Comunitarismo e Oriente (1)

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Comunitarismo e Oriente (1)

A cura di Silvio Marconi, autore di Quando una farfalla batte le ali in Cina

 

Il mir è stato fra le forme di organizzazione comunitaria rurale più studiato e usato strumentalmente come modello di tutta la Storia moderna, non soltanto da quei movimenti russi otto-novecenteschi che ne fecero la loro bandiera e che diedero vita a quello che per la prima volta venne chiamato “populismo”, ma anche da studiosi tedeschi. Si tratta, infatti, di una istituzione tipica della Russia che, però, in Occidente venne, con molte forzature, ricollegato o addirittura ricondotto ad altre forme di organizzazione delle comunità rurali ad esempio di matrice germanica, per negare che i Russi, considerati “barbari asiatici”, potessero essere stati i creatori di qualcosa di positivo. Esso è la forma in cui nella cultura antica russa si organizzano le comunità agricole, prima ancora che a dominarle appaiano veri stati, ma si conserva, mutando, anche durante la strutturazione e poi l’evoluzione dello stato russo, interagendo con tale evoluzione. La comunità rurale russa antica si autogestiva in termini economici, ma anche politici, attraverso un organismo che comprendeva tutti i capifamiglia, l’assemblea, la quale aveva potere decisionale su un’ampia gamma di questioni che andavano dalla soluzione dei casi giudiziari all’assegnazione a rotazione delle terre alle singole famiglie per la coltivazione, dall’organizzazione dell’autodifesa alle colture da realizzare, dall’organizzazione delle feste e delle cerimonie all’assistenza a vedove, orfani, reduci, disabili, dalla costruzione di forme di coordinamento di livello territoriale maggiore alla conformazione di contingenti militari per guerre su ampia scala. L’assemblea di autogestione del mir (mirskoj schod detta però anche mirskoj sovet con un termine che avrebbe avuto ben altri significati e fortuna: sovet) comprendeva in realtà solo i capifamiglia proprietari di una casa e di un terreno o meglio del “diritto ad un terreno” dato che la terra era proprietà comune data in usufrutto ai capifamiglia, e le decisioni venivano prese di norma sulla base del principio di unanimità. Quel che è importante è che il sistema assembleare su cui si basa il mir aveva le sue proiezioni a livelli geografici, demografici e politici superiori e così, ad esempio, prima dell’invasione medievale mongola i principati russi vedevano il sovrano affiancato dal vece, l’assemblea popolare, perfino in area proto-urbana, mentre ancora nel XV-XVII secolo in tutta la Russia del Sud funzionavano i tribunali kopnye, ossia la giustizia (salvo nei casi di crimine contro lo Stato ormai stabilizzatosi) era amministrata da giudici scelti dalle assemblee popolari e nella Russia del Nord il mir continuò a funzionare appieno fino a tutto il XVII secolo e in parte fino al XIX, anche grazie al fatto che in quelle regioni non si ebbe una espansione del sistema del servaggio della gleba privato ed i contadini furono considerati (dal tempo di Ivan IV che si appropriò di immense estensioni terriere per l’Impero) dipendenti in ogni senso dallo stato. Esisteva quindi, in buona parte della storia russa, un dualismo di potere: lo Stato ed il mir coagivano, ma quel che molti studiosi occidentali non capirono o non vollero capire, nel loro affanno di ricondurre tutto quel che è russo al “dispotismo asiatico”  come parte della “barbarie asiatica”, è che la stessa autorità dello