Identità e falisificazione

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Identità e falisificazione

Di seguito, il nono articolo del nostro collaboratore Silvio Marconi della serie: Le pericolose invenzioni delle identità.

Qui il primo articolo, qui il secondo, qui il terzo, qui il quarto,qui il quinto, qui il sesto, qui il settimo, qui l’ottavo.

Buona lettura! 

 

L’invenzione identitaria non è mai né un processo semplice né lineare né soprattutto neutrale e ancora meno casuale. Innanzi tutto, appunto, è un processo, cioè qualcosa che non avviene né per caso né “naturalmente” e ciò non può stupirci visto che l’identità è un fattore culturale e non naturale. Nessuno nasce con un’identità culturale prestabilita e uno degli elementi principali di mistificazione e falsificazione delle teorie e delle pratiche razziste consiste proprio nell’affermare, invece, la trasmissione ereditaria dei fattori culturali, ideologici, religiosi. Bambini sradicati alla nascita o in tenera età dalla famiglia e dal contesto di origine sviluppano “identità” del tutto diverse da quelli che restano in quel contesto di partenza e perfino quando lo sradicamento, come in molti casi di adozione internazionale, avviene in età più avanzata, la differenza identitaria fra quegli individui e coloro che restano nel contesto di origine è rilevantissima.

 

Al tempo stesso nessuna identità è uguale a se stessa per lungo tempo e le teorie che affermano il contrario sono pure costruzioni falsificanti, a posteriori; ad esempio non è mai esistita una “identità romana” cristallizzata nel tempo e nello spazio, una “romanità” come insieme di valori immutabili a cui far riferimento come amavano fare i fascisti: la Roma dei Gracchi non era quella di Augusto e quella di Augusto non era quella di Caracalla (nella foto) o di Costantino. Mutano i concetti religiosi e si introducono culti e riti orientali (Isidei, Mitraici, Ebraici, Cristiani), mutano i costumi e gli abiti con l’arrivo di nuove stoffe e mode (la seta), muta la gastronomia, mutano le concezioni del potere dalla fase monarchica a quelle di diverso tipo nella lunga storia repubblicana a quelle del principato e poi dell’impero, muta la composizione etnica non solo del popolo ma delle élites, fino ad arrivare ad avere Imperatori mediorientali o nordafricani, mutano le leggi e le forme di organizzazione sociale (si pensi all’editto di Caracalla che nel 212 d.C. rende cittadini romani tutti gli abitanti dell’Impero), le mode culturali (si pensi all’ellenizzazione), le armi e le tattiche, i miti e le feste. Certo non tutto muta e già nella Roma imperiale vi sono operazioni di “de-storicizzazione”, di fabbricazione di fittizie continuità mitiche con Troia e con il mondo delle divinità, di cui l’Eneide virgiliana è il capolavoro scritto per il committente Augusto come strumento di propaganda ma si tratta, appunto, di fabbricazioni a posteriori, non di documentazioni di realtà di fatto.

 

Lo stesso si può dire di una continuità in realtà mai esistita fra Grecia ottocentesca e città-stato elleniche antiche, fra Romania del XIX secolo e antichi Daci, fra Prussia e guerrieri che sconfissero i Romani a Teutoburgo, fra Parigini dell’età napoleonica e genti dell’epoca di Vercingetorige (nella foto), fra Lombardi leghisti e “Lombardi” stretti attorno ad Alberto da Giussano, che peraltro si trovò ad affrontare milizie di Como e di tante altre città lombarde che combattevano lealmente per…il Barbarossa! L’artificiosità e mutevolezza di tutte le identità è confermata dal fatto che poteri diversi, ideologie differenti hanno agito sull’identità dei popoli inventandone riferimenti distinti ed opposti; si pensi al caso francese. In Francia, durante l’Ancien Règime, l’aristocrazia tendeva a considerarsi distinta dalla plebe non solo socio-economicamente e giuridicamente ma perfino etnicamente e “razzialmente”; sebbene molte famiglie aristocratiche francesi avessero alla propria sorgente un avventuriero, un bandito di strada, un tagliagole di matrice indiscutibilmente plebea, i nobili si ritenevano discendenti dei Franchi che avevano vinto e soggiogato i Galli romanizzati, saltando ovviamente a piè pari secoli di spostamenti e mescolamenti di popolazioni, nonché di nascite illegittime e la definizione “sangue blu” serviva a far credere che perfino il sangue dei nobili fosse diverso da quello dei contadini e traeva conferma fittizia dal fatto che la pelle dei contadini, esposta al sole, era più abbronzata di quella degli aristocratici, i quali peraltro facevano del tutto per proteggersi dal sole e addirittura per sbiancarla ulteriormente per non apparire simili ai plebei e nella pelle bianca le vene risaltavano in azzurro.

