Il bivacco e la vetta

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Un progetto pedagogico, concepito in Italia e sviluppato in India, per formare giovani esponenti di una coscienza allargata.

Un essere umano è parte di un intero chiamato universo.
Egli sperimenta i suoi pensieri ed i suoi sentimenti
come qualcosa di separato dal resto: una specie
di illusione ottica della coscienza.
Il nostro compito deve essere quello di liberarci da questa
prigione attraverso l’allargamento del nostro
circolo di conoscenza e comprensione,
sino ad includere tutte le creature viventi
e l’interezza della natura nella sua bellezza.
Albert Einstein

Il Progetto Alice, oggi pienamente operativo in un paio di scuole in Bihar ed in Uttar Pradesh, deve il suo nome al famoso libro di Lewis Carrol ed al “viaggio” della piccola protagonista nei domini della mente inconscia. Questo ha senz’altro costituito un tassello importante nella configurazione del paradigma pedagogico di Valentino Giacomin, 68 anni, maestro e giornalista in pensione, con un buon background di psicologia, in particolare di psicologia umanistica e transpersonale.
Il Progetto Alice, tuttavia, ha radici particolarmente profonde anche nella “cultura orientale”, rappresentando un buon esempio di “incontro interculturale”.
Ho conosciuto Valentino in una delle due scuole che ha fondato, a Sarnath, un sobborgo di Varanasi, capitale dell’induismo shivaita, in Uttar Pradesh. Ci eravamo accordati per un’intervista di circa un’ora ma la dilatazione orientale del tempo ha avuto, come spesso accade, il sopravvento.

Un problema focale dell’educazione
Valentino ha insegnato, per tanti anni, a Treviso ed è stato lì che ha iniziato ad interrogarsi sui problemi dell’educazione.
«All’inizio», mi diceva, «abbiamo pensato fossero riconducibili essenzialmente alla didattica ma poi ci siamo resi conto che il nodo principale non era lì. Leggendo i programmi si legge della necessità che la scuola si occupi a fondo anche dell’educazione dell’uomo, della persona, dell’educazione ai sentimenti. Il dramma è che, mentre c’è una didattica per la matematica, non ce ne è una per educare, ad esempio, le emozioni e, se c’è, non si fanno delle verifiche. La nostra intuizione è stata lavorare di più su questa parte dimenticata, cercando di avere le idee il più possible chiare su che tipo di persona volessimo formare».
L’esigenza di educare al meglio l’uomo, tuttavia, pone di fronte alla questione di quale sia la natura autentica dell’individuo, di chi sia realmente l’essere umano.
«A livello di educazione», mi diceva Valentino, «bisogna capire che ci sono aspetti che vanno oltre la dimensione psicologica dell’io. In Oriente è sempre stata una convinzione, in Occidente — con studiosi come Jung o gli esponenti della psicologia transpersonale — un’ipotesi ma oramai sono andati molto vicini a dimostrare che esiste una più alta dimensione della coscienza: la cosiddetta coscienza transpersonale. Come? Attraverso le patologie. Hanno per esempio scoperto dei tipi di ansia che non vengono dall’istintività né, ad esempio, da una mancata realizzazione nel lavoro. Colpiscono piuttosto persone “a posto”, realizzate affettivamente e professionalmente ma che, nonostante tutto, vanno in depressione. Si sono dunque domandati da dove originino questi fenomeni e la risposta è stata: da alcuni livelli più alti di coscienza che non sono stati nutriti adeguatamente (in primis dalla scuola). Come insegnanti, io ed altri colleghi (in particolare Luigina De Biasi) abbiamo pensato che, fermandoci con l’educazione al solo livello dell’io, è come se, dovendo scalare una montagna, ci fermassimo a metà — formando un individuo forte, in grado di farsi strada socialmente — convinti di essere arrivati in cima, confondendo così il bivacco con la vetta. Abbiamo dunque concluso che, per raggiungere la vetta, era necessaria un’attrezzatura diversa, che si dovessero coltivare i livelli più alti della coscienza dei ragazzi con sistemi utilizzati, storicamente, soprattutto in Oriente. Su questi presupposti ha mosso i primi passi il Progetto Alice».

