Gesù in India? Una domanda, molte risposte

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Gesù in India? Una domanda, molte risposte

Dai sotterranei della British Library fanno, periodicamente, capolino versioni inedite sulla vita di Gesù.
Bestseller internazionali condiscono saporitamente la versione ufficiale della sua vita. In India, buona parte dei membri dell’élite colta crede senza grandi riserve che Gesù abbia vissuto per un periodo più o meno lungo nel subcontinente. Qual’è la verità? Difficile saperlo, a circa duemila anni di distanza ma, riguardo il filone dei presunti anni indiani del grande maestro palestinese, ho pensato valesse la pena fare un viaggio di ricerca, approfondendo le diverse ipotesi che lo corroborano. Il risultato è il libro Gesù in India? nel titolo del quale, come scritto in introduzione, il punto interrogativo è doveroso.

«“No, dimmi, Taiji, quanti, davvero?”. E ora una bottiglia d’acquavite, materializzandosi chissà da dove: liquore di poco prezzo dalle pieghe del grande e caldo giaccone chugha. Poi un brivido, un rutto, un’occhiataccia. Uno scintillio d’oro. E ― finalmente ― parole. “Quanti anni? Mi domandi quanti anni, piccolo deficiente ficcanaso…”. Tai, preannunciando il pescatore sulla mia parete, puntò il dito verso le montagne. “Tanti così, nakkoo!”. Aadam, il nakkoo, il ficcanaso, seguì la direzione del dito. “Ho visto nascere le montagne. Ho visto morire imperatori. Ascolta, nakkoo…”. di nuovo la bottiglia d’acquavite, seguita dalla sua voce d’acquavite e da parole più inebrianti dell’alcool: “…ho visto Isa, Cristo, quando è venuto nel Kashmir. Sorridi, sorridi pure, ma è la tua storia che ho in testa. Una volta fu messa per iscritto in libri ormai perduti. Una volta sapevo dov’era una tomba con piedi perforati, scolpiti sulla lapide, che sanguinavano una volta all’anno. Anche la mia memoria se ne sta andando; ma io so, benché non sappia leggere”. L’analfabetismo liquidato con un gesto; la letteratura sbriciolata sotto la collera della sua mano. Che di nuovo si posa sulla tasca del chugha, sulla bottiglia d’acquavite, sulle labbra screpolate dal freddo. Tai aveva sempre avuto labbra femminee. “Ascolta, nakkoo, ascolta. Ho visto tante cose. Yara, avresti dovuto vedere quell’Isa quando è arrivato, con la barba lunga sino alle palle e la testa calva come un uovo. Era vecchio e stanco, ma sapeva come ci si comporta. “Prima lei, Taiji” diceva, e “Si sieda, per favore”; e sempre in tono rispettoso, non mi chiamava mai suonato, non mi dava neanche del tu […] e che appetito! Una fame da farmi tappar le orecchie per lo spavento. Santo o diavolo, ti dico che era capace di mangiarsi un capretto intero in un sol pasto. E con questo? Mangia, gli dissi, riempiti la pancia, un uomo viene nel Kashmir per godersi la vita o per finirla, o per tutt’e due le cose insieme. Il suo lavoro era terminato. Era venuto qui solo per godersela un po’”.

Incantato da questo ritratto alcolico di un Cristo calvo e ghiottone, Aziz ascoltava, ripetendo poi ogni parola con grande costernazione dei suoi genitori, che commerciavano pietre e non avevano tempo per le “ciance”».

(Salman Rushdie, I figli della mezzanotte, 2012, pp. 19-20).

 

Incontrai per la prima volta la tesi suggestiva degli “anni indiani di Gesù” sul testo La Bibbia di Rajneesh.
Il controverso maestro indiano Osho Rajneesh, in uno dei suoi provocatori discorsi, aveva fatto cenno al fatto che Gesù, contrariamente a quanto veniva tramandato dalle origini della cristianità, sarebbe sopravvissuto alla crocifissione e, aiutato da alcuni discepoli più o meno “occulti” (Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea) e con la connivenza di Ponzio Pilato, avrebbe avuto modo di riaversi dalla pesante ordalia per poi prendere la via del Kashmir, dove sarebbe morto in tarda età.
Anni dopo avrei incontrato un testo interamente dedicato agli “anni indiani”: Sulle tracce di Gesù l’esseno, del professore kashmiro Maria Fida Hassnain. Ricordo lo divorai in pochi giorni, appassionandomi nuovamente alla questione. Eravamo agli albori del nuovo millennio e in libreria, in Italia, non si trovavano altri testi sull’argomento. Passa qualche anno e mi trasferisco a vivere buona parte del tempo a Varanasi, nell’India del nord, dove mi appassiono al testo di Holger Kersten Jesus lived in India tradotto, con ritardo, in italiano nel 2009 con il titolo La vita di Gesù in India.
La curiosità inizia a essere pressante, continuo a trascorrere lunghi periodi nel subcontinente, non perdendo l’opportunità di fare cruciali sopralluoghi sulle tracce, presunte, del grande nazzareno.