Quando la Rivoluzione francese sostituisce al “suddito” il “cittadino” e afferma al posto dell’ideale dinastico quello della Nazione e quando il principale nemico della nuova Francia, per oltre un secolo, diventa la Germania, crolla, perfino nella nuova aristocrazia e poi più ancora nella vincente borghesia, l’idea delle “due razze” ed in più il riferimento ai Franchi si fa scomodo perché essi sono in effetti un ramo dei popoli…germanici; ecco allora l’esaltazione della celticità ma anche della tradizione…spartana, ecco la riscoperta in chiave unificante  nazionalistica di Vercingetorige e dei “gloriosi Galli”, che riempiono di monumenti ed intitolazioni di strade la Francia ma finiscono anche sui pacchetti di sigarette (“Gauloises”), nel cinema, nei fumetti (Asterix), nell’uso dell’animale gallo come simbolo, sebbene si mantengano termini (Francia, Francesi) che derivano da quello di Franchi.

 

Ecco che Pietro il Grande (nella foto), affascinato dalla cultura europea occidentale, chiama la città che fonda e rende sua nuova capitale per proiettare la Russia verso l’esterno San Pietroburgo, con un netto riferimento alla cultura tedesca da cui assimila molti elementi organizzativi, tecnici e militari, mentre ovviamente si contrappone anche simbolicamente alla cultura scandinava dato che è in conflitto con la Svezia e si guarda bene, quindi, dal valorizzare il ruolo che genti scandinave assieme a quelle slave hanno avuto nella conformazione medievale della prima compagine statuale russa. Quando la Germania, però, nella Prima Guerra Mondiale è il nemico della Russia, lo zar Nicola II, che pure ha sposato una tedesca, muta il nome della città da Pietroburgo a Pietrogrado sostituendo con la parola russa per “città” (“grad”) quella tedesca (“burg”) e quando l’Unione Sovietica negli anni ’30 vede addensarsi la minaccia nazista si ripesca anche cinematograficamente, con il capolavoro di Eizenstein del 1938, la figura di Alexander Nevskij (1220-1263), principe di Novgorod  che il 5 aprile 1242 sconfisse i Cavalieri Teutonici nella battaglia sul lago Peipus ghiacciato, fermando la loro invasione delle terre russe.

Alexander Nevskij già nel XIII secolo era stato innalzato al rango di eroe russo e nel 1547 era stato addirittura proclamato santo dalla Chiesa Ortodossa Russa; lo stesso Pietro il Grande ne aveva esaltato la figura in senso patriottico, ricollegandolo però più alla lotta contro gli invasori scandinavi, facendone tumulare le spoglie a Pietroburgo nel monastero a lui dedicato ed inventando nel 1725  la decorazione militare dell’Ordine di Alexander Nevskij; la sua figura venne utilizzata allora come simbolo del ruolo russo nella lotta per la difesa dell’Ortodossia, tanto che una cattedrale a lui intitolata si trova a Sofia, capitale di quella Bulgaria che deve la sua indipendenza dai Turchi alla vittoriosa campagna dell’esercito russo zarista, mentre un’altra cattedrale a lui dedicata è a Tallinn, crinale culturale, politico e militare dello scontro fra Russia e Germania per il controllo del Baltico. Con la Rivoluzione d’Ottobre la  decorazione militare dedicata ad Alexander Nevskij  come pure il ruolo aristocratico e di santo di Alexander Nevskij erano stati cancellati, ma, come si è detto, Stalin apprezzò moltissimo il film del 1938 di Eizenstein e dopo l’invasione nazifascista dell’URSS iniziata il 22 giugno 1941, nel 1942 venne ripristinata anche la decorazione intitolata al principe Nevskij.

