Delhi non solo di passaggio

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Vecchia Delhi fetida Delhi
viuzze piazzuole moschee
come un corpo accoltellato
un giardino sotterrato.
Piove polvere da secoli
il tuo manto turbini di polvere
un mattone spezzato il tuo guanciale
[…]
Eri coperta di poesie
tutto il tuo corpo era scrittura
ricordati
riacquista la parola.
Sei bella.
[…]

Octavio Paz, Il balcone (in: Giuseppe Cederna, Il grande viaggio, Feltrinelli, Milano, 2004).

Delhi è una città talvolta ingiustamente snobbata da coloro che viaggiano in India. Viene come vissuta “per forza”, quasi fosse un passaggio obbligato, arrivando al suo aeroporto, un tempo notoriamente malandato, ora uno degli spazi più curati in India. In verità credo sia una città che meriti più di quanto possa sembrare. Certo, non ha la piacevole adrenalina di altre capitali asiatiche come Bangkok, l’effervescenza di Mumbai, il fascino evocativo seppur inquietante di Calcutta. E’ probabilmente meno peculiarmente indiana delle ultime due citate, senz’altro meno peculiarmente hindu. E’ stata difatti concepita, in primo luogo, come capitale dell’India islamica (Vecchia Delhi) subentrando ad Agra, nel diciassettesimo secolo, come centro principale dell’Impero Moghul.
In un secondo momento come capitale (Nuova Delhi) del British Raj, della “sezione indiana” del Commonwealth britannico subentrando, in questo caso, a Calcutta. Era il 1931. Sedici anni dopo è diventata la capitale dell’India indipendente. Vecchia Delhi e Nuova Delhi sono abbastanza diverse: “viuzze, piazzuole, moschee” e piccoli e grandi mercati-bazar la prima, viali alberati, strade larghe e comode e bei quartieri residenziali (accanto ad altri più popolari) la seconda.
Vecchia Delhi e Nuova Delhi, tuttavia, sono facilmente identificabili con un unico tessuto urbano, sfumando armoniosamente l’una nell’altra.

Cosa vedere
Per far sì che la visita a Delhi offra una buona finestra sulla complessiva cultura indiana è d’obbligo una visita al National Museum (che ha due omologhi nell’Indian Museum di Calcutta ed il Prince of Wales Museum di Bombay). In una mattinata si può avere un assaggio della preistoria, la storia, l’antropologia e l’arte (in particolare scultoria e miniaturistica) dell’intero subcontinente. Non molto distante dal museo la Safdarjang’s Tomb, mausoleo settecentesco: una delle ultime espressioni dell’architettura moghul.
Per un’espressione architettonica più antica merita di essere segnalato il mausoleo di Humayun (Humayun’s Tomb), ritoccato nel tempo per avvicinarlo all’ideale estetico del Taj Mahal di Agra, realizzato (il Taj Mahal) per ordine dell’imperatore moghul Shah Jahan e definito dal poeta bengalese Rabindranath Tagore “una lacrima sul viso dell’eternità”.
Allo stesso Shah Jahan si deve la realizzazione del Forte Rosso (Lal Qila) di Delhi, ultimato nel 1648 e da cui avrebbe successivamente amministrato l’impero il figlio Aurangzeb. Le mura del Forte Rosso si estendono per circa due chilometri e contengono le vestigia, in buono stato, di diversi edifici imperiali. Certo, ci vuole un po’ di immaginazione per vedere gli stessi edifici ricoperti di oro, argento e pietre preziose (oggi ne rimangono gli “scheletri” in marmo e pietra rossa), i giardini lussureggianti percorsi da canali di acqua limpida (oggi tristemente asciutti) che portava refrigerio sin negli interni opulenti. Uno dei fabbricati del Forte Rosso è adibito a piccolo museo, dove è possibile ritrovare alcuni oggetti del quotidiano moghul. Poco distante da Lal Qila la più grande moschea dell’India: Jama Masjid che reca ancora la firma di Shah Jahan. Faticosa ma senz’altro edificante la “scalata” del minareto-sud da cui si gode una splendida vista della città e delle mura del Forte.
Spostandosi nella zona meridionale è un altro minareto, il Qutb Minar, che merita una visita ed una piacevole sosta nei giardini che lo ospitano. La costruzione è iniziata alla fine del 1100, per celebrare la sconfitta dell’ultimo dominio hindu sulla città, rappresentando un bell’esempio di architettura “paleo-afghana”.
Di ritorno dal Qutb Minar verso il centro merita una sosta, all’imbrunire, l’India Gate, in stile quasi “neoclassico”, particolarmente amata dagli autoctoni pur non avendo la celebrità dell’omologa di Mumbay.

