Comunitarismo e Oriente (4)

Posted in Blog

A cura di Silvio Marconi, autore di Quando una farfalla batte le ali in Cina

Le opinioni espresse in questo post sono personali.

Molti ecovillaggi e comunità autogestite, in Italia e altrove, nascono dalla proiezione e concrezione in specifiche località di esperienze maturate precedentemente  in forma non residenziale, su terreni che vanno dalla militanza politica in formazioni della sinistra extraparlamentare alle realtà artistiche, dall’ecologismo più o meno radicale all’occupazione di abitazioni ed edifici abbandonati (squattering), da circoli anarchici a gruppi dediti a forme di spiritualità occidentali, orientali o miste, da fermenti relativi al recupero della produzione biologica e della biodiversità a quelli relativi al rifiuto più o meno accentuato del modernismo. A queste esperienze in genere si aggregano individui o coppie o famiglie con motivazioni diverse fra loro, dall’impegno ambientalista (in forme diversissime tra loro) alla  delusione per esperienze di militanza (a volte anche in formazioni armate di estrema sinistra o come fiancheggiatori delle stesse), dalle esperienze spirituali in luoghi lontani d’Oriente all’amore per la campagna, dalle elaborazioni intellettualistiche sull’altermondialismo alla semplice ricerca di luoghi in cui vivere dopo violenze subite o dopo licenziamenti o fallimenti, dalla volontà di recuperare edifici e luoghi dal forte valore paesaggistico, storico, simbolico a quella di creare basi per un escursionismo ed un turismo etnosostenibile ed ecosostenibile, ecc. .

Per questo, è un grave errore credere che si possano analizzare e descrivere le esperienze, fra loro assai diverse, di ecovillaggi e di altri tipi di comunità finalizzate a “vivere altrimenti” astraendo dalle loro motivazioni costitutive che, si badi bene, spesso mutano radicalmente successivamente, di fronte alla dura realtà della sopravvivenza e dell’economia, a scontri e divisioni interne, all’evolversi della situazione al contorno, al mutare della loro composizione e delle motivazioni individuali dei loro componenti. È un errore altrettanto grave non vedere che molte attività che non hanno del tutto o non hanno immediatamente finalità e/o caratteristiche residenziali possono, come si è accennato, essere invece sia portatrici di valenze comuni alle esperienze residenziali, sia germe di alcune di tali esperienze, anche a media e lunga scadenza, sia fonte di future adesioni individuali ad esperienze residenziali. Ad esempio, attività escursionistiche, ovvero naturalistiche possono  avere connessione con iniziative che portano, come si è detto, al recupero di rifugi, casali, fattorie, borghi, in cui possono nascere comunità ed ecovillaggi, ovvero si possono maturare decisioni individuali di adesione a comunità o ecovillaggi già esistenti.

È, quindi, importante verificare quali forme di connessione e talora di contaminazione esistano purtroppo non solo fra orientalismo, razzismo antiasiatico e in molti casi teorie naziste e comunitarismo nelle sue forme residenziali ma anche e direi quasi soprattutto tra orientalismo, razzismo antiasiatico e in molti casi teorie naziste e attività e/o attitudini che rientrano fra quelle sopra-citate che possono essere a loro volta matrici sia di adesioni individuali a comunità ed ecovillaggi già esistenti, sia di nuove comunità ed ecovillaggi. Si vedrà che se di comunità residenziali  esplicitamente neonaziste, ma non senza riferimenti orientalistica e specialmente iranofili, in Italia ne esiste sostanzialmente una sola, di cui si è accennato nell’articolo precedente (la “Do.Ra” di Caidate, frazione del Comune di Sumirago, Provincia di Varese), di attività che possono essere propedeutiche alla creazione di comunità ed ecovillaggi o più ancora all’adesione a quelli già esistenti, a partire da un intreccio fra orientalismo, razzismo ed elementi fascisti e soprattutto nazisti, ve ne sono invece molti e che ad essi fanno riscontro anche universi simbolici rilevanti nella costruzione dell’immaginario collettivo.