La necessità di lavorare sulle linee confine
La storia delle religioni e diverse avanguardie psicologiche ci insegnano che i livelli di espansione della coscienza umana sono potenzialmente infiniti. C’è, tuttavia, un percorso da fare che può essere esemplificato nell’immagine di linee di confine da allargare.
Una coscienza di tipo istintivo ha confini molto stretti, nell’ambito dei quali hanno prepotente centralità i bisogni primari. I confini senz’altro si allargano quando si parla di coscienza razionale ma soprattutto quando si raggiunge la coscienza transpersonale o transegoica, in cui trovano spazio i sentimenti migliori di amore e compassione.
«E’ molto importante coltivare l’educazione di questo tipo di coscienza», mi diceva Valentino, «perché è solo con questa visione panoramica che puoi vedere il Gange che muore o le foreste dell’Amazzonia che stanno scomparendo, perché sono dentro il tuo confine».
Ad Oriente come ad Occidente filosofi, mistici e psicologi concordano che uno strumento interessante per allargare i confini della coscienza sia il cosiddetto “io-testimone”, l’essere cioè in grado di assistere allo show mentale eludendo l’identificazione con i pensieri.
In questo modo è possible creare quello che il filosofo indiano Jiddu Krishnamurti chiamava “il corridoio della libertà” tra l’io che osserva la mente e la mente stessa.
«E’ una bellissima definizione», commentava Valentino, «più è largo questo corridoio e meno hai sofferenza mentale. Gli psicologi dicono: la psicosi, la neurosi interviene nel momento in cui questo spazio si riduce. Quando l’io diventa uno con il suo pensiero sei fregato! Dunque noi abbiamo iniziato ad insegnare ai bambini questa cosa. Diciamo loro: chiudi gli occhi, cosa vedi? Quando loro hanno messo a fuoco un oggetto mentale noi chiediamo loro di analizzarlo. I bambini si concentrano sui loro oggetti mentali ed è incredibile l’attenzione che lo studente pone nel momento i cui si sofferma ad osservarli dettagliatamente. Insegniamo poi loro a dare il nome al fenomeno mentale ed alle diverse emozioni: la gelosia, l’invidia, l’amore. Il nominare significa riconoscere e disidentificarsi rispetto ad esse acquisendo potere nei loro confronti. Non ci si deve fermare lì naturalmente, bisogna poi essere in grado, a partire da questo, di elaborare delle sintesi».

Alice nel paese della ruota del dharma
La prima scuola del Progetto Alice vede luce a Sarnath — dove il Buddha, fresco di illuminazione a Bodhgaya, nell’attuale Bihar, tenne il suo primo sermone ai suoi primi discepoli, avviando così la “ruota del Dharma” — nel 1994. Oggi ha 550 studenti tra i 5 ed i 16 anni, 25 dei quali stabilmente residenti.
Circa 7 anni dopo diviene operativa la seconda scuola del progetto, a circa 9 chilometri da Bodhgaya. Entrambe (con un numero complessivo di oltre mille studenti) hanno avuto la benedizione del Dalai Lama che, sin da principio, ha incoraggiato Valentino a seguire le sue inclinazioni di “pedagogo innovatore”.
Progetti pilota sono attualmente attivi in Italia ed a Taiwan e fanno ben sperare che, presto, possano divenir operative scuole anche lì. «Nelle nostre scuole stiamo tentando di reintrodurre il valore del sacro», ci tiene a sottolineare Valentino, «i simboli religiosi, la mitologia in una prospettiva naturalmente transreligiosa, considerato che pur a fronte di una maggioranza di studenti hindu, ne abbiamo diversi musulmani, buddisti o cristiani. Abbiamo del resto verificato che le differenze religiose vengono integralmente riassorbite nel linguaggio universale dei simboli (se la razionalità può dividere, il simbolo unisce) e del silenzio: il silenzio della meditazione vipassana, della dhyana del percorso yogico, degli esercizi di concentrazione e visualizzazione, dei viaggi interiori in cui cerchiamo di accompagnare gli studenti. Tutto questo è parte integrante del nostro programma pedagogico, naturalmente accanto alla matematica, alla geografia, alla chimica ed a tutto ciò che rientra nei programmi ministeriali degli stati in cui operiamo».
In India l’educazione primaria e superiore si distribuisce in 12 classi. Le scuole del Progetto Alice, al momento, sono legalmente riconosciute fino all’ottava classe mentre dalla nona alla dodicesima sono affiliate ad un’altra scuola. La retta mensile equivale ad un euro e qualche centesimo (70 rupie) ma le famiglie che non possono permettersi di pagare una cifra pur così contenuta non vengono per questo penalizzate, pagando 20 rupie o, nei casi più disperati, nulla.
«Con la retta mensile ci riusciamo a coprire appena le spese dei biscotti» commenta quasi divertito Valentino che ha finalizzato al Progetto Alice la sua pensione ed è riuscito a trovare un generoso sponsor in Germania.
«I soldi dello sponsor arrivano ogni anno a marzo», mi dice in conclusione della sua bella intervista, «io ogni volta li aspetto un po’ con il batticuore perché se non arrivano non sappiamo davvero come andare avanti. Ogni volta arriva, puntuale, l’assegno ed il nostro progetto continua a sopravvivere. Stiamo facendo del nostro meglio (e devo dire anche con un certo successo) per far sì che, oltre a non cedere alle difficoltà, riesca anche a crescere, in India e, auspicabilmente, nel mondo».

Alice Project Universal Education Schools
Varanasi
Alice Project School
Sarnath, Varanasi, U.P.
Ph.  +91 9935681530
Email: valentino1@rediffmail.com
Bodhgaya
Alice Project School
Barbatta, Bihar, India
Ph.  +91 9431278699
Email: valentino1@rediffmail.com
www.aliceproject.org
www.aliceproject.info