Stato, perfino nelle sue forme più autocratiche, traeva la sua legittimazione proprio dal considerarlo come proiezione su scala immensa della comunità locale autogestita, dando priorità agli elementi di comunanza su quelli di divisione, anche di classe, anche grazie ad una preminenza del ruolo spirituale del mir che, largamente antecedente la cristianizzazione della Russia, si era trasferito alla cellula di base della Chiesa Ortodossa, che era qualcosa di più e di diverso dalla parrocchia cattolica in quanto, appunto, veniva vista come proiezione spirituale del mir. Questo intreccio comunità-Stato si sviluppava, quindi, dall’autogestionario mir, la comunità di famiglie intesa come unità territoriale , produttiva, di autodifesa, giudiziaria e spirituale, che comprendeva un piccolo numero di villaggi che condividevano l’uso della terra e dunque non coincideva, come certe reinterpretazioni new age recenti tendono  a far credere romanticamente, con il singolo villaggio, che non avrebbe avuto la massa critica necessaria sul piano della diversificazione produttiva e dell’autodifesa; questo elemento è essenziale per dimostrare quanto il mir fin dai tempi più antichi in Russia fosse estremamente più avanzato di certe comunità autogestionarie attuali che non si pongono affatto il problema del rapporto fra la loro autogestione e le forme di gestione dello Stato ma anche fra la dimensione demografica e territoriale e le forme di produzione agricola, spesso perché in effetti la loro autonomia economica si basa su ben altro che la produzione agricola. I mir si riunivano in volost, con assemblee popolari diradate ma basati sempre sul principio dell’autogestione e che avevano anche il compito di interagire col potere statuale; tali assemblee erano ovviamente formate da delegati dei singoli mir ma perfino le regole di elezione di tali delegati erano affidate alla prassi tradizionale (senza regole scritte) e i delegati erano sempre revocabili e le assemblee di volost usavano anch’esse il principio del voto unanime. In alcuni periodi storici si ebbero anche assemblee a livello di regione che funzionavano allo stesso modo e col tempo nacque anche una forma di organizzazione dei mir a livello dell’intera nazione, che funzionava ancora una volta con delegati e sulla base sempre del principio dell’unanimità, lo zemskij, che però ebbe sempre un carattere spurio, fra la rappresentanza dell’insieme dei volost e l’irreggimentazione da parte del potere statuale; il ruolo dello zemskji (che ovviamente non prevedeva assemblee popolari dirette ma di delegati dei volost) fu grande nei periodi di indebolimento dello Stato, fu riportato al livello dei volost nelle fasi di frammentazione dello Stato e fu invece, nelle fasi di accentuazione autocratica, ridotto a cinghia di trasmissione del potere dello zar o al massimo a debole contrappeso di esso. Per questo l’idea dei populisti russi di fare del sistema del mir-volost-zemskij le fondamenta di un socialismo russo resta una pura illusione sia perché quel sistema non tiene conto dell’affermazione di rapporti economici e sociali capitalistici, dell’industrializzazione, dell’urbanizzazione, della modernizzazione dello stato (e delle forze armate), sia perché non tiene conto di secoli di servaggio della gleba in vaste aree della Russia che aveva minato alla radice quel sistema, sia infine perché non tiene conto proprio del variare nel corso della Storia degli equilibri fra potere centrale statuale e quella catena di poteri di matrice autogestionaria.