Partiamo dunque da due universi apparentemente fra loro distanti, su uno dei quali ci si è già soffermati, mentre l’altro non è stato ancora affrontato in questi articoli: l’universo concreto e simbolico eco-storico-salutista nazista e quello degli Hobbit. Si è già detto, appunto, che il nazismo assunse come elemento importante della sua politica di “purificazione razziale”, accanto allo sterminio delle “razze inferiori” e dei disabili ed all’eugenetica, la promozione di una vasta gamma di concezioni salutiste, ambientaliste e naturiste; escursionismo, elioterapia, sport, naturismo, agricoltura biologica, nudismo, alpinismo, limitazione del consumo delle carni e del fumo, fanno tutti parte delle scelte operative naziste, affidate ad organizzazioni statali e del partito, ma a tutto viene dato sia un afflato “spirituale” sia un senso millenaristico. Così, ad esempio, l’alpinismo (come sosterrà anche Julius Evola) viene visto come esperienza che eleva fisicamente ma anche misticamente (“ascesa/ascesi”), l’elioterapia ed il nudismo come esperienze che ricollegano alla perfezione corporea “ariana” ed al suo rapporto cultuale col Sole, l’agricoltura biologica e la limitazione o la proibizione del consumo di carne (Hitler era vegetariano) come esperienze che favoriscono la ricostruzione del rapporto fra identità “razziale” (“sangue”) e terra, intesa come luogo della produzione alimentare ma anche come radice dell’identità. Al tempo stesso, un’altra serie di decisioni e misure hanno lo scopo di costruire una continuità fittizia fra il Terzo Reich e l’intera Storia tedesca rivisitata e deformata ad uso e consumo delle teorie naziste con un apporto determinante di larga parte del mondo accademico; in senso deformato in modalità crescenti man mano che ci si addentra nel passato, si recupera ogni elemento del passato germanico (o fatto passare per tale) per costruire una falsa linea continua. Così avviene per il nazionalismo romantico antibonapartista dei primi dell’Ottocento, così avviene per la guerra dei contadini dell’età di Lutero, da cui ad esempio si trae quel simbolo del wolfsangel usato durante la Seconda Guerra Mondiale dalla Divisione corazzata SS “Das Reich (autrice di numerosi crimini sul fronte orientale e del massacro di Oradour in Francia) e negli anni ’70 dall’organizzazione neofascista italiana “Terza Posizione” e oggi anche dal reparto neonazista ucraino “Azov, così avviene per i Cavalieri Teutonici medievali, così avviene per le tribu di quell’Arminio che vinse i Romani a Teutoburgo e il cui nome vero (Arminius, dato che era in effetti un ufficiale ausiliario di cavalleria dei Romani!) viene germanizzato a posteriori in Hermann e trasformato in personaggio-chiave del nazionalismo tedesco, ovviamente del tutto inesistente nell’epoca sua.

Si va ancora indietro, ad “arruolare” alla continuità germanica popolazioni protostoriche e preistoriche e, addirittura, ad inventare origini nordiche (iperboree) di tipo semidivino, che si collegano alla sommersione della leggendaria Atlantide ed a “resti” post-atlantidei proiettati in Tibet, sulle Ande, altrove! Nessuna attività turistica, escursionistica, alpinistica, perfino artistica, in ambito nazista, prescinde dall’essere collegato a quella costruzione delirante di una fittizia linea di continuità fra la modernità “ariana” e  gli abissi dell’arcaicità leggendaria e quella dimensione è la base, assieme alla mitizzazione del ruralismo e del naturismo/salutismo in tutti i campi, di un binomio forte: decisioni e pratiche concrete e costruzione di un immaginario di riferimento, largamente intrecciato con l’orientalismo deformato, con tutti i mezzi: arte, cinema, letteratura, musica, architettura, simboli, ecc.

