Comunitarismo e Oriente 3

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Comunitarismo e Oriente 3

A cura di Silvio Marconi, autore di Quando una farfalla batte le ali in Cina

Le opinioni espresse in questo post sono personali.

In precedenti serie di articoli si è parlato del rapporto fra razzismo ed orientalismo, che apparentemente si presentano invece come fenomeni opposti; l’orientalismo, inteso non come studio delle culture orientali ma come insieme di mode pittoriche, vestimentarie, architettoniche, oggettistiche che si proclamano collegate alle realtà orientali, infatti, come provato da numerosi studiosi (fra cui l’imprescindibile Edward Said, autore di Orientalismo), non è altro che la costruzione occidentale di un “Oriente” di comodo, grondante esotismo e alterità estremizzati, che non impedisce affatto di aderire contemporaneamente alle concezioni razziste che rappresentano le genti asiatiche come appartenenti a “razze” inferiori per legittimare l’aggressione coloniale occidentale. Del resto, l’attrazione provata verso oggetti e capolavori orientali non solo non impedisce ma stimola saccheggi e ruberie da parte delle truppe occidentali impegnate in aggressioni contro i Paesi Asiatici, e l’alto prezzo che i reperti comprati o trafugati in Oriente raggiungono nelle aste occidentali non impedisce che capolavori architettonici e dell’arte dei giardini come il Palazzo d’Estate di Beijing vengano devastati e distrutti senza problemi dalle truppe occidentali. Questo rapporto di attrazione-denigrazione corrisponde ad una ipocrita ambivalenza che si riscontra anche nel coesistere di norme e più ancora costumanze contrarie ai matrimoni misti con la frequentazione da parte degli Occidentali di bordelli in cui sognano di provare le “delizie dell’erotismo orientale”, che fa il paio col fatto che i razzisti che approvavano norme feroci contro il mix “interraziale” a livello sessuale nel Sudafrica dell’apartheid sciamavano nei bordelli del Mozambico a caccia di “veneri nere”. Nei due articoli precedenti, si è invece cominciato a parlare del rapporto fra strumentalizzazioni reazionarie quando non esplicitamente razziste e fasciste o più ancora naziste di alcuni elementi delle realtà orientali e alcune realtà del composito mondo del comunitarismo, dell’autogestionarismo, degli ecovillaggi, un mondo che sarebbe un errore ricondurre ad una sola sorgente o radice storica, ideologica, culturale; è ora di cominciare a verificare se esista una qualche connessione fra le due tematiche qui indicate: il rapporto orientalismo-razzismo antiasiatico e il rapporto fra orientalismo mediato da elementi nazifascisti e parti del comunitarismo.

Si può innanzi tutto notare che tutte le forme di sfruttamento in ambiti reazionari segnati dal razzismo di temi, concezioni, simboli, elementi, iconografie di matrice orientale sono caratterizzati sempre da tre elementi: la decontestualizzazione, la visione occidentocentrica e la mistificazione; pertanto ogni apparente valorizzazione di quei temi, concezioni, simboli, elementi, iconografie di matrice orientale è appunto del tutto apparente, dato che stravolge in vari modi il loro vero senso. Ad esempio, la “valorizzazione” nazista della svastica si basa su una mistificazione che ne fa un simbolo “ariano” e quindi, in fondo, non-asiatico ma caratterizzante la “razza germanica”, mentre essa è un simbolo solare presente non solo in India ma in molte altre culture asiatiche e non solo per influsso del cosiddetto “induismo” vedico e poi buddhista (come in alcuni periodi storici della Cina, della Corea, del Giappone, delle terre dell’Asia Sud-Orientale, ecc.), ma anche in rapporto con le concezioni sciamaniche che, senza alcun rapporto reale con le culture dette “indoeuropee”, hanno segnato sia Siberia, Asia Centrale, Mongolia e che hanno a loro volta influenzato le culture cinese e coreana, oltre che quelle degli “Indiani” nordamericani che provengono dall’Asia; non a caso la svastica più antica (15000 anni fa) è asiatica ma non di area cosiddetta “indoeuropea”, bensì incisa sulla zanna di un mammuth siberiano ed appartenente quindi alle culture preistoriche sciamaniche. La svastica, però, non è affatto presente solo nelle culture asiatiche o in quelle che si fanno, propriamente o erroneamente, rientrare nella categoria (che in realtà è solo linguistica e non etnoculturale) “indoeuropea”; essa compare in fregi della cultura villanoviana (conservati al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma) ed in incisioni della Val Camonica (cultura Camuna), in resti dell’antica cultura di Euzkadi (che linguisticamente non era affatto indoeuropea), in raffigurazioni della cultura elamitica (III-I millennio a.C.), nelle ceramiche di Thera (Santorini) e negli ori etruschi conservati al Louvre.