Dormire e mangiare
Forse ci sono più alberghi a Delhi che in tutte le città d’Italia messe insieme. Sono letteralmente migliaia. Il cuore di Nuova Delhi è Connaught Place, celebre per la razionalità della regia architettonica ed i moderni portici di negozi trendy, banche, ristoranti a volte pretenziosi ed alberghi spesso relativamente cari.
A chi volesse trattarsi proprio bene, nel cuore cittadino, consiglio l’Hotel Park, segnalando che costa oltre 200 dollari a notte. In particolare il ristorante dell’albergo (accessibile anche agli esterni) è degno di nota per la qualità della sua cucina. Personalmente lo prediligo per le colazioni, avendo un debole per la sua pasticceria.
Ovvio dire che si può stare a Connaught Place anche spendendo meno, potendo addirittura scegliere guest-houses particolarmente economiche come la Ringo Guest-House e la Sunny Guest-House. Per questo rimando alla Lonely Planet o altra guida turistica.
L’alternativa economica a Connaught Place è Paharganj, frequentata soprattutto dai backpackers. La zona è abbastanza caotica ed affollata ma è particolarmente comoda per la vicinanza della stazione di New Delhi e ricca di ristoranti, oltre che di hotel, generalmente a costi contenuti.
Una formula “paraventa” può essere: dormire in un hotel di medio livello in zona Pahar Ganj o Connaught Place, far colazione al Park Hotel, pranzare alla caffetteria del centro culturale italiano (accanto all’ambasciata, in zona Chanakyapuri) -ottimo cibo mediterraneo a prezzi ragionevoli- e per la cena non c’è che l’imbarazzo della scelta, essendo nutrita l’offerta dei ristoranti. Un paio di segnalazioni al riguardo: il Veda in zona Connaught Place, arredato in maniera piacevolmente kitch, per una buona cucina indiana ed il Ploof a Lodi Colony (central Delhi), più trendy (e un po’ più caro) per una buona cucina internazionale.

L’aria e l’odore di Delhi
Giuseppe Cederna, attore di cinema e teatro ed autore de Il grande viaggio -su percorsi himalayani- definisce l’aria di Delhi “densa come orzata” e ne descrive l’odore come “dolciastro di sciroppo e di corde che bruciano. L’odore vivo del decadimento, dei rifiuti, degli scarti. Delle trasformazioni.
Un inconfondibile fiume di odori che raccoglie fumo, smog, piante tropicali, merda, latrina, palestra, scuola, cartoleria, mercato, immondezzaio, garage, bidis, terra, asfalto, fango”. E’ forse un odore che, come altri elementi peculiari della città, potrebbe andare sfumando data l’irruzione potente dell’India nella storia, la sua inevitabile, forse per certi versi auspicabile, occidentalizzazione. Delhi sta difatti diventando, in questi anni, una capitale ancora nuova: la capitale, insieme a Pechino (e per esteso a Mumbay e Shangai), del secolo asiatico o, per riprendere il titolo dello splendido testo di Federico Rampini, dell’ “impero di Cindia”. Presa nel vortice potente del transeunte è dunque una città che merita probabilmente di essere ancora “annusata” nella sua essenza profonda, prima che se ne perdano molte tracce nel dimenticatoio della storia.

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