Ciononostante, il dualismo di potere fra la catena di comando imperiale, che si proiettava fino a livello di villaggio con gli starosta di nomina dall’alto, e quella della rappresentanza dal basso a partire dal mir si mantenne a lungo in Russia, con una sua dialettica mutevole a seconda della forza del potere zarista; interessante è il fatto che nella Russia del Nord il sistema includeva a livello distrettuale anche le realtà proto-urbane (con l’ovvia eccezione, dalla sua nascita, di San Pietroburgo), cosa che invece non accadeva laddove, come nella regione di Mosca e della Russia Centrale, le città si erano sviluppate in modo impetuoso ed avevano assunto un carattere diverso. I settori in cui l’intreccio fra i due sistemi era maggiore erano quello fiscale e quello della giustizia (esclusi i crimini contro lo Stato); in effetti tutte le cause civili e penali (fatta salva l’eccezione suddetta) erano compito del mir ed i tributi allo Stato centrale erano compito del mir, che se ne assumeva la responsabilità in forma collettiva suddividendone l’onere fra i propri componenti, fino al XV secolo, quando lo Stato centrale espropriò il potere fiscale, ma non quello giudiziario, e dopo il XVI secolo, quando l’esazione fiscale centralizzata venne soppressa perché era stata causa di infiniti abusi da parte dei funzionari e venne ripristinato il potere del mir. Il tanto criminalizzato Ivan IV fu colui che ridiede poteri al mir e stabilì l’elettività dei poliziotti e dei magistrati locali a livello di mir, ma così facendo creò anche un legame stretto fra sistema del mir e sistema centralistico statale, che contamina il sistema autogestionario (e impone tra l’altro il superamento del principio di unanimità) e lo trasforma in strumento del sistema statale. La crisi del sistema del mir a partire dal secolo XVII avviene per l’intrecciarsi di cinque fenomeni: la sua burocratizzazione da parte dello stato iniziata appunto con Ivan IV e accentuatasi con Pietro il Grande;  lo svuotamento dei suoi poteri ad esempio con la creazione di funzionari statali di distretto (voivodi), con compiti simili a quelli che nel sistema napoleonico francese avrebbero avuto i prefetti, l’accrescersi della distanza fra la sfera economica agricola e quelle macromercantili e proto industriali del tutto estranee al mir, l’accresciuto potere dei grandi proprietari terrieri che estendono il sistema del servaggio della gleba ad aliquote di contadini che anteriormente erano classificati come “liberi contadini statali” (l’effettiva base postmedievale del sistema del mir)  e infine la conseguente ricaduta sulle comunità rurali e borghigiane dell’affermarsi di logiche che ne acuivano le differenze e quindi i contrasti di classe al loro interno attraverso le diverse possibilità e forme di loro membri nel rapportarsi alle nuove fonti di accumulazione di risorse.  Nei primi anni del XIX secolo le forme di organizzazione del sistema del mir (in vaste aree della Russia ormai del tutto residuale e mai realizzatosi nei territori centrasiatici e siberiani) vennero fissate in leggi scritte dallo Stato, nel 1838 le proprietà dello Stato che costituivano la base materiale del mir vennero affidate ad un Ministero di nuova istituzione, depotenziando ulteriormente la base stessa dell’esistenza delle comunità autogestionarie, mentre quando infine venne abolita la servitù, nel 1861, i contadini liberati non vennero inclusi nel sistema del mir e nel 1875, inoltre, i borghi vennero esclusi dal sistema, mentre nel 1889 venne creata una carica provinciale di funzionario statale che esautorava a quel livello il sistema del mir, nel 1903 venne abolito il meccanismo della corresponsabilizzazione collettiva dei membri del mir a livello fiscale. Già prima del decreto bolscevico del 1917 che assegnava le terre alle singole famiglie contadine e dei successivi processi di collettivizzazione il mir era definitivamente morto, sebbene alcuni elementi sopravvissero (svuotati di poteri effettivi) nel sistema sovietico dei kolkoz.

