I tre pilastri della mistificazione identitaria

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I tre pilastri della mistificazione identitaria

Di seguito, il terzo articolo del nostro collaboratore Silvio Marconi della serie: Le pericolose invenzioni delle identità.

Qui il primo articolo, qui il secondo.

Buona lettura! 

 

Ci sono tre tipi fondamentali di mistificazione identitaria, fra loro intrecciati: il primo consiste nell’inventare elementi identitari o intere identità inesistenti, magari attribuendole a quegli oppressi a cui si vogliono estirpare le effettive caratteristiche identitarie; il secondo è quello di negare il carattere “meticcio” di una identità e considerarla come “propria e pura”, cristallizzata nel tempo; il terzo è quello di “inventare un nemico” basandosi su distinzioni identitarie fittizie.

Questi tre tipi di mistificazione identitaria hanno sia obiettivi comuni che distinti: in comune hanno il fatto di proporsi di sviare l’attenzione degli oppressi dai loro veri nemici ed indirizzarla verso capri espiatori e quello, coniugato al primo, di favorire un compattamento artificioso del popolo che rafforzi l’egemonia dei gruppi dominanti; obiettivi differenziati possono essere quello di costruire una legittimità a posteriori a gruppi che conquistano il potere attraverso la violenza, quello di acquisire territori liberandosi della loro popolazione descritta come “altra” e “inferiore”, quella di consolidare discriminazioni (etniche, razziali, religiose, ecc.) all’interno di una compagine statuale.

Tre sono anche i pilastri su cui la mistificazione identitaria si fonda. Il primo è quello di proiettare nel passato fittiziamente realtà e concetti, simbologie ed altri elementi identitari moderni, spesso concepiti a tavolino. Lo si è visto con i finti poemi gaelici di Macpherson e lo si può vedere nella esaltazione leghista di una contrapposizione fra Veneto “celtico” e Roma, di fronte al fatto satirico che vede le genti paleovenete alleate dei Romani contro le genti abitanti l’attuale Lombardia ed all’incontestabilità della assoluta non continuità etnica (e men che mai culturale) fra quei Paleoveneti ed i veneti moderni, stante che nella pianura i Romani insediarono, come altrove (Emilia ad esempio) veterani e loro famiglie provenienti da Nordafrica, Medio Oriente, Gallia, Penisola Iberica e che una ricerca dell’Università di Padova ha dimostrato ad esempio che geneticamente la gente di quella Treviso in cui Gentilini ha inventato la “razza Piave” è fra quelle col patrimonio genetico più “meticcio” d’Italia, che include componenti di derivazione centrasiatica, germanica, nordafricana, balcanica, greca, grazie alle migrazioni ed alle invasioni multiple. Questa proiezione nel passato serve a destoricizzare e mitizzare processi complessi di mescolanza e “contaminazione” riducendoli a fittizia unità o annullandoli, cosa che del resto già facevano i Romani con il mito di Enea, e che faranno più recentemente anche i nazisti.