Prima tappa: Srinagar e Rozabal, il santuario in cui riposerebbe Gesù

Il primo viaggio della mia ricerca risale al 2009, a Srinagar, allora posto abbastanza off limits.
Ne ho diffusamente parlato nel post Srinagar…in quel che resta della “terra dai fiumi di latte e miele” e nell’omonimo capitolo del libro Gesù in India?
Nella capitale kashmira riesco a trovare Rozabal, il celebre santuario da molti identificato come lo spazio in cui sarebbe sepolto il maestro palestinese.
Non è possibile fotografarlo ma se ne trovano diverse fotografie in rete. Non è nemmeno accessibile nella sua parte interna, dove starebbe la tomba di Gesù assieme a quella di un importante santo musulmano: Syed Nasir Ud-Din.
Dopo la visita a Rozabal riesco a contattare il professore kashmiro Maria Fida Hassnain e a raggiungere la sua abitazione. Il professore mi incoraggerà a procedere nelle ricerche, incoraggiamento di cui farò tesoro qualche anno più tardi.

 

Le due ipotesi principali degli “anni indiani di Gesù”

In breve, quali sono le principali ipotesi sul soggiorno o i soggiorni di Gesù in India? Sono fondamentalmente due e si riconducono ad altrettanti personaggi vissuti a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo. Il primo un giornalista e viaggiatore russo: Nicholas Notovitch che, in un importante monastero buddhista vajrayana di scuola Drukpa del Ladakh (territorio nell’India dell’estremo nord, ai confini con il Tibet), avrebbe scoperto alcuni manoscritti in cui si dettagliava quanto avrebbe fatto Gesù nel subcontinente durante il periodo “di cui non parlano i vangeli” (tra i 14 e i 30 anni).

Notovitch tradusse i manoscritti dal tibetano e li fece pubblicare a Parigi, nel 1894, con il titolo La vie inconnue de Jésus Christ. Naturalmente questo non gli attirò le simpatie del Vaticano e venne presto accusato pubblicamente di frode. Diversi anni dopo, tuttavia, nel 1922, un importante membro dell’élite colta indiana, Swami Abedhananda (vicepresidente della celebre Ramakrisha Mission), compì un viaggio di verifica nello stesso monastero, confermando la presenza dei manoscritti e traducendone, a sua volta, una parte. Dopo Abedhananda, altri ricercatori in cerca degli stessi manoscritti non ebbero più modo di trovarli. Comprensibilmente erano spariti.
Il secondo personaggio cui si faceva cenno è stato il mistico musulmano Mirza Ghulam Ahmad, fondatore della celebre Comunità Islamica Ahmadiyya per avere maggiori informazioni sulla quale rimando al seguente articolo.
Questi avrebbe fermamente sostenuto che Gesù sopravvisse alla crocifissione, ovvero che sarebbe stato calato dalla croce in uno stato similcomatoso. Curato con il celebre Marham I Isa (letteralmente: unguento di Gesù, la cui ricetta figurerebbe addirittura nel Canone di Avicenna), avrebbe avuto modo di riprendersi per lasciare presto, insieme alla madre, la Palestina.
Mettendo insieme alcune fonti musulmane (il celebre Rauzat Us Safa, testo persiano del 1417, il cui titolo sta per Il giardino di purezza) e apocrife (gli Actae Thomae), dettagliati resoconti di viaggiatori (ad esempio O.M. Burke, autore del testo Among the dervishes), materiale orale di interesse antropologico (cui si è particolarmente dedicato, negli anni venti del ventesimo secolo, il pittore e antropologo russo Nicholas Roerich) e altri elementi (a cominciare dalla presenza della presunta tomba di Maria in Pakistan) si potrebbe oggi corroborare l’itinerario che avrebbe seguito Gesù, sopravvissuto alla crocifissione, proposto già alla fine dell’Ottocento da Mirza Ghulam Ahmad.
Dal Rauzat Us Safa risulta un soggiorno di Gesù, della mamma e di alcuni discepoli a Nasibain (oggi Nisibis, in Turchia ma al confine con la Siria), dagli Actae Thomae nei territori dell’attuale Iskilip, nel nord dell’Anatolia, dal testo Among the dervishes risulta un loro passaggio e una lunga sosta in Afghanistan dove esisterebbe ancora la comunità dei Seguaci di Gesù. Maria non sarebbe, tuttavia, riuscita a raggiungere l’India come attesterebbe ― a circa settanta chilometri da Taxila, nell’odierno Pakistan ― il Mai Mari da Ashtan: Il luogo dell’ultimo riposo della Madre Maria, una tomba allineata con orientamento est-ovest, secondo l’uso ebraico, mentre nella cultura islamica l’orientamento è nord-sud.
Gesù ― ancora nella prospettiva di Mirza Ghulam Ahmad che diversi autori avrebbero seguito ― avrebbe poi raggiunto il Kashmir per parlare alle disperse tribù di Israele, giunte in Asia centrale e in Kashmir in diverse ondate, a partire dalla diaspora assira dell’ottavo secolo a.C.
La lussureggiante regione montana recherebbe diverse testimonianze del soggiorno del profeta Yuz Asaf (che secondo i sostenitori della tesi di Mirza Ghulam Ahamd sarebbe il nome persiano di Gesù) e addirittura è possibile indicare come elemento corroborante un passaggio, in sanscrito, del Bhavishya Maha Purana, la cui versione originale risale al 115 d.C.
In generale i Purana (in sanscrito: testi in cui si parla di vicende antiche) sono uno dei pilastri della letteratura tradizionale hindu.
Nel passaggio in questione si riporta un breve colloquio in terra kashmira ― avvenuto probabilmente prima del 78 d.C. ― tra il re di una popolazione conosciuta come Saka e un sant’uomo che si presenta come “Figlio di Dio nato da una vergine”.
Dalle parole del sant’uomo al re emerge un messaggio di natura monoteista ma con una netta eco pagana.
Cito:

«O re, io vengo da una terra lontanissima, dove non c’è verità e dove il male non conosce limiti.
[…]
Sono apparso come Isha Masih o Gesù Messia. Ho ricevuto la Messianicità o Cristicità.
Ho detto loro, “Eliminate tutte le impurità della mente e del corpo. Recitate la preghiera rivelata. Pregate autenticamente nel modo giusto, obbedite alla legge. Ricordate il nome del nostro Signore Dio. Meditate su colui la cui dimora è nel centro del sole”.
[…]
Ho chiesto agli esseri umani di servire il Signore. Ma ho sofferto per mano dei malvagi e dei colpevoli. In verità, o Re, tutto il potere è nel Signore, il quale è nel centro del sole. E gli elementi, e il cosmo, e il sole, e Dio sono per sempre. Perfetto, puro e in beatitudine, Dio è sempre nel mio cuore. Per questo mi è stato dato il nome di Isha Masih».

 

Seconda tappa: Ladakh e, nuovamente, Srinagar

La seconda tappa del mio viaggio di ricerca, in India, non è stata meno intensa della prima.
Ho fatto diverse tappe in Ladakh nell’agosto del 2014. Il primo posto da visitare era, ovviamente, il monastero di Hemis, dove Notovitch avrebbe trovato i celebri manoscritti. Al pari di tutti coloro che, dopo Swami Abhedananda, si sono messi sulle loro tracce, io stesso non ho avuto modo di vederli, ricevendo risposte piuttosto elusive dai monaci cui di volta in volta rivolgevo alcune domande.
Anche stando a quanto si legge su un testo che vendono in monastero, tutti sanno che Hemis è diventata internazionalmente famosa per i manoscritti della vita di Gesù in India ma nessuno ha la minima notizia aggiornata al riguardo.
Ho tuttavia sempre fatto tesoro del proverbio cinese: non lasciare che la meta diventi più importante del viaggio!
Cito da Gesù in India?

«Il Ladakh si rivela subito una dimensione arcaica, remota: si fa fatica, a volte molta fatica, a utilizzare internet, le comuni schede telefoniche indiane non sono utilizzabili in loco e nessuno sembra avere la pazienza di procurarsi schede locali.
Si incontrano molte persone interessanti, soprattutto viaggiando in corriera, viaggiatori d’altri tempi forse perché il posto e il modo di viaggiare sono, giocoforza, pre-moderni.
Si fraternizza con personaggi disparati cui si danno appuntamenti vaghi ― non potendo disporre degli attuali, efficienti, mezzi di comunicazione ― che spesso cadono nel vuoto, solo per lasciare spazio a nuovi incontri, nuove testimonianze, nuovi scambi fugaci. Il tutto in una cornice aspra e tuttavia accogliente di quasi-deserto e pietraia di alta montagna, in un contesto culturale tibetano con forte minoranza musulmana (soprattutto kashmira).
I monasteri sovrastano piccoli e dimessi villaggi, il fiume Indo e i suoi affluenti scorrono magri nei loro letti, la vegetazione chiazza sparutamente il paesaggio di altitudini irregolari e pinnacolari, vagamente lunare.
L’aria è spietatamente asciutta, l’ossigeno contingentato rende faticosi i movimenti e le frequenti salite».