Dunque, le identità si inventano e si reinventano, col loro corredo mutevole di simboli e miti, opere letterarie e musei, monumenti e capitoli dei manuali di storia scritti e riscritti, in funzione degli interessi di soggetti in conflitto fra loro e questa dimensione conflittuale non è mai estranea all’affermazione di una visione identitaria ma lo è, ovviamente, tanto di più ed in modo più integralista, feroce, escludente, violento quanto più le forze che usano quella visione identitaria hanno scopi imperialistici, suprematisti, razzisti, oppressivi. Tanto maggiormente si esalta la propria identità, costruita, tanto più si ha bisogno di costruire anche identità fittizie da combattere, da considerare nemiche, da estirpare, sia attorno a sé che dentro la propria stessa società e viceversa, tanto più si vuole sviluppare una politica aggressiva ed imperialista, espansionista e bellicista nei confronti di altre genti e nazioni e discriminatoria nei confronti di settori presenti dentro la propria nazione e tanto maggiore è l’esigenza dell’abbinamento fra la costruzione di una propria identità fittiziamente  pura e quella di identità “inferiori”, “contaminanti”, “pericolose” a cui contrapporla e da eliminare.

Non può esistere alcuna teoria del “lebensraum” (“spazio vitale”) come quelle care ai Tedeschi prenazisti e nazisti senza quel processo di duplice costruzione fittizia di una propria “identità pura in pericolo” e di “identità contaminanti” che generano tale pericolo, in modo da camuffare progetti espansionisti con scopi difensivi e legittimare ogni forma di lotta contro quei “pericoli”, deportazione, pulizia etnica e genocidio inclusi. Ben prima di questo, non può esistere alcuna teoria e pratica coloniale se non fondata sulla stessa operazione che pone la “nostra” identità miglia più in alto di quella dei popoli che si vanno ad aggredire e sfruttare e nega ogni debito della “nostra” identità verso di loro.

Come processo, la costruzione delle identità è un fenomeno complesso, articolato e che necessita di tempi non brevissimi ma soprattutto caratterizzato in tutte le epoche, sia pure con l’uso di strumenti diversi in base agli sviluppi tecnologici, socioeconomici, istituzionali e culturali delle singole società, da due fattori interconnessi: un ruolo determinante degli intellettuali al servizio del potere e la cosciente mistificazione e falsificazione della realtà proprio ad opera, in particolare, di questi intellettuali.

 