Il legame tra comunitarismo e  orientalismo è quanto di più artificioso si possa immaginare; che si coniughino pratiche autogestionarie e riferimenti all’estetica Moghul,  sentimenti anarchici e ricerca di “purezze” neo-“ariane” di matrice reale o fittizia “indoeuropea”, medicina ayurvedica e teorie no-global, adesione a sistemi di caste e libertarismi risulterebbe assolutamente comico se queste coesistenze improbabili non avessero coperto tentativi multiformi di portare ad un consenso ampliato di teorie che sotto la crosta dell’orientalismo, dello spiritualismo, della ricerca di un rapporto con la natura e le sue “purezze” nascondono con maggiore o minore efficacia il germe, in Italia,  dell’evolismo, del rautismo, insomma del razzismo filonazista e, in altri Paesi, il misticismo razzista e filofascista di un Mircea Eliade, le teorie dell’Ahnenerbe himmleriano, le ritualità dei nazisti baltici, le concezioni “europeiste” del criminale Léon Degrelle, l’aristocratismo bigotto di un Codreanu, le false teorie “nordiche” di un Quisling. Nulla è più lontano dall’autogestionarismo dell’India di età Moghul, dove non si riscontra neppure quell’autogestione delle comunità rurali che invece è presente nel modello del mir russo di cui si è parlato due articoli fa, un’India dove il potere centrale si affida ad un intreccio tra sistemi feudali (uno dei sistemi del tutto opposti all’autogestionarismo di qualsiasi tipo), centralismo burocratico di tipo assolutista (idem) e un sistema castale che pur essendo assai meno rigido di come viene rappresentato dagli Occidentali e di come, paradossalmente, diverrà con lo stimolo dei colonialisti britannici, certo non ha alcuna caratteristica egualitarista e l’estetica Moghul rappresenta perfettamente questo intreccio e non ha nulla a che vedere con la sua caricatura cara a certo comunitarismo attuale.  Né esiste compatibilità vera, se solo non ci si ferma alle apparenze, fra la gerarchizzazione degli individui propria delle concezioni vediche ed ancor più di quelle importate (distorte) dall’analisi artificiosa del sistema castale effettuata dai Portoghesi e di quelle promosse (con la complicità brahminica) dai colonialisti britannici in India e la vernice anarchicheggiante di talune esperienze comunitariste. Del resto si è visto in un articolo precedente che perfino le idee di un Bakunin nel mitizzare quel mir russo che, comunque, nulla doveva a matrici vediche derivavano più dalle distorsioni compiute su quella realtà da un aristocratico cattolico nazionalista e romantico tedesco come Von Haxtausen che dalle vere caratteristiche di quella realtà. La medicina ayurvedica viene presentata spesso come uno dei massimi risultati del pensiero indiano, sprofondandola in una genericità che la destoricizza, in una galassia di espressioni come “tempo immemorabile”, “tradizione vedica”, “ millenarità”, ecc. e facendone, falsamente, una realtà atemporale ed astorica; il fatto che i più antichi testi ayurvedici risalgano al 450 a.c. ma affondino in conoscenze elaborate in precedenza consente questa operazione di de-storicizzazione, specie se si omette di dire che l’Ayurveda del 450 a.C. non corrisponde meccanicamente a quella dei testi successivi, tanto più che molti documenti non sono di autori ayurvedici ma testimonianze di pellegrini buddhisti. Inoltre se ne valorizzano, soprattutto a scopo commerciale ma anche di riferimento simbolico per dimensioni spiritualiste di talune comunità, aspetti particolari, tralasciandone altri e soprattutto decontestualizzandoli dall’insieme, cosa che ha permesso di farla accettare dall’Unione Europea come “medicina non tradizionale”, la cui pratica dovrebbe essere riservata solo a medici, mentre viene ridotta spesso a linee di prodotti in libera vendita. Ad esempio, si omette di dire che in molti prodotti ayurvedici sono contenuti metalli tossici:  studi effettuati in India nel 1990 affermavano che il 41% dei prodotti ayurvedici conteneva arsenico, il 64% conteneva piombo e mercurio e studi successivi negli USA confermavano i pericoli di tossicità  (Paul I. Dargan, et al., Heavy metal poisoning from Ayurvedic traditional medicines: an emerging problem? in Int. J. Environment and Health, vol. 2, 3/4, Inderscience Enterprises Ltd., 2008, pp. 463–74). In realtà l’Ayurveda è ben altro che non un insieme di linee di medicinali “alternativi” ed anche se si occupa di un universo di pratiche finalizzate al benessere psicofisico-spirituale del corpo, uno dei suoi scopi è prolungare (e migliorare) la durata della vita umana, tanto che ayur vuol dire proprio “durata della vita” ma anche “longevità”, mentre veda significa “sapienza”, “conoscenza”. Essa si articola in molteplici parti, collegate con le diverse entità sacralizzate dei culti che siamo abituati a incollare, dalle scelte compiute da Portoghesi ed Inglesi (e fatte introiettare perfino agli Indiani) sotto il termine onnicomprensivo di “Induismo”: ad esempio il Siddha Veda, che si autoproclama il più arcaico,è collegato con Shiva ed è esplicitamente indirizzato proprio a raggiungere la longevità; esso era molto apprezzato da Julius Evola e studiato dalla società parascientifica creata da Himmler, l’Ahnenerbe, perché si riteneva in ambito nazista che potesse permettere di garantire una vita lunghissima alla élite delle SS e, ovviamente, innanzitutto al fuhrer. Questa passione per alcune branche dell’Ayurveda e in fondo per tutta l’Ayurveda da parte della élite nazista si collega del resto da una parte alle passioni esoteriche che tale élite ebbe sia prima che dopo la presa del potere e di cui parla estesamente Galli e, dall’altra, alle loro passioni salutistiche che, infatti, improntarono tutto il progetto sanitario, educativo e ricreativo nazista, in particolare (ma non solo) attraverso il programma “Kraft durch Freudee che includevano la promozione dell’elioterapia, delle coltivazioni biologiche, dell’escursionismo, del nudismo, dello sport, dell’alpinismo, del bando al fumo, della riduzione del consumo di carne, ecc., parallelamente ad altri metodi per produrre la “nuova razza ariana padrona” quali l’annientamento delle altre “razze” e dei disabili e l’eugenetica. Numerosi sono i manuali, i testi, i pamphlets, quando non perfino gli slogans e le linee di marketing, attinenti la promozione attuale di quelle pratiche “naturiste e salutiste” che si abbeverano direttamente a materiali prodotti dalle organizzazioni del regime nazista, senza ovviamente farne cenno.  Come possa conciliarsi l’acritica adesione mitizzante a schegge della vera Ayurveda  o a frammenti strumentalizzati e decontestualizzati della stessa, spesso per mediazione di testi di case editrici fascisteggianti con l’adesione politica ad istanze no global, altermondialiste, del radicalismo gauchista eredità degli anni ’68-’77 è questione troppo complessa per essere affrontata qui, ma sta di fatto che il fascino esotistico orientale fa da catalizzatore spesso per tali improbabili miscele. Peggio ancora è la miscela fra libertarismi di ogni tipo, da quelli anarchicheggianti a quelli semplicemente individualisti, da quelli post-“indiani metropolitani” a quelli ammiratori delle entità che Hakim Bey chiama “Temporary Autonomous Zonese l’acritica adesione non solo e non tanto al modello di una spiritualità “induista” che, pur non essendo rigido come Portoghesi e Britannici lo dipinsero (e in parte lo trasformarono) e come gli “arianisti” lo raffigurarono,  certo includeva fin dall’antichità elementi di profonda differenziazione sociale e di status, ma proprio a quelle distorte raffigurazioni e descrizioni (e in parte forzature) occidentali ed ai loro cascami in termini di pseudo-guru, pseudo-ashram e quant’altro. Una volta di più, il collante per simili improbabili commistioni e la gelatina in cui esse fioriscono è l’orientalismo, nel senso in cui tale termine va inteso ed a cui si è fatto riferimento all’inizio di questo articolo; a questo proposito, va notato che la fuga verso l’esotismo in senso orientalistico, si tratti dei guru milanesi formatisi in India o della mitizzazione del Lamaismo tibetano, dell’universo dei samurai o degli acritici innamoramenti per la leader di Myanmar Aung San Suu Kyi, permette di spalancare le porte a contaminazioni che non vanno certo a vantaggio delle correnti effettivamente e seriamente comunitaristiche, autogestionarie, libertarie, naturistiche, nella società come nelle botteghe dell’equosolidale, negli ecovillaggi come nei gruppi di artisti, le quali non hanno mai elaborato un pensiero organico sul rapporto con l’Oriente basato su una necessaria analisi delle deformazioni occidentali delle realtà orientali e del loro intreccio con l’esplicito razzismo antiasiatico, ma vanno invece a vantaggio di chi ha teorizzato quelle contaminazioni, dopo aver teorizzato e praticato strumentalmente l’utilizzazione e la deformazione di ampie parti dei pensieri orientali, e soprattutto indiani, al servizio dei deliri razzisti e spesso di quelli esplicitamente nazisti, come ha fatto fra gli altri Evola.

