Giovani d’oggi: quando l’avventura è intellettuale

Posted in Blog

Di seguito l’articolo-intervista della scrittrice e poetessa Anna Manna sulla mia esperienza di “vivere altrimenti”, con particolare attenzione al fenomeno comunitario.
L’articolo è stato pubblicato su Il La (la rivista del Lazio) nel numero di Ottobre-Novembre 2011.

Manuel Olivares, sociologo di formazione, vive e lavora tra Londra e l’Asia.
Esordisce nel mondo editoriale, nel 2002, con il saggio Vegetariani come, dove, perché pubblicato con la casa editrice radicale Malatempora.
Altre Pubblicazioni: Comuni, comunità ed ecovillaggi in Italia nel 2003, Comuni, comunità ed ecovillaggi in Italia, in Europa e nel mondo nel 2007, coedizione Malatempora e AAM Terranova.
Nel 2009 fonda la casa editrice Viverealtrimenti per pubblicare Un giardino dell’Eden, il suo primo lavoro di fiction, Comuni, comunità, ecovillaggi, il suo terzo su un antico e moderno movimento di comunità sperimentali ed ecosostenibili, Yoga based on authentic Indian traditions, il suo primo libro in inglese, Barboni sì ma in casa propria, il suo primo di “anche poesia” e Con Jasmuheen al Kumbha Mela, un report a tratti semiserio di un’esperienza di crescita integrale nell’ambito del più importante pellegrinaggio hindu.

Non è facile incontrare a Roma Manuel Olivares. Quando è in Italia si rintana
nella sua casa a Fabrica di Roma (VT). Dopo tanto girovagare nel mondo…ogni tanto è necessaria una pausa, anche per riabbracciare gli adorati genitori. Dalla madre, la poetessa Iole Chessa Olivares, ha ripreso il sorriso e lo sguardo da poeta. Ma la voglia d’avventura e la curiosità intellettuale spinta a tutto il mondo è peculiarità sua!
Un giovane particolare Manuel Olivares: è riuscito a coniugare nella sua personalità la discrezione di una educazione sana e rifinita con l’anelito a conoscere, scandagliare, esaminare tutte le esperienze possibili. Il viaggio è la sua dimensione mentale.
Un viaggio che lo ha portato a confrontarsi con tantissime esperienze sociali, ad esempio con le comuni, le comunità e gli ecovillaggi di cui ha scritto diffusamente o, negli ultimi 7 anni, con culture diverse dalla sua di origine, in India ma anche in Thailandia, Nepal e Sri Lanka dove, tra le altre cose, non ha mancato di monitorare alcune esperienze comunitarie.

Manuel cosa è il fenomeno comunitario? Come nasce?

Il fenomeno comunitario prende corpo, storicamente, a partire soprattutto da istanze di natura religiosa. Da un’insopprimibile vocazione di ricerca di liberazione, di verità, al di fuori del tracciato battuto dalla massa. In alcuni casi sarebbe forse più corretto parlare di un’istanza di natura gnostica, della ricerca, cioè, di una conoscenza salvifica. Esemplari, in questo senso, sono le comunità essene cui hanno fatto seguito, agli albori della riforma protestante, quelle anabattiste. Il protestantesimo radicale ha anche dato vita a molte, importanti esperienze comunitarie negli Stati Uniti, a partire dal XXVIII secolo. E’ seguito il filone comunitario inaugurato dai teorici del cosiddetto socialismo utopistico: Owen, Fourier e Cabet che ha avuto ancora negli Stati Uniti, il suo terreno d’elezione. Nella seconda metà del Novecento prende corpo il filone esistenziale, legato all’esperienza beat ed hippy cui ha fatto seguito il filone new age e, negli ultimi vent’anni, quello ecologico, oggi prevalente. Questo si sostanzia soprattutto in un network mondiale, il GEN (Global Ecovillage Network) che coinvolge diverse migliaia di esperienze eco-comunitarie, qualificate spesso come ecovillaggi.

Il tuo ultimo libro pubblicato dalla casa editrice Viverealtrimenti fondata da te, cosa propone rispetto ai precedenti?