Il secondo pilastro è la rimozione delle vere origini di simboli, pratiche, elementi culturali che si intende attribuire alla “tradizione” di una collettività mentre in realtà provengono proprio dai loro oppressori. Un esempio interessante è stato già citato circa le operazioni relative alla “identità scozzese”, al kilt, agli pseudo-poemi gaelici; un altro è dato dalla bandiera dei quattro mori, che è considerata modernamente il vessillo dell’identità sarda, in nome del quale si sono sempre battuti autonomisti ed indipendentisti sardi. In realtà l’attestazione più antica di quel simbolo è del 1281 e si trova nel sigillo reale di Pietro III d’Aragona, ossia del sovrano oppressore della Sardegna; ancora è presente in tutti i sigilli successivi dei sovrani della potenza dominante aragonese del XIV secolo e lo si ritrova nella raffigurazione del corteo funebre di Carlo V (1558), il sovrano che maggiormente lo usò. Quindi si tratta di un simbolo che gli occupanti aragonesi impongono alla Sardegna e non di un simbolo sardo, tanto più che le quattro teste nere rappresenterebbero le teste dei condottieri saraceni tagliate dagli Aragonesi dopo la vittoria nella battaglia di Alcoraz (1096) che secondo la mitologia ibero cattolica sarebbe avvenuta grazie all’ausilio di San Giorgio, il cui vessillo era appunto una croce rossa su fondo bianco. Un altro esempio interessante è dato dalla tradizione folklorica dei “pupi siciliani” e delle raffigurazioni sulle fiancate dei carretti siciliani che si ispirano direttamente alla Chanson de Roland in cui viene descritto lo scontro di Roncisvalle fra i paladini franchi cristiani e i guerrieri musulmani. Purtroppo, a Roncisvalle nel 778 d.C. a fronteggiare e massacrare i paladini franchi della retroguardia carolingia non furono affatto Mori Musulmani ma Baschi cristianissimi, e se la Chanson de Roland inventa il ruolo dei Musulmani è perché essa è scritta nella seconda metà dell’XI secolo e serve come elemento di propaganda islamofoba largamente utilizzato nelle loro campagne di invasione e massacro in Sicilia dai normanni, che dovevano criminalizzare l’epoca fiorente di un dominio islamico che conobbe cultura ma non il servaggio della gleba introdotto dai Normanni. Quella operazione riuscì talmente bene che la versione falsificata non solo è alla radice di tutta l’epica medievale, ma lo è delle “tradizioni” tardo romantiche ottocentesche da cui soltanto nascono sia “l’opera dei pupi” sia le decorazioni dei carretti, mai palesatisi prima, e lo è perfino negli omaggi patetici fatti dalle amministrazioni siciliane del dopoguerra agli invasori normanni attraverso lapidi esaltative (come nel caso di Mazara del Vallo) e festivals folklorici rievocativi come ad Enna (la vecchia Castrogiovanni) o a Caltagirone, che in effetti vide il massacro normanno della popolazione. Questa attribuzione all’oppresso di riferimenti in realtà elaborati dall’oppressore serve a impedire che l’oppresso esca dalla cornice che il gruppo egemone ha stabilito: perfino nella sua lotta l’oppresso non deve essere libero neppure di avere riferimenti suoi propri! Una strategia largamente vincente se solo pensiamo che quasi tutte le lotte di liberazione nazionale anticoloniale si sono impostate, non a caso soprattutto ad opera di élites borghesi acculturate dai colonialisti stessi, sulla base di concetti e valori e simboli come “nazione”, “patria”, “bandiera” che sono tutti inventati in Europa e non corrispondono neppure lontanamente a quelli precoloniali, hanno dato vita ad entità statuali con sistemi istituzionali e rituali copiati da quelli dei vecchi colonizzatori (o del marxismo europeo in salsa sovietica, figlio di Hegel e Kant, peraltro entrambi razzisti dichiarati, e non dei sovrani Khmer o degli Ashanti) ed entro confini fittizi, spesso disegnati col righello, che provocano conflitti etnoculturali terribili.

Il terzo pilastro è costituito dalla invenzione della continuità storica, culturale ed etnica e dalla attribuzione a situazioni di epoche passate di elementi nati secoli dopo. Così Dante e Marco Polo sono considerati “italiani” mentre il primo era un esule dalla sua città Firenze, ben conscio del degrado di quell’Italia che era esistita solo come ripartizione amministrativa romana e non aveva mai avuto alcuna unità, mentre Marco Polo era un veneziano nato in uno dei possedimenti della Serenissima sulla costa balcanica, da una famiglia che conosceva assai meglio gli empori mediorientali che non la parte meridionale della Penisola. Così le truppe sabaude nella Prima Guerra d’Indipendenza erano comandate da ufficiali di varia origine europea e da aristocratici che parlavano solo dialetti savoiardo-piemontesi ed un impeccabile francese (e per questo non riuscivano neppure a farsi intendere dai soldati di altra provenienza!), mentre lo stesso re faceva altrettanto e parlava malissimo l’Italiano e mentre Cavour non viaggiò mai a Sud di Firenze in tutta la sua vita ma tutti ci vengono presentati come al 100% italiani da cento generazioni! Così la Romania ama dipingersi come erede diretta dei daci romanizzati e porta come prova la sua lingua neolatina che si differenzia da tutte quelle slave, ma si rimuovono due fatti: che dal crollo dell’Impero Romano in poi il territorio dell’attuale Romania, lungi dal restare in possesso dei daci, venne occupato da genti di varia origine che portarono con sé oltre ad un loro patrimonio genetico, soprattutto elementi culturali differentissimi e che ancora si possono rintracciare nella cultura rumena che si vorrebbe “neo-dacica/neo-latina”. Si tratta di genti germaniche (dai Goti ai Longobardi ai Gepidi ad altri), ugriche (Magiari, Csango, ecc.), turco-tatare (Unni, Cumani, Protobulgari, Turchi, Mongoli, Tartari, ecc.), iraniche (Iazigi, Roxolani, ecc.), ma soprattutto slave/paleoslave e ancora Rom, Ebrei, greci, ecc. in un sovrapporsi e intrecciarsi nei secoli di nascite e apporti culturali, pulizie etniche e ripopolamenti che rende una pura favola la continuità fra il passato dacico e l’evo moderno, tanto più che tutte queste denominazioni di “popoli” a loro volta in realtà mascherano confederazioni, alleanze, miscugli di genti di differente origine e cultura.