È a questa costruzione di un immaginario di riferimento, con le connessioni a cui si è fatto cenno, che bisogna riferirsi anche per molte della attività che associazioni ed organizzazioni collaterali a quelle esplicitamente neofasciste e neonaziste che fanno parte di ciò che viene definito “la galassia nera” (oltre 3000 pagine sul web!) realizzano attività negli ambiti più disparati. Ecco allora che al di là delle specifiche organizzazioni politiche (ad esempio “Forza Nuova”- FN, “Casa Pound Italia” – CPI, “Lealtà ed Azione” – LeA, “Movimento Patria Nostra” – MPN, ecc.) e delle loro branche studentesche ( “Lotta Studentesca” per Forza Nuova e “Blocco Studentesco” per Casa Pound Italia) esiste appunto una galassia di organizzazioni collaterali che in parte agiscono proprio sui terreni dell’“immaginario collettivo” cari ai nazisti: “Impavidi Destini” di CPI sulle tematiche della salute, “Avamposto Verde” (FN), “La foresta che avanza” (CPI), “I lupi danno la zampa” (LeA), “Animalia” (MPN) e “Agonia Ambientale” (MPN) sull’ecologia, “Lega della Terra” (FN) e “IT-Scelte d’identità” (CPU) sull’agricoltura naturale, “La Muvra” (CPI), “Lupi delle vette” (LeA) sull’escursionismo; organizzazioni che non mascherano completamente, nelle sedi, nelle forme organizzative, nelle simbologie, negli spazi sui social, la loro connessione diretta con quelle esplicitamente politiche e che se producono anche confusione, estensione del bacino di reclutamento per le organizzazioni esplicitamente politiche, possibilità di infiltrazione in comunità residenziali ed ecovillaggi esistenti, hanno però come obiettivo principale la costruzione di una propria comunità/identità  e proprio in questo si rifanno assai di più all’esperienza nazista ed alle elaborazioni di Evola che non a quella delle organizzazioni fasciste classiche. Non a caso, Casa Pound Italia è arrivata a promuovere (non solo per i pur esistenti obiettivi di autofinanziamento o di giustificazione di finanziamenti di altra sorgente), anche un brand di abbigliamento, che favorisce proprio questa ricerca di una identificazione comunitaria, il brand “PIVERT”: in forme diverse ma non differentissime, si tratta della stessa operazione che i nazisti fecero con la preesistente casa di moda di Hugo Boss, che fu tra l’altro la creatrice delle divise nere delle SS, la fornitrice di molte delle divise delle formazioni paramilitari del Reich e sfruttò, durante il conflitto, anche il lavoro schiavistico dei deportati. È interessante come le denominazioni e quasi sempre i simboli di queste associazioni della “galassia nera” (che spesso condividono con le “case madri” indirizzi e dirigenti, magari sotto forma di parenti) abbiano valenze care all’universo simbolico e referenziale identitario/militarista/letterario, spesso di netta matrice evoliana (“avamposto”, “foresta che avanza”, “scelte d’identità”, “lupi”/”vette”,  “branco”, ecc. ), ossia tale da rimandare alla triade politico-“spirituale” incentrata su: “aristocrazia guerriera”-“tradizionalismo”-“naturalità”. Non mancano altre organizzazioni collaterali che non si rapportano con i terreni di cui si sta parlando qui come “Solidarietà Nazionale” (FN) , “La Salamandra” (CPI), “Bran.co.” (LeA) su assistenza sociale e protezione civile, “Evita Peron” (FN) e “Tempo di essere madri” CPI) sulla maternità e l’infanzia, ma che hanno lo stesso obiettivo principale: la costruzione di una identità comunitaria, quasi di branco, che sebbene non assuma (ancora?) in ambiente extraurbano forme residenziali  non ha meno compattezza di una comunità residenziale e può, nel contempo, infiltrarsi e diffondere le proprie concezioni anche in comunità residenziali ed ecovillaggi. La costruzione di una identità “comunitarista”, come forma di aggiornamento proprio del pensiero evoliano, venne tentata da settori, ispirati soprattutto da Rauti,  del neofascismo italiano fin dal 1977, in non casuale coincidenza con la stagione, all’estrema sinistra, di Parco Lambro, degli “Indiani metropolitani”, ecc. e con l’adozione, da parte dell’estrema destra, di simbologie celtizzanti vere o fittizie, che peraltro rimandavano all’uso nazista delle rune (anch’esse vere o presunte); il “Fronte della Gioventù” organizzò allora, anche in dissenso con la direzione almirantiana del partito, fra il ’77 e l’81, i “Campi Hobbit”, con