistica variabile a seconda delle reali esigenze abitative e volontà di concretizzare l’iniziativa, ma possono tutto sommato essere abbastanza brevi in quanto ancora limitate ad un livello ideologico che non si scontra con concreti problemi e assunzioni d’impegno.  In alcuni casi l’associazione diviene anche l’ultimo stadio dell’esperienza, se il gruppo decide di svolgere sul territorio solamente un ruolo di diffusione di una cultura alternativa dell’abitare.
E’ normalmente necessario al termine di questa fase che il gruppo che non si voglia invece limitare ad un’attività culturale, ma voglia proseguire il percorso, individui e condivida a questo punto il metodo con cui prendere le decisioni al proprio interno ed una metodologia per la gestione dei conflitti. A questo proposito molte esperienze abbracciano la metodologia del consenso  per la quale il raggiungimento delle decisioni lo si ottiene all’unanimità e tendono invece a limitare il tradizionale uso del metodo per maggioranza che permetterebbe a potenziali pericolosi conflitti irrisolti di covare sotto la cenere.
Successivamente i gruppi che già si trovano a partire da un immobile precedentemente individuato (perché proposto dal developer esterno o da uno dei membri del gruppo che ne è proprietario) si troveranno a dover gestire l’inizio del processo di progettazione in senso stretto, cioè volto a determinare in forma via, via più definita la tipologia dell’intervento, la quantificazione delle specifiche necessità, la definizione e distribuzione degli spazi e dei servizi, la verifica dei vincoli normativi, economici e di altra natura, fino alla richiesta, presso l’Ufficio Tecnico Comunale del territorio delle autorizzazioni necessarie per la realizzazione dell’intervento.
Tale momento del processo verrà invece posticipato dai gruppi che partono dalla semplice individuazione dei partecipanti e che prima di incominciare ad affrontare questa fase progettuale dovranno individuare sul territorio l’immobile idoneo a soddisfare le esigenze dei futuri abitanti.
D’altro canto le iniziative che partono da immobili già individuati si trovano invece molto spesso nella situazione di dover ricercare persone disponibili ad aderire al processo, già in qualche modo avanzato, per completare, fino ad esaurimento, il numero di unità immobiliari disponibili.
Tutta la fase progettuale è comunque sempre caratterizzata da un lungo processo partecipativo, volto alla ricerca di soluzioni che soddisfino tanto le necessità  dei singoli nuclei quanto quelle collettive, ma anche alla progressiva conoscenza e crescita della consapevolezza circa le conseguenze tecniche ed economiche delle specifiche scelte progettuali, dall’orientamento dell’edificio all’uso di determinati materiali, dai tempi di realizzazione dovuti alle diverse tecnologie ai costi e caratteristiche dei materiali da impiegare.
Tale fase nel suo complesso e cioè fino alla definizione degli effettivi partecipanti all’iniziativa e del rilascio delle autorizzazioni necessarie alla realizzazione, risulta sempre essere quella più lunga e maggiormente a rischio per il successo di tutto il processo. E’ infatti la fase dove il problema delle entrate e delle uscite dal gruppo di nuclei di partecipanti può rallentare o bloccare l’intero processo e dove i problemi tecnico-normativi, unitamente a quelli finanziari, vengono ad essere concretamente affrontati e possono a loro volta allungare di mesi se non di anni le tempistiche o, addirittura, impedirne la realizzazione.
La tempistica resta dunque uno dei principali problemi della realizzazione del “cohousing” in Italia, poiché il processo può richiedere anche anni e non poter essere sostenuto da situazioni con bisogni abitativi urgenti o in rapida trasformazione. Unico aspetto utile di una tempistica allungata può tuttavia essere considerato la messa alla prova e la stabilità del gruppo i cui partecipanti definitivi si individuano per “selezione naturale”.