Il termine “Romania”, inoltre, viene in uso solo nella seconda metà del XIX secolo (prima si usavano quelli di Moldavia e Valacchia) e si rifà ad una pratica influenzata nel XVI secolo dall’Umanesimo italiano; non esistono documenti in una lingua simile al Rumeno moderno anteriori alla cosiddetta “lettera di Neacsu” del 1521 e la lingua rumena moderna è stata elaborata a tavolino da intellettuali influenzato dall’Accademia Francese usando come base elementi dialettali locali e la lingua latina, il che spiega facilmente il carattere…neolatino di tale lingua!

La mistificazione  identitaria, naturalmente, non agisce solo in campo politico e militare, ma anche in quello economico e in questo caso può sembrare assai meno grave e pericolosa. Sostenere la ”superiorità” della propria gastronomia, tutelare ad ogni costo le “tipicità” di certi prodotti agroalimentari a livello locale, valorizzare musealmente l’artigianato ed i costumi tradizionali di una realtà circoscritta e farne motivo di attrazione turistica non equivalgono ad una “pulizia etnica”, al suprematismo razzista o alla invenzione della mai esistita “Padania”; eppure ci sono due elementi da tener presenti: il primo è che tutte le peggiori operazioni di suprematismo identitario, in termini concettuali e pratici, comprese quelle genocidarie, hanno sempre implicato anche elementi museali, di valorizzazione localistica dei prodotti materiali ed immateriali; il secondo è che le mistificazioni identitarie, assai più comuni di quanto non si sappia e si creda, anche in campi “innocui” come le mele o le collezioni di falcetti, le fiabe o le ricette, usano le stesse metodologie delle mistificazioni identitarie di tipo razzista, sciovinista, integralista e così facendo banalizzano quelle metodologie, ne favoriscono l’accettazione passiva da parte della gente, fanno cadere le barriere contro quel metodo che è violento e truffaldino in sé e quindi favoriscono lo slittamento dal piano apparentemente “innocuo” a quello assai meno “innocuo”.

Infine bisogna ricordare che gli interessi economici si saldano fortemente con quelli delle teorizzazioni e delle pratiche pseudoidentitarie, sia nelle versioni delle “guerre commerciali” e degli embarghi, spesso giocati nascostamente dietro paraventi di “tutele della tipicità”, sia in quelle dell’induzione di consumi culturali o sub culturali di massa.