esplicito riferimento non solo genericamente al mondo immaginario (antimoderno, neomedievale, gerarchico) de Il Signore degli Anelli di Tolkien, caro alla cultura di destra in quegli anni grazie alla rilettura fascisteggiante compiuta da Elemire Zolla nel decennio precedente, ma a quella parte di quel mondo che era rappresentata appunto dai personaggi degli Hobbit e dai loro villaggi, esempio di ruralismo comunitario. E’ dal primo “Campo Hobbit” (Montesarchio, Provincia di Benevento, giugno 1977) che si lancia la croce celtica e che si presentano gruppi musicali che come “La Compagnia dell’Anello” (fondata a Padova nel 1974, presente a tutte le edizioni dei “Campi Hobbit”, che dal 2002 ha dato vita ad un’associazione e ad una casa discografica omonime e che oggi oscilla fra Casa Pound e Lega) si richiamano esplicitamente all’universo tolkieniano. I “Campi Hobbit” sono in quegli anni il crogiuolo di tutte le nuove esperienze neofasciste italiane, da quelle di chi nel Fronte della Gioventù cerca di togliere ai rautiani l’egemonia sui giovani missini, come Flavia Perina, che diverrà poi direttrice del “Secolo d’Italia” e anche deputata, ad un Massimo Morsello che diverrà terrorista dei NAR, che riceverà varie condanne (anche per banda armata) e fuggirà in Gran Bretagna, da Gianni Alemanno, che diverrà anche Sindaco di Roma, alla moglie Isabella Rauti, figlia di Pino Rauti e che Alemanno conobbe proprio nel 4° “Campo Hobbit” nel 1981. I “Campi Hobbit” (o anche i “Raduni della Contea” degli anni ’80, anch’essi riferiti all’universo tolkieniano) sono importanti per molti motivi, ma nel contesto di questo articolo essi lo sono perché rappresentano una metafora, che per qualche giorno tende a farsi reale, del comunitarismo rural-naturalistico, che è la versione aggiornata (rautiana, con ricorso a riferimenti tolkieniani rielaborati come si è già detto da Zolla) dell’evolismo e che in forme più o meno diluite e quasi sempre non coscienti contamina per davvero alcune comunità autogestionarie ed alcuni ecovillaggi. Con questo il cerchio parrebbe chiudersi ma resta ancora da capire come possano connettersi i riferimenti alla celticità, vera o inventata (che saranno cari anche al leghismo) ed al mondo tolkieniano che affonda le sue radici nelle leggende nordiche più ancora che anglosassoni, con quelli alla spiritualità indiana e orientale in genere, cari in certo modo (distorto) ad Evola ed ai nazisti e che sono presenti esplicitamente o implicitamente nell’immaginario di taluni ecovillaggi e comunità autogestionarie (non necessariamente di orientamento di destra…) assai più dei riferimenti celtico-tolkieniani. Eppure la connessione esiste e, purtroppo, si ritrova proprio nella dimensione più esoterica e abissale delle concezioni della parte più elitaria del nazismo, quella delle SS, perché è in quell’ambito che si trova, portata alle estreme conseguenze, l’idea che lo spiritualismo orientale non può essere frutto dei “subuomini asiatici” ma è un resto dell’antica “super-razza” atlantidea-iperborea-ariana civilizzatrice di tutte le genti anche asiatiche e di cui d’altro canto le genti germaniche sarebbero i legittimi discendenti; ecco allora che esoterismo tardo-ottocentesco, orientalismo distorcente, razzismo antiasiatico, pangermanismo, arianismo, costruzione di attitudini salutiste e di un rapporto con la natura destinati ad entrare (assieme a genocidio ed eugenetica) fra gli strumenti di (ri)forgiatura della “super-razza” sono la rete da cui si dipartono strade apparentemente diverse come lo sono la croce celtica e la svastica ed apparentemente tanto deliranti, irrazionali, fondate sulla falsificazione scientifica e storica da non potersi considerare a prima vista che con dileggio o pena e da non sopravvalutare nelle loro coincidenze o nelle loro influenze sul variegato e tutto sommato sano mondo delle comunità residenziali autogestionarie e degli ecovillaggi. Ma quelle radici, quella rete, hanno portato già a 60 milioni di morti (Seconda Guerra Mondiale) e sono ancora attive, purtroppo, e sottovalutarne caratteristiche, potere di costruzione dell’immaginario e capacità di copiare le esperienze cristiane e del movimento operaio, nonché contaminazioni verso ambienti ecologisti e libertari, naturisti ed assembleari, salutisti e altermondialisti sarebbe un terribile errore.