Vuole essere un excursus che, dalle prime comunità essene, giunge ai moderni ecovillaggi tentando di non trascurare nessuno: esponenti radicali della riforma protestante, socialisti utopisti, anarchici, hippies, kibbutzniks, ecologisti più o meno profondi e new agers.
Una mappatura ragionata – su scala italiana, europea e mondiale – di gruppi di persone che abbiano deciso di condividere, a diversi livelli, spazi, beni di vario genere e denaro e di un nuovo movimento di comunità sperimentali che abbiano come prioritari valori di tipo ecologico.
E’ senz’altro un libro più maturo rispetto ai due che lo hanno preceduto. Ne amplia il lavoro di monitoraggio e azzarda qualche proposta all’attuale movimento comunitario che ha tutte le potenzialità per rappresentare un incisivo gruppo di interesse, nell’immediato futuro, in particolare in merito ad istanze legate alla “società plurale” ed all’ecologia. Solo in Italia esistono una trentina di esperienze comunitarie, più o meno collaudate ma il numero è in continuo aumento. Il movimento conta qualche migliaio di persone, tra coloro che sono immediatamente coinvolti nella vita di comunità ed i simpatizzanti. Merita menzionare che stiamo lavorando, assieme alla RIVE (Rete Italiana Villaggi Ecologici) ed al CONACREIS (Coordinamento Nazionale dei Centri di Ricerca Etica Interiore e Spirituale) per il riconoscimento giuridico delle comunità intenzionali e degli ecovillaggi ed in questo il movimento italiano può rappresentare una sorta di avanguardia mondiale. Chi volesse maggiori informazioni al riguardo mi può contattare scrivendo a info@viverealtrimenti.com o visitare il sito www.conacreis.it

Manuel, la comunità predispone ad un atteggiamento di chiusura agli altri? E’ una casa senza finestre oppure un modo più immediato per entrare in contatto con gli altri?

Credo sia auspicabile iniziare a concepire la trasversale dimensione comunitaria come una fratellanza, oltre le differenze di credo religiosi ( o più genericamente , spirituali) e politici, di appartenenza sociale, nazionale, di sesso e di razza. Una fratellanza per affrontare a testa alta (non sfuggire) un mondo ogni giorno più complesso e tuttavia più affascinante.
Nei miei libri ho azzardato l’ipotesi che la comunità possa portare con sé alcuni rischi di “deriva settaria”. Ogni comunità predispone degli antidoti al riguardo (può essere esemplare il caso di Damanhur, in Italia, i cui membri si dedicano ad un’intensa attività di volontariato nella croce rossa, nella protezione civile, con i vigili del fuoco, eccetera). In alcuni casi mi è sembrato palpabile il rischio di “rifiuto del mondo”. Sono rischi con cui il movimento comunitario deve confrontarsi per innestare un processo di superamento di una fase che può presentare, a mio vedere, qualche tinta un po’ adolescenziale, nella misura in cui può, talora, scivolare su ingenuità ideologiche. Parlando con Oberto Airaudi, fondatore dell’esperienza damanhuriana, sostenevo che sarebbe bene “buttare a mare un po’ di zavorra degli anni ‘70” che ancora, a mio vedere, appesantisce la coscienza di alcuni comunitari un po’ sbilanciati sulla “radicalità a tutti i costi” e lui si diceva del tutto d’accordo. Bisogna insomma pensare ad un movimento comunitario del terzo millennio che sappia confrontarsi in maniera matura con le problematiche del mondo di oggi, a partire da quelle che sono le esigenze di vivere nel mercato, senza autorelegarsi in angoli di presunta, preservata purezza.

Ma obiettivo comune delle…comunità deve essere uno stile di vita con decrescenti bisogni di denaro ?

Credo proprio di no, piuttosto con un rapporto sereno e maturo con la dimensione finanziaria, in una prospettiva di soddisfazione dei cosiddetti bisogni post-materialisti: qualità della vita, ecologia, personal development, viaggi, conoscenza, solidarietà. Credo sia necessaria la creazione ed il potenziamento di un circuito economico alternativo, in una prospettiva di lavoro in rete tra le diverse esperienze comunitarie, a livello locale come, auspicabilmente, planetario (il movimento comunitario attuale, come dicevo in buona parte aggregato nel Global Ecovillage Network, ha realtà confederate nei cinque continenti). Le comunità non credo debbano offrire prospettive di vita frugale, pur con eventuali recuperi spirituali ma concrete alternative di benessere psicofisico ed economico a chi decide di coinvolgersi nella loro avventura.

Ma quante persone si raggruppano intorno al concetto di comunità?

Le comunità intenzionali e gli ecovillaggi possono essere più o meno piccole (a partire da un minimo di 5 membri adulti) o più o meno grandi (la dimensione media di una comunità intenzionale è stata identificata tra le 50 e le 300 persone) e muoversi lungo coordinate sociali, economiche, spirituali ( o secolari) politiche ed ecologiche affatto diverse. Parliamo dunque di un universo eterogeneo che ha come comun denominatore quella che il sociologo Bill Metcalf chiama we-consciousness.
Esistono poi esperienze comunitarie che raggiungono il migliaio di membri (ad esempio la Federazione di Comunità di Damanhur) o anche di più (è il caso di Auroville, in India, dove vivono circa 2000 persone ed è ugualmente una realtà decentrata in tante, diverse comunità).
Esistono anche “circuiti comunitari”, come Sarvodaya in Sri Lanka (di cui sono la contact-person in Italia) che “confedera” circa 15000 villaggi tradizionali, coordinando progetti di mutuo appoggio, scambio e solidarietà. In breve: ce ne è per tutti i gusti ma, nelle diverse esperienze cui si è brevemente fatto cenno, rimane sempre centrale la dimensione di vita a misura d’uomo, fatta di insediamenti piccoli che, in alcuni casi, danno vita ad organismi più grandi evitando tuttavia, nella misura del possibile, di “alienarsi”.