Quanto della battaglia sulla proprietà del marchio vinicolo Tokaj fra Ungheria ed Italia (vinta nella UE dall’Ungheria) fa parte del desiderio di tutelare una tipicità di un vitigno da una concorrenza sleale , ovvero della strumentalizzazione di tale rivendicazione in chiave nazionalistica da parte dei governi post-“socialisti” ungheresi ed in chiave localistico-autonomistica da parte dei soggetti veneto-friulani in odor di leghismo? Quanto conta l’effettiva “tutela delle tipicità italiane” e quanto invece lo strumentalismo xenofobo nelle ordinanze di tanti Comuni della Penisola che vietano la vendita di kebab nelle aree centrali per difendere la “tradizione della pizza italiana” se si tiene conto che la Pizza Margherita nasce solo alla fine dell’800, che ha ingredienti come il pomodoro sconosciuti in Italia fino al XVII secolo (ed originari del Centroamerica) e che è una rielaborazione delle antiche focacce mediterranee (del tutto prive di pomodori e anche di mozzarella) comuni dalla Catalogna alla Tunisia, dal Libano alla Grecia e che hanno nella “pita” araba uno degli antenati, assieme però alla “pinsa” romana che a sua volta deriva nella tarda Repubblica Romana da modelli mediorientali?

Tutto il cinema western pre-1967-‘68 è un peana esplicito ed implicito alla supremazia della moderna, attiva, dinamica società bianca di matrice europea sulle società autoctone nordamericane ed accompagna l’affermarsi effettiva fra la Prima e la seconda Guerra Mondiale di una egemonia statunitense basata non solo sull’hard power militar-industriale ma anche sul soft power di un modello che include la CocaCola ma anche il mito del west, che peraltro legittima la diffusione negli USA delle armi, il principio dell’ingerenza negli affari altrui e quello della non punibilità degli statunitensi da parte di qualsivoglia altra entità, nazionale o internazionale. Quel cinema apparentemente muta con la fase del ’67-’68 ma lo fa per reagire alla crisi di autostima dovuta alla guerra del Vietnam e subito sui riallinea su nuovi paradigmi solo apparentemente meno pericolosi. L’”Indiano” diventa il “buon selvaggio” aggredito, e perfino il campione del sorgente ecologismo, ma nei fatti lo si usa da parte dello stesso star system hollywoodiano per la logica del profitto e contemporaneamente si utilizza anche questo mutamento di prospettiva per riaffermare in Europa, che non fa i conti nel campo dello spettacolo con i suoi crimini coloniali, una presunta “superiorità” del modello USA, che affascina i suoi stessi oppositori europei e che è un’altra forma di quello stesso soft power. L’“Indiano buono” non è meno inventato di quello truculento, la sua “valorizzazione”, musealizzazione, promozione turistica e commerciale, divulgazione sono sempre e solo all’interno di una cornice che non rimette mai radicalmente in discussione il modello, cosicché perfino le “Nazioni indiane” più forti (è il caso dei Navajos) per recuperare e sviluppare le loro identità, ad esempio nel campo della medicina e dei rituali, devono comunque accettare la spettacolarizzazione, la logica dei media, il turismo di massa, l’assunzione delle regole del gioco del mercato azionario, ecc.

E’ tipico, oltre tutto, della mistificazione identitaria del tempo della globalizzazione e del “tutto fa spettacolo” la rapida pratica dell’assorbimento parziale dell’”altro” nei canoni simbolici anti contemporaneamente alla sua strumentalizzazione concreta. Così la lotta dei kurdi contro le forme oppressive a cui i vari governi turchi li hanno sottoposti diventa “interessante” per tanti media occidentali  solo quando al potere c’è Erdogan, non nei decenni di plateale asservimento dei governi civili e militari ai diktat NATO a cui magari l’Italia consegnava Oçalan, e le combattenti kurde dell’YPG diventano ragazze da copertina e se ne scopre voluttuosamente l’avvenenza solo quando combattono contro l’ISIS, non quando morivano sotto le torture dei governi “democratici” turchi, mentre l’ennesimo separatismo, quello kurdo-iraqeno del Barzani capo tribale va benissimo e si basa su “sacrosante rivendicazioni identitarie” se, con l’appoggio di USA ed Israele, serve a spezzare definitivamente lo stato iraqeno troppo egemonizzato dagli sciti filo-iraniani e sottrargli il petrolio di Kirkuk, come servivano il separatismo del Kossovo benché gestito da tagliagole islamisti e narcotrafficanti, quello della Croazia, della Slovenia, della Bosnia per frantumare la ex-Yugoslavia, mentre le “identità” corse, basca, catalana, scozzese non sono neppure da prendere in considerazione…