I libri di Silvio Marconi

Uno studio che, lungi dall’avere un obiettivo “enciclopedico” o di minuziosa analisi storica, vuole evidenziare quelle connessioni e correlazioni – tradizionalmente taciute e rimosse – tra i fenomeni ed i processi che portarono alla crisi ed al crollo dell’Impero Romano d’Occidente e quelli operanti in un’Asia la cui complessa storia viene, tuttora, sottovalutata.
Quando una farfalla batte le ali in Cina si sofferma sul ruolo che, nella crisi e nel crollo dell’Impero Romano d’Occidente, ebbero tanto la Persia quanto, indirettamente, la Cina, dimostrando come il pregiudizio etnocentrico che ancora permea la formazione, la divulgazione e la costruzione dell’immaginario occidentale sia un pernicioso ostacolo a una comprensione di ben più ampio respiro e alla lezione metodologica che ne se ne può trarre.
In questa prospettiva, il riconoscimento di una molteplicità di poli e fattori transculturali è la precondizione per affrontare qualsiasi problematica: storica, politica, economica o strategica.
Una precondizione troppo spesso, volutamente, ignorata da una cultura occidentale che, a differenza di quelle orientali, ha rifiutato la logica olistica privilegiando un approccio molto settoriale.

Silvio Marconi – ingegnere, antropologo, operatore di Cooperazione allo sviluppo, Educazione allo Sviluppo e Intercultura – fa ricerca, da anni, nell’ambito dell’antropologia storica e dei sincretismi culturali. Ha pubblicato, al riguardo: Congo Lucumì (EuRoma, Roma, 1996), Parole e versi tra zagare e rais (ArciSicilia, Palermo, 1997), Il Giardino Paradiso (I Versanti, Roma, 2000), Banditi e banditori (Manni, Lecce, 2000), Fichi e frutti del sicomoro (Edizioni Croce, Roma, 2001), Reti Mediterranee (Gamberetti, Roma, 2002), Dietro la tammurriata nera (Aramiré, Lecce, 2003), Il nemico che non c’è (Dell’Albero/COME, Milano, 2006), Francesco sufi (Edizioni Croce, Roma, 2008), Donbass. I neri fili della memoria rimossa (Edizioni Croce, Roma, 2016).

Prezzo di copertina: 18 euro Prezzo effettivo: 15.5 euro

Edit this page