Di ritorno dal Ladakh verso Varanasi ― dove faccio regolarmente base, in India, da circa dieci anni ― faccio una nuova sosta a Srinagar. Incontro nuovamente il Professor Hassnain che mi indirizza alla Mission House kashmira della Comunità Islamica Ahmadiyya. Lì vengo accolto con grande calore, alcuni membri presenti in loco si dicono entusiasti della mia ricerca e mi promettono tutto l’appoggio possible. Mi consigliano di andare un periodo a Qadian, in Punjab, la “città santa degli ahmadiyya”, per continuare le ricerche nella loro biblioteca principale.

 

Terza tappa: Qadian

Giungerò nella città punjaba quasi tre mesi dopo il mio primo incontro con gli ahmadiyya a Srinagar.

Il soggiorno, di circa due settimane, si rivela molto intenso e formativo.
Nasim Khan, il Director of Internal Affairs della Comunità, mi accoglie con calore. Sa del mio progetto editoriale e mi dice che intende affiancarmi un ragazzo per assistenza: Zabi Ullah, ingegnere informatico. Sarà una sorta di sobrio angelo custode nel corso della mia permanenza a Qadian.
Avrò dunque modo di procedere agevolmente nella stesura del libro, creando i presupposti per continuare la ricerca a Londra e per concluderla alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.

 

Conclusioni

Le conclusioni del testo scritto a seguito di una ricerca e un viaggio di grande fascino non possono che rimanere aperte. In Gesù in India? Ho cercato di dare conto della grande ricchezza di materiale documentario in merito ai cosiddetti anni indiani. Oltre ai manoscritti trovati da Notovitch non mancano, difatti, altre fonti scritte di varia provenienza (ad alcuni dei quali abbiamo già brevemente fatto cenno): gnostica, apocrifa, hindu, musulmana. Ugualmente di interesse credo sia “la ricca tradizione orale himalayana”, l’elevato numero di leggende, in circolazione in vaste aree dell’Asia, in merito al soggiorno o ai soggiorni di Gesù in India.
Le stesse tombe di Gesù a Srinagar e di Maria in Pakistan possono riservare diverse sorprese a coloro che vorrebbero liquidarle come “frodi”. Soprattutto nel caso di Rozabal non mancano testi storici kashmiri che confermano il santuario contenga le spoglie del grande profeta palestinese.
Un capitolo a parte, poi, è stato dedicato, nel libro, al mistero della Sacra Sindone, all’eventualità che il lenzuolo, lungi dall’essere un falso di produzione medievale, abbia avvolto il corpo di Gesù vivo e non morto.
Non posso che concludere questo articolo citando le frasi conclusive del mio testo:

«Sicuramente con questo libro non possiamo ― né, peraltro, vogliamo ― mettere la parola “fine” all’appassionante ricerca volta a tentare di svelare alcuni dei tanti misteri che circondano la vita di Gesù. Misteri che possano appassionare tutti coloro che non si accontentano (forse solo per una sfortunata mancanza di fede) della versione dogmatica.
A mio parere questo libro, non potendo offrire, ovviamente, risposte definitive, può fascinosamente rappresentare un’ulteriore porta che si apre su un universo “altro” e spero possa ispirare altri a mettersi, a loro volta, sulle tracce di un Gesù quasi inedito e transculturale.
Molte sono, chiaramente, le tematiche da approfondire, dall’eventuale origine ebraica degli afghani e dei kashmiri, a quella indiana degli ebrei, dall’autenticità di molti documenti e molte vicende citati, fino alle ulteriori ricerche che si potrebbero fare sull’eventuale tomba di Gesù a Srinagar e sulla Sindone.
Non ci resta ― a noi uomini di “poca fede” e grande sete di conoscenza ― che sperare che il nostro drappello cresca e si arricchisca di altri ricercatori, che alcune accademie non manchino di coinvolgersi, a loro volta, in questa faticosa ma fascinosissima impresa.
Per concludere, paradossalmente, con uno degli slogan del maggio francese: ce n’est qu’un début!
Siamo solo agli inizi e questo testo vuole solo rappresentare, nei migliori auspici, un punto di partenza…ci sono tutti i presupposti perché il viaggio continui a essere fascinoso e non meno attraente della sua meta.
Siete tutti benvenuti a bordo; di sicuro, come è successo a me a Qadian, impareremo a vedere il mondo anche con altri occhi».

Manuel Olivares