Insomma la tua vita è stata un viaggio affascinante nel nuovo, una proiezione impensabile in un’avventura che certo non somiglia a nessuna di quelle vissute normalmente dai giovani figli di una famiglia agiata, senza troppi problemi per il futuro?

Sì, mi rendo conto di aver fatto una scelta di vita originale e qualcuno mi invidia per questa ragione, senza tener conto i prezzi che sono implicati in questa scelta e non sono di poco conto. Credo ci si debba essere, in qualche modo, tagliati. A chi non è soddisfatto della vita che fa suggerisco di provare ad indagarsi a fondo, cercando di comprendere cosa veramente desidera, al di là delle aspettative altrui. Comprendere cosa veramente si voglia non è facile e tuttavia è un presupposto fondamentale. Il viaggio può aiutare molto a ritrovare alcuni bandoli perduti, soprattutto in paesi come l’India che rappresentano una sorta di specchio cristallino dell’anima umana. Anche lì, non mancano le difficoltà, un viaggio in India può presentare difficoltà non da poco ma può davvero forzare serrature ossidate della propria interiorità.

Ma come hai coniugato la tua cultura d’origine con le varie culture che incontravi?

Io credo che alla base di tutto vi siano delle risonanze emotive ed affinità di sensibilità. Ancora parlando dell’India, ho trovato indubbie risonanze e forti affinità con persone di un altro continente, malgrado le differenze linguistiche, di background culturale, eccetera. Mi viene da pensare che, in ultima analisi, siano differenze superficiali. L’essere umano ha avuto ed ha ovunque gli stessi problemi di fondo, ha elaborato risposte adattive via via diverse, molte delle quali si sono condensate in quelli che gli antropologi chiamano “modelli culturali”. Essere nato in un determinato paese non significa che ci si debba ritrovare per forza nei suoi modelli culturali perchè può darsi benissimo si sia interiormente più vicini ad altri, che sono stati realizzati più compiutamente altrove. E’ sempre il viaggio che può aiutarti a fare delle verifiche in questo senso. Non bisogna temere il confronto e non bisogna avere un atteggiamento mentale autolimitante, cosa che a mio modo di vedere accade spesso in Italia. Io credo che, soprattutto oggi, dovremmo avere un referente valido in una città come Londra, assolutamente cosmopolita e multiculturale. La società plurale dovrebbe essere il nostro obiettivo ultimo (e la globalizzazione ed il suo principale supporto, internet, ci stanno portando in questa direzione) ed è per tale ragione che trovo utili scrivere libri su stili di vita (nello specifico quelli comunitari) non ordinari o (riguardo i miei nuovi progetti editoriali) su culture molto diverse dalla nostra, per contribuire ad una maggiore dimestichezza con il diverso ed espandere gli orizzonti della nostra coscienza talora drammaticamente mutilata.

E’ possibile trovare in Internet siti su questo argomento ?

Curo personalmente il sito www.viverealtrimenti.com con una ricca sezione dedicata alle comunità intenzionali e gli ecovillaggi in Italia, in Europa e diversi articoli dei miei viaggi in oriente. Aggiorno più volte a settimana il mio blog www.viverealtrimenti.blogspot.com, ovunque mi trovi: in Europa, in India, in Sri Lanka o, ultimamente in Nepal, le connessioni ad internet non mancano quasi mai.
Posso segnalare anche altri siti: www.mappaecovillaggi.it; www.conacreis.it; www.retebioregionale.ilcannocchiale.it. Questo per l’Italia.
Nel mondo, interessanti siti del movimento comunitario sono: www.gaia.org; http://gen.ecovillage.org; http://www.ic.org.

Ma per te è stato invece un viaggio vero, una esplorazione vera ?

Direi di sì. E’ stato un percorso di confronto ed elaborazione che spero abbia portato ad una crescita, altrimenti temo sia stato inutile.
Concludendo con la mia esperienza con le comunità intenzionali e gli ecovillaggi, nel mio ultimo libro ho caldeggiato la necessità di dare un piccolo incoraggiamento concreto a tutte quelle persone che si sentono attratte dalla dimensione comunitaria . Sarebbe auspicabile che i giovani che vi si vogliono avventurare possano contare in un inserimento in attività collaudate, in un network economico intercomunitario (e naturalmente non solo, anche aperto al mondo esterno) collaudato e, auspicabilmente, microredditizio.
Sono difatti convinto che le comunità intenzionali e gli ecovillaggi possano rappresentare realmente un’alternativa esistenziale, finanche un vettore di trasformazione sociale ma credo sia importante essere costantemente consapevoli della giusta dose di realismo necessaria allo scopo, del giusto tributo da pagare alla natura anche, non solo, materialistica dell’essere umano, evitando il più possibile cadute in ideologismi ingenui o spiritualismi astratti.