Esiste quindi una triade non esaustiva orientalismo-razzismo antiasiatico-comunitarismo; triade non esaustiva perché non tutto il razzismo è comunitarista o antiasiatico, non tutto l’antiasiatismo è comunitarista o accoglie l’intera gamma delle propensioni razziste (dall’antisemitismo all’odio per i Neri) e non tutto il comunitarismo ha contaminazioni razziste e/o antiasiatiste. La triade, però, è tanto ignorata quanto esistente e l’essere ignorata ne favorisce l’azione in molti ambiti: editoriale, della costruzione dell’immaginario collettivo, politico, economico, formativo, mediatico; al tempo stesso, la sua esistenza e l’ignorarla danneggia profondamente l’unica parte che ha valenze positive di quel triangolo: il comunitarismo. Molti sono i fermenti positivi, infatti, che si centrano sulla volontà di dare vita a comunità valoriali che coniughino in forme variabili elementi come produzione, socialità, autogestione, creatività culturale, comunità che possono essere semplici gruppi in ambito urbano o realtà autogestite rurali, esperienze di occupazioni abitative in città o cooperative artigianali e di auto-recupero di borghi abbandonati, gruppi di artisti o realtà che si ispirano ai principi anarchici, cittadelle mistiche o circoli metropolitani; sarebbe un grave errore, però, credere che il comunitarismo possa avere solo valenze libertarie e positive, mentre in effetti a danneggiare quelle valenze e quelle esperienze (tanto più grazie alla carenza di approfondimenti storici)  non solo esistono le contaminazioni di cui si è parlato, ma non mancano, anche in Italia, le “comunità” di esplicita impronta neonazista come quella che si chiama “Do.Ra”, ossia “Dodici Raggi”, riferimento al simbolo esoterico del Sole Nero utilizzato dalle SS, in particolare nel castello di Wewelburg, che fu strutturato da Himmler come cuore simbolico-spirituale-formativo della futura élite SS; una comunità che si rifa esplicitamente anche ad elementi orientali (iranici) cari pure ad Himmler. “Do.Ra” è un triste caso interessante, perché a differenza di altre organizzazioni locali neofasciste o neonaziste essa ha dato vita anche ad una vera comunità, ricavata in un vecchio edificio di Caidate, frazione del Comune di Sumirago (Varese), che fa da centrale anche per le attività svolte a Varese ed altrove e con proiezioni a scala addirittura europea ma rappresenta solo la punta di un iceberg su cui si tornerà.