Quando un Virgilio scrive l’Eneide certo si riferisce ad un contesto mitologico-religioso condiviso in ambito romano coevo ed evolutosi nei secoli precedenti, ma da grande intellettuale quale è non può non sapere che sta scrivendo un falso e che Augusto non ha nulla a che vedere con Enea e Venere, esattamente come lo sanno gli artisti che decorano l’Ara Pacis; è però convinto della necessità e positività di quell’operazione per far cessare il lungo periodo di guerre civili che ha afflitto Roma e la compie senza esitare e non certo solo per i pur allettanti onori che ciò gli procura. I dotti dell’Académie de France che passano il tempo a costruire improbabili continuità fra gli “eroi celti” e i Francesi dell’Ottocento o fra i moduli culturali di Sparta e quelli coevi agli stessi accademici non sono un branco di rozzi mercenari, sebbene non disdegnino titoli, onori e denaro ma personalità della cultura convinte di poter e dover esercitare un ruolo pedagogico nel contribuire a fondare uno spirito nazionale e talora operano falsi storici coscientemente perché “il tempo lo esige”. Nella struttura che Himmler crea per le SS per legittimare scientificamente e storiograficamente i deliri nazisti sulla superiorità della “razza ariana”, l’Ahnenerbe, operano docenti  e ricercatori di grande livello, accanto ad altri puri ciarlatani mercenari e ad altri ancora che riescono a coniugare le due caratteristiche in se stessi; la ricerca del sacro Graal, la legittimazione di tesi aberranti come quella della “Terra cava”, gli studi sul presunto rapporto fra Ariani, Tibetani ed Atlantidei, la spiegazione falsa in senso omofobo di talune pratiche di uccisione rituale nella Germania protostorica non sono frutto di follia individuale, di assunzione di allucinogeni o di mero opportunismo ma figlie di un’“Alta Cultura” tedesca (e non solo tedesca) che vede un intreccio profondo fra esoterismo e scientismo, fra nuove tecnologie di analisi e miti medievali rivisitati, fra deduzioni distorte dal darwinismo e citazioni dei Vangeli Apocrifi, fra l’uso di simbologie orientali (svastica compresa) decontestualizzate e nazionalromanticismo tedesco, fra schegge di suprematismo luterano e antisemitismo cattolico che si ritrovano nei decenni a cavallo tra XIX e XX secolo negli articoli dei giornali e nelle conferenze dei docenti universitari, negli spettacoli delle fiere popolari e nelle tesi di laurea, nelle ricerche archeologiche finanziate dallo Stato e nelle prediche domenicali di tanti pastori, nei libelli di più bassa propaganda e nelle pubblicazioni scientifiche, nelle pratiche occultistiche degli aristocratici e nelle caricature. Il nazismo non fa che portare a sintesi tutto questo, ma se, grazie al crollo di altri riferimenti dovuto alla sconfitta del 1918 e soprattutto alla disperazione provocata dalla devastante crisi economica a cavallo fra anni ’20 e ’30, esso trova ascolto nella piccola borghesia e in circoli aristocratici, fra l’alta ufficialità e in certi settori intellettuali, fra i reduci smobilitati e in frange della Chiesa luterana, tra i capitalisti e tra i sottoproletari, è anche perché quella sintesi centrata sull’estremizzazione parossistica del tema identitario si abbevera a decenni, a secoli di processi che in Germania, ma anche in parte in Inghilterra, Stati Uniti e Francia, andavano in quel senso e trovavano in tutti gli ambiti strumenti per diffondersi.

Naturalmente, negare l’esistenza stessa delle identità etnoculturali non è una forma di corretta opposizione ai processi di loro invenzione e mistificazione anche perché, in effetti, nel farlo si usa ancora una volta il concetto-chiave del tutto falso circa l’esistenza di un qualcosa di rigido, puro ed immutabile; le identità esistono, ma semplicemente non sono né rigide, né pure né immutabili e soprattutto sono polimorfe. Un immigrato maghrebino che vive a Sesto San Giovanni può far parte entusiasticamente di un club milanista e sentirsi in conflitto con chi è interista pur avendo i nonni nello stesso quartiere di Tunisi di quelli del ragazzo, ma poi il venerdì magari vanno assieme alla moschea, mentre se potessero votare uno potrebbe farlo per Berlusconi e l’altro per il Movimento 5 Stelle; uno ama il rap e l’altro il rock, uno crede giusto limitare le libertà della donna, l’altro non si pone il problema quando frequenta una sua amica milanese. In ciascuna delle loro scelte di vita e quotidiane appartengono a “comunità identitarie” differenti e non sempre quella dell’origine etnoculturale o dell’appartenenza religiosa è la più forte come certi razzisti cercano di farci credere. Ciononostante, pressioni esterne e operazioni di costruzione identitaria possono canalizzare l’individuo ed il gruppo verso una sola di tali dimensioni, quella nazionalista o quella sportiva, quella religiosa o quella delle pratiche alimentari e possono perfino dare ad una di quelle dimensioni il potere di fagocitare le altre con risultati drammatici, come è avvenuto con la trasformazione di gruppi di ultras calcistici serbi in reparti dediti alla pulizia etnica nella ex-Yugoslavia o di gruppi di ultras ucraini in milizie neonaziste capaci di bruciare vive 38 persone ad Odessa il 2 maggio 2014. Anche questa, però, è solo una conferma del carattere pericolosamente artificioso di ogni focalizzazione identitaria e non certo della “naturalità, immutabilità e purezza” delle identità.