La mitizzazione attraverso il suo stravolgimento valoriale e storico del mir russo è stata una pratica apparentemente slavofila assai diffusa, fra coloro che verranno definiti “populisti russi”. Negli anni ’30 del XIX secolo nasce in effetti a Mosca un circolo intellettuale aristocratico detto “degli slavofili” che pubblicò anche una rivista (Moskvitjanin, “Il Moscovita”), significativamente formato da esponenti, per quanto “riformisti” del ceto dei proprietari di terre e servi della gleba, ossia del tutto opposto alla realtà dei “contadini liberi statali” che erano la base del sistema del mir; la loro slavofilia era l’arma per rifiutare in nome della supposta “anima russa” l’occidentalizzazione a cui contrapponevano il “ritorno alle tradizioni rurali russe”, ma in realtà questi nobili si ispiravano, anche nelle loro proposte di riforma, ai lavori di un tedesco, August von Haxthausen, che nel 1852 aveva pubblicato. Von Haxthausen era un nobile cattolico tedesco, che era rimasto colpito dalla rivolta contadina contro le truppe napoleoniche in Westfalia nel 1812 che egli interpretò come “lotta nazionale” secondo i canoni del nazionalismo romantico tedesco a cui egli aderiva (era anche amico dei fratelli Grimm, noti forgiatore della favolistica tedesca), minimizzandone il carattere sociale; dal 1819 egli intraprese, secondo la logica romantico-nazionalistica tedesca, studi di folklore, ma al tempo stesso sviluppò azioni tese alla costruzione di una continuità fra tale nazionalismo e le forme più pangermaniste e xenofobe germaniche medievali, arrivando a propugnare la ricostituzione dell’Ordine degli Ospitalieri, mentre rifiutava ogni forma di democrazia e laicità come “frutto del bonapartismo”. Negli anni ’30 del XIX secolo, Von Haxtausen per dieci anni fece uno studio sulla situazione rurale della Prussia, cercando di valorizzare le forme di organizzazione più arcaiche di comunità rurali (Gemeinden) anche come forma di argine alle contaminazioni rivoluzionarie; nel 1843-1844 egli avviò uno studio simile per incarico dello zar Nicola I in Russia, i cui risultati pubblicò in Studien über die innern Zustände, das Volksleben und insbesondere die ländlichen Einrichtungen Russlands (1847-1852), il testo a cui si ispirarono coloro che si autodefinivano slavofili a Mosca! Un forte sostenitore del comunitarismo arcaico russo fu Herzen (1812-1870) che arrivò ad esaltarlo come “comunismo”, ma facendo sempre ampio riferimento alla visione (che come si è visto era romantico-nazionalista pangermanista) degli studi di Von Haxthausen, gli unici disponibili all’epoca, e tale posizione influenzò perfino Bakunin (1814-1876), le cui visioni anarchiche a loro volta hanno molto a che vedere con tante realtà valoriali di eco-villaggi e comunità autogestionarie attuali, come pure con esperienze dell’anarchismo catalano. Da questo coacervo di analisi nazionalromantiche tedesche, utopie herzeniane, afflati anarchici bakuniniani nacque in Russia il movimento che vide per la prima volta al mondo l’uso del termine “populisti” (narodniki), che auspicava l’“andata al popolo contadino” di studenti ed intellettuali, ispirato in una prima fase dal colonnello Lavrov (1823-1900) che credeva elitisticamente che  la Storia fosse frutto delle azioni di uomini dalla “personalità superiore” capaci di influire con le loro idee sul resto della società; nel 1875, su questa base, veniva fondata l’organizzazione  Zemlja i Volja (“Terra e Libertà”), con lo scopo di trasformare l’“andata al popolo” intellettuale in un’azione di creazione di gruppi di contadini comunitaristi rivoluzionari e l’obiettivo di far estinguere lo Stato sostituendolo con comunità autogestite dopo una fase di “educazione dall’alto” attraverso lo Stato stesso; nel 1879 l’azione era totalmente fallita e parte degli aderenti si rivolgevano ormai al proletariato urbano e si avvicinavano al Partito Socialdemocratico Russo, mentre altri scivolavano nel terrorismo individualista, specie in Ucraina. Un rilancio del riferimento mitico-utopico al mir venne da Plechanov (1856-1918), che cercò di mescolare tale riferimento ad elementi marxisti; resta però interessante la rimozione totale che tutti costoro facevano delle radici della loro mitizzazione del mir arcaico in un contesto ormai dominato da logiche capitaliste anche in un Paese industrialmente arretrato (o meglio con isole di industrializzazione in un oceano a-industriale) come la Russia zarista: radici che come si è detto affondavano in uno dei peggiori nemici della realtà slava, il romanticismo ipernazionalista e pangermanista tedesco ottocentesco. Che Von Haxthausen, di cui furono amici durante il suo soggiorno in Russia tutti i principali leaders del populismo russo, da Aksakoc allo stesso Herzen si richiamasse alle tradizioni autogestionarie slave non solo analizzando la Russia ma perfino la Prussia non deve trarre in inganno: la sua visione era centrata sul volk e il recupero di antiche usanze slave non gli impediva affatto di considerare il modello tedesco come superiore e soprattutto di inventare una presunta armonia comunitaria rurale sotto la guida di “personalità superiori” che farà significativamente parte (assieme ad uno spirito genocidario assente in Von Haxthausen) del pensiero ruralista nazista e di quello di un Evola a cui si rifanno più o meno esplicitamente anche alcune esperienze comunitariste attuali in Europa. Certo Von Haxthausen studiava sul campo, secondo le modalità nate proprio nell’ambito romantico germanico, quel che proprietari terrieri come lui in Russia apprendevano solo dai libri, non avendo alcun contatto analitico col mondo contadino, ma egli era pur sempre un intellettuale, figlio legittimo dell’ambiente dei proprietari terrieri tedeschi intrisi di Cattolicesimo, ed ispirato dal nazionalismo romantico germanico, erede di quei “Cavalieri” tedeschi esaltati da Von Haxthausen e da quei romantici, contro cui avevano combattuto per secoli i  contadini russi che lui pareva amare!