Dal momento in cui si può passare alla fase realizzativa e quindi agli impegni economici concreti, il gruppo normalmente o si consolida in maniera molto forte o si spacca alla prova dei fatti e sospende il processo. Passi come l’acquisto del terreno, la firma dei contratti d’appalto ed in alcuni casi  l’assunzione di responsabilità nell’essere fondatori di una società cooperativa e quindi committenti di un’opera economicamente rilevate, danno a volte veramente un senso di timore nei partecipanti che si impegnano definitivamente sul piano finanziario (quasi sempre con grandi sacrifici), ma anche sul piano morale ed etico con il resto del gruppo, col quale ormai si è condiviso un lungo processo e si sono consolidate le relazioni.
E’ soprattutto a partire da questa fase che l’esito dell’esperienza si misura sulla capacità di applicare rigorosamente gli approcci della trasparenza nei rapporti tra tutti i soggetti della filiera (quindi sia internamente che esternamente al gruppo dei “cohousers”) e nella fedeltà al patto di fiducia che muove le persone partecipanti. Piccole incrinature nell’applicazione potrebbero infatti divenire brecce attraverso le quali riuscirebbero ad insinuarsi veleni nei rapporti di relazione, o fragilità che non permetterebbero all’esperienza di resistere agli scossoni che si dovranno affrontare durante il percorso (da problemi di piccoli dettagli che diventano di principio, a problemi più grandi di carattere finanziario  o personale dei singoli “cohousers”). Al contrario, la tenuta di tali approcci porta il gruppo a consolidare in maniera sempre più profonda le relazioni ed a creare rapporti molto saldi di solidarietà e mutuo aiuto, incarnando così da subito gli ideali che hanno mosso le persone e spostando in maniera definitiva l’attenzione dal tema dell’abitare al tema delle relazioni che esso può determinare.
La fase realizzativa, se avviene tramite appalto esterno e con tutti i partecipanti individuati, si misura normalmente, come nelle correnti realizzazioni edili, in circa quindici-ventiquattro mesi.
Da quel momento in poi gli abitanti entrano in possesso delle loro nuove abitazioni e incomincia la vera avventura, del tutto particolare del proprio “cohousing”.
A tutt’oggi, vista la recente introduzione del concetto di “cohousing” nel Paese, non si hanno a disposizione dati storici sufficienti per tracciare un bilancio della fase di normale vita e gestione delle realtà che già hanno terminato la realizzazione.
Si potrebbe, per analogia, andare a verificare i bilanci delle forme di abitare analoghe che hanno già maturato sufficienti esperienze (condomini solidali, cooperative di abitanti, comunità residenziali, ecc…), ma, oltre ad ottenere risultati probabilmente assai eterogenei e dipendenti dalle singole situazioni particolari, non risulterebbe nemmeno corretto e quindi significativo farlo, motivo per cui si rimanda tale verifica al tempo in cui saranno disponibili dati adeguati.
Si segnala solamente che ogni esperienza, oltre alla carta d’intenti e ad eventuali atti costitutivi di associazione o cooperativa che guidano e richiamano i partecipanti alle finalità dell’esperienza, normalmente si predispone anche un regolamento di condominio che viene personalizzato per stabilire le specifiche modalità di gestione degli spazi e dei servizi del “cohousing”, oltre a recepire le norme obbligatorie previste dal Codice Civile.
In alcuni casi il regolamento viene anche allegato all’atto di acquisto dell’unità immobiliare divenendo in qualche modo più cogente in quanto il “cohouser” si impegna contrattualmente a rispettarlo.

3.4.    Il prodotto del “cohousing” (cosa)
Il prodotto finale del processo costitutivo del “cohousing”  inteso come organizzazione spaziale, sociale, economica e decisionale, dipende, come abbiamo visto (e trattandosi di uno “strumento”), dalle finalità che il gruppo stesso si prefigge, condizionato, evidentemente, dai vincoli dati dai diversi contesti in cui si colloca.
Circa l’edificio e la conseguente organizzazione degli spazi, questo può essere differenziato principalmente a seconda che si trovi in contesto rurale o urbano e che si tratti di fabbricato preesistente o di nuova costruzione e quindi le casistiche risultano essere le più disparate.