I libri di Silvio Marconi

Uno studio che, lungi dall’avere un obiettivo “enciclopedico” o di minuziosa analisi storica, vuole evidenziare quelle connessioni e correlazioni – tradizionalmente taciute e rimosse – tra i fenomeni ed i processi che portarono alla crisi ed al crollo dell’Impero Romano d’Occidente e quelli operanti in un’Asia la cui complessa storia viene, tuttora, sottovalutata.
Quando una farfalla batte le ali in Cina si sofferma sul ruolo che, nella crisi e nel crollo dell’Impero Romano d’Occidente, ebbero tanto la Persia quanto, indirettamente, la Cina, dimostrando come il pregiudizio etnocentrico che ancora permea la formazione, la divulgazione e la costruzione dell’immaginario occidentale sia un pernicioso ostacolo a una comprensione di ben più ampio respiro e alla lezione metodologica che ne se ne può trarre.
In questa prospettiva, il riconoscimento di una molteplicità di poli e fattori transculturali è la precondizione per affrontare qualsiasi problematica: storica, politica, economica o strategica.
Una precondizione troppo spesso, volutamente, ignorata da una cultura occidentale che, a differenza di quelle orientali, ha rifiutato la logica olistica privilegiando un approccio molto settoriale.

Silvio Marconi – ingegnere, antropologo, operatore di Cooperazione allo sviluppo, Educazione allo Sviluppo e Intercultura – fa ricerca, da anni, nell’ambito dell’antropologia storica e dei sincretismi culturali. Ha pubblicato, al riguardo: Congo Lucumì (EuRoma, Roma, 1996), Parole e versi tra zagare e rais (ArciSicilia, Palermo, 1997), Il Giardino Paradiso (I Versanti, Roma, 2000), Banditi e banditori (Manni, Lecce, 2000), Fichi e frutti del sicomoro (Edizioni Croce, Roma, 2001), Reti Mediterranee (Gamberetti, Roma, 2002), Dietro la tammurriata nera (Aramiré, Lecce, 2003), Il nemico che non c’è (Dell’Albero/COME, Milano, 2006), Francesco sufi (Edizioni Croce, Roma, 2008), Donbass. I neri fili della memoria rimossa (Edizioni Croce, Roma, 2016).

Prezzo di copertina: 18 euro Prezzo effettivo: 15.5 euro