 

I libri di Silvio Marconi

 

Uno studio che, lungi dall’avere un obiettivo “enciclopedico” o di minuziosa analisi storica, vuole evidenziare quelle connessioni e correlazioni – tradizionalmente taciute e rimosse – tra i fenomeni ed i processi che portarono alla crisi ed al crollo dell’Impero Romano d’Occidente e quelli operanti in un’Asia la cui complessa storia viene, tuttora, sottovalutata.
Quando una farfalla batte le ali in Cina si sofferma sul ruolo che, nella crisi e nel crollo dell’Impero Romano d’Occidente, ebbero tanto la Persia quanto, indirettamente, la Cina, dimostrando come il pregiudizio etnocentrico che ancora permea la formazione, la divulgazione e la costruzione dell’immaginario occidentale sia un pernicioso ostacolo a una comprensione di ben più ampio respiro e alla lezione metodologica che ne se ne può trarre.
In questa prospettiva, il riconoscimento di una molteplicità di poli e fattori transculturali è la precondizione per affrontare qualsiasi problematica: storica, politica, economica o strategica.
Una precondizione troppo spesso, volutamente, ignorata da una cultura occidentale che, a differenza di quelle orientali, ha rifiutato la logica olistica privilegiando un approccio molto settoriale.

 

Silvio Marconi – ingegnere, antropologo, operatore di Cooperazione allo sviluppo, Educazione allo Sviluppo e Intercultura – fa ricerca, da anni, nell’ambito dell’antropologia storica e dei sincretismi culturali. Ha pubblicato, al riguardo: Congo Lucumì (EuRoma, Roma, 1996), Parole e versi tra zagare e rais (ArciSicilia, Palermo, 1997), Il Giardino Paradiso (I Versanti, Roma, 2000), Banditi e banditori (Manni, Lecce, 2000), Fichi e frutti del sicomoro (Edizioni Croce, Roma, 2001), Reti Mediterranee (Gamberetti, Roma, 2002), Dietro la tammurriata nera (Aramiré, Lecce, 2003), Il nemico che non c’è (Dell’Albero/COME, Milano, 2006), Francesco sufi (Edizioni Croce, Roma, 2008), Donbass. I neri fili della memoria rimossa (Edizioni Croce, Roma, 2016).

 

Prezzo di copertina: 18 euro Prezzo effettivo: 15.5 euro