Si segnala anzitutto che le realtà italiane per dimensioni sono quasi tutte abbastanza lontane da quelle estere, essendo costituite da un numero a volte veramente ridotto (due, tre nuclei), tanto da dubitare si possano far rientrare nella definizione di cohousing, a realtà medie con un massimo di quindici-venti nuclei. Numeri superiori, frequenti ad esempio nel Nord Europa, non si riscontrano in Italia, sia a motivo della assenza di interventi pubblici, sia per le caratteristiche di processo che sono state evidenziate.
Le tipologie edilizie sono svariate, presentandosi casi di edifici monofamiliari organizzati in modo da creare relazioni spaziali articolate (quasi un piccolo villaggio), di piccoli gruppi di case rurali preesistenti (spesso a corte), di condomini pluripiano con distribuzione degli alloggi secondo diverse tipologie (alcune delle quali in controtendenza rispetto a quelle offerte dal mercato).
Moltissima cura viene riposta in un approccio progettuale che renda il più possibile bioecologica ed ecocompatibile l’abitazione, con attenzione all’uso dei materiali, alla loro traspirabilità, naturalezza e ciclo di vita; al tema dell’energia, perseguendo il massimo risparmio e l’utilizzo di fonti rinnovabili, fino all’autonomia dell’insediamento tramite l’applicazione dai principi della bioclimatica alle tecnologie innovative; al tema dell’acqua del risparmio e riciclo, della permeabilità dei suoli; agli aspetti percettivi nelle finiture e nelle scelte cromatiche e di illuminazione; ecc..
Gli alloggi sono generalmente di dimensioni diverse, perché progettati sulla base delle specifiche esigenze degli abitanti e quasi sempre garantiscono la totale autonomia del nucleo. Si favorisce quindi la personalizzazione non solo quantitativa, ma anche distributiva degli spazi attraverso la progettazione partecipata.
Caratteristica abbastanza costante è una particolare attenzione progettuale agli spazi connettivi comuni, coperti o scoperti, con la creazione di cortili, ballatoi, patii, ecc.. che possano favorire lo sviluppo anche spontaneo delle relazioni, moltiplicando le occasioni di incontro e di scambio tra gli abitanti.
Sono poi sempre presenti spazi comuni che frequentemente consistono in sale, anche di grandi dimensioni, di diverso uso (soggiorno, pranzo, attività ludico-ricreative), cucine per la preparazione di pasti collettivi, laboratori, a seconda delle necessità e finalità specifiche espresse dai “cohousers”, lavanderie e stenditoi, dispense ed altri locali tecnici e di servizio, con percentuali di rapporto con gli spazi privati anche molto variabili, a seconda delle possibilità economiche, degli spazi a disposizione e delle specifiche finalità del “cohousing”.
Questi spazi, unitamente a quelli scoperti destinati a verde e soggiorno all’aperto, vengono realizzati sia al fine di potenziare le dotazioni dell’alloggio in proprietà, sia per scorporare, facoltativamente, funzioni tradizionalmente svolte negli spazi privati che possono, in virtù di tale operazione, essere ridotti e quindi divenire meno costosi.
Unitamente agli spazi si assiste poi alla offerta di servizi che vengono resi possibili dal vicinato elettivo, quali acquisti collettivi, car-sharing e car-pooling, cura dei bambini, gestione collettiva dei servizi di rete (energia, comunicazioni, ecc…), che favoriscono e rendono possibili processi di decrescita, di riduzione dei fabbisogni e di risparmio economico.
Alcuni spazi e servizi sono frequentemente offerti anche al territorio, come la gestione e manutenzione di aree verdi pubbliche, la messa a disposizione dei saloni polifunzionali, la creazione e offerta ai servizi socio-assitenziali di ospitalità temporanee per situazioni di disagio o di reinserimento, di persone in difficoltà, ecc….
L’organizzazione sociale ed economica del “cohousing” è abbastanza variabile, a seconda soprattutto del grado di condivisione che gli abitanti pattuiscono di avere tra loro.
Si possono cioè avere situazioni che vanno dalla sola messa in comune dell’uso degli spazi e servizi collettivi, a casi in cui i “cohousers” o anche solamente una parte di essi, arrivano a condividere le economie e quindi cammini di relazione molto più profondi ed impegnativi.
Tale gradualità, e questo risulta assai interessante, può quindi essere vissuta opzionalmente anche all’interno dello stesso “cohousing” stabilendo patti interni tra gruppi di abitanti, senza che la totalità debba obbligatoriamente assumerli e condividerli.
Il regime proprietario delle unità immobiliari vede normalmente due casi prevalenti, quello della proprietà indivisa e quello della proprietà divisa, anche se in qualche caso può darsi che la proprietà rimanga ad un unico proprietario che “affitta” agli altri “cohousers” la struttura.
I documenti di riferimento che normalmente regolano la vita e l’organizzazione sociale del “cohousing”, sono, come abbiamo detto, la carta d’intenti, l’atto costitutivo dell’associazione o della cooperativa ed il regolamento condominiale.
In essi solitamente si ritrovano, oltre che specifiche finalità dipendenti dai singoli contesti e dalle caratteristiche dei membri, norme, con diverso grado di cogenza, per la gestione dell’iniziativa.
Tali norme sono volte a regolare l’eventuale ingresso o uscita dei membri dal “cohousing” (soprattutto se si tratta di proprietà indivisa), il riparto delle spese di gestione, ma anche l’uso e l’accesso a spazi e servizi collettivi, richiedendo normalmente ad ogni “cohouser” un impegno attivo proporzionato alle proprie competenze e possibilità e rifiutando situazioni di passività e disimpegno.
Dal punto di vista metodologico, come sopra già accennato, frequentemente i “cohousing” sostituiscono o, più frequentemente affiancano, al metodo decisionale della maggioranza, il metodo del consenso, nella ricerca della unanimità delle decisioni.
Tale metodo, più complesso e soprattutto più lento di quello maggioritario, rivela però la volontà di rispettare anche il parere delle minoranze e soprattutto di mantenere ancora una volta al centro dell’attenzione del gruppo la “relazione”, valutata ancor più importante del principio del “giusto o sbagliato”.
Per il resto l’organizzazione sociale interna risulta paritaria, con decisioni che normalmente si prendono per “testa” e non per “millesimi” di proprietà e dove non esistono “poteri speciali”.
Esiste invece quasi sempre, in virtù di quanto richiesto come intervento attivo di ciascun membro, l’affidamento di incarichi a singoli o a piccoli gruppi (commissioni), volti a gestire spazi, servizi, manutenzioni, ecc… sempre commisurati alle reali possibilità delle persone ed a volte in prosecuzione con gli impegni precedentemente assunti durante il processo di progettazione e realizzazione.
In questo modo tutti i membri giocano un ruolo positivo, mettendo in campo per il bene comune le competenze e conoscenze di cui sono in possesso.
Nei casi conosciuti non si manifesta una dichiarazione ideologica, politica o confessionale specifica, pur essendo i “cohousers”, per storia personale e per formazione, membri particolarmente sensibili ed attivi sul territorio, ma quasi sempre prevale nel gruppo la ricerca dell’inclusività, della contaminazione e del valore della diversità vista anzitutto come potenziale arricchimento di tutti. Chi non condivide tali atteggiamenti, normalmente, fuoriesce dal gruppo abbastanza in fretta e difficilmente arriva alla fase dell’impegno economico e della realizzazione del “cohousing”. In questo senso, come si diceva, la lunga o a volte lunghissima “gestazione” del progetto può avere il positivo ruolo di funzionare da selezione naturale dei componenti del “cohousing” evitando così antipatiche e dolorose espulsioni forzate o lunghi e dilanianti conflitti.
In buona sostanza razionalizzazione e condivisione (interna ed esterna al “cohousing”) delle risorse (spazi e servizi), unitamente a relazioni di mutuo aiuto o di ricerca comune governate da patti fiduciali, rendono possibile quella sostenibilità dell’abitare che fa lo stile di vita dei “cohousers” più coerente con i loro principi di riferimento.