Il Kilt: a che serve inventare verità identitarie?

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Il Kilt: a che serve inventare verità identitarie?

Di seguito, il secondo articolo del nostro collaboratore Silvio Marconi della serie: Le pericolose invenzioni delle identità.

Qui il primo articolo.

Buona lettura! 

 

Nel film di Mel Gibson del 1995 Braveheart, si narra in modo romanzato la storia del patriota scozzese William Wallace (1270-1305) e per l’ennesima volta, dopo innumerevoli altre occasioni nel mondo dello spettacolo, in quello della moda, nei testi scolastici, nella pittura, il gonnellino kilt con il disegno a strisce incrociate di diverso colore detto tartan indossato dai prodi guerrieri scozzesi si erge a simbolo stesso della “scozzesità”, ossia in altri termini della “identità scozzese”, specie contrapposta a quella dell’aggressore, oppressore inglese.

In realtà, nel 1727 un imprenditore inglese di ferriere del Lancashire acquisì concessioni forestali nelle Highlands scozzesi per procurarsi combustibile per le proprie fabbriche e scoprì chela tenuta dei boscaioli scozzesi poveri includeva una specie di plaid a coprire le gambe, una coperta a tinta unita, senza tagli e rifiniture che l’avrebbero resa troppo costosa, come costosi erano considerati anche i pantaloni, coperta che veniva usata anche per dormire. Tale indumento ostacolava la velocizzazione del lavoro di taglio degli alberi e prima della metà del XVIII secolo, a seguito dell’avvio dei primi vagiti della Rivoluzione Industriale, in alcuni imprenditori britannici era già sorta la percezione che si dovesse… “incrementare la produttività”. Pertanto l’imprenditore si rivolse ad un sarto dell’esercito britannico chiedendogli di rendere meno ostacolante quel plaid dei suoi taglialegna scozzesi ed il sarto, con pochi tagli e pieghe, inventò il kilt, la cui praticità ne favorì una prima diffusione fra i lavoratori. Prima di tale data, gli Scozzesi indossavano, come si è detto, sì una specie di gonnellino, come del resto i contadini bretoni, quelli della Sassonia, quelli della Carinzia, quelli del Friuli, i montanari di alcune regioni anatoliche  e del Caucaso, quelli di talune regioni della Cina sud-occidentale, ma non era affatto un kilt di tartan.

Alla metà del XVIII secolo, però, avviene la rivolta giacobita scozzese contro gli Inglesi e per umiliare gli sconfitti e marcare l’integrazione coatta della Scozia all’Inghilterra anche sul piano culturale, si impone agli Scozzesi, sconfitti nel 1754, di adottare tutti gli stessi abiti della corrispettiva classe sociale inglese.

Rimane un’eccezione: i reggimenti scozzesi dell’esercito britannico, che si sono distinti nella repressione dei loro confratelli.

Il kilt dunque, ancora monocromo, è messo al bando assieme ad altri pezzi di abbigliamento.

Nel 1782 il divieto per i non-militari viene abolito ma a questo punto essendo stato per vari decenni proibito dagli Inglesi, viene utilizzato dalle classi superiori, come elemento di “scozzesità”, nonostante che tali classi in larga misura sono fortemente impregnate della cultura…britannica; vale in questo caso la forte influenza di James Macpherson e dei suoi lavori. Macpherson è un aspirante poeta scozzese che, sotto la guida del predicatore Hugh Blair, produce nel 1760 un opuscolo spacciato per la trascrizione di frammenti di antichi poemi gaelici delle Highlands; l’aspirante poeta sostiene di aver tradotto dall’antico linguaggio gaelico quei testi che invece ha inventato e Blair, nella prefazione al testo, arriva a sostenere falsamente che si tratta di due “frammenti” di due grandi poemi epici gaelici sull’eroe Fingal, scegliendo di parlare di due poemi per rifarsi al modello greco dell’Iliade e dell’Odissea! Naturalmente i due poemi non esistono, ma si possono sempre inventare ed ecco che Macpherson si fa finanziare un viaggio, a partire dal settembre 1760, nelle Highlands da Blair e da suoi amici e fa finta di scoprirvi finalmente i testi dei due poemi, che intanto scrive lui stesso; l’obiettivo dell’operazione è svelato dagli studi della storica francese Anne-Marie Thiesse (pubblicati nel 2001) che rileva come si trattava di integrare la “tradizione scozzese” in quella britannica dopo aver già a forza integrato la Scozia nel regno Unito riducendola a provincia, ed infatti il lavoro di Macpherson porta ad integrare le presunte antichità gaeliche eroiche scozzesi in quello dell’epica…inglese. L’operazione ha un respiro internazionale perché contribuisce a contrapporre un sedicente modello pluri-identitario integrato inglese al modello del centralismo assolutistico francese. Dice a questo proposito la Thiesse: “L’abilità del vincitore sarà di fare progressivamente del vinto non un nemico sottomesso, ma un prestigioso antenato della Nazione”; si può aggiungere che porre gli Scozzesi fra gli “antenati” del Regno Unito li colloca anche in una posizione di primitività rispetto agli inglesi, protagonisti ormai della Rivoluziobe Industriale e quindi che si considerano campioni del modernismo: si fabbrica così a posteriori una “era eroica e selvaggia” scozzese che legittima il loro trattamento paternalistico-repressivo da parte dei più “moderni” Inglesi.

Non è una posizione nuova, anzi è la stessa che per secoli ha visto l’antisemitismo cattolico “proteggere” gli Ebrei di Roma dallo sterminio e dalla conversione forzata di massa, praticata invece nella cattolicissima Spagna e non solo, rinchiudendoli in un Ghetto, discriminandoli, rapendo loro bambini per convertirli, obbligandoli ad assistere in modo coatto alle prediche domenicali, in nome del fatto che la loro sopravvivenza serviva a testimoniare gli errori dei “primitivi” veterotestamentari pre-cristiani. In questo modo si coniugano integrazione delle élites attraverso l’assimilazione (religiosa o culturale o entrambe) e discriminazione delle masse lasciate sopravvivere come “esempi” testimoniali di un passato superato, ma nell’era della nuova razionalità scientifica e della incipiente Rivoluzione Industriale le concezioni già presenti nella Roma dei papi, tanto aborrita agli Anglicani, vengono fatte evolvere in questa invenzione a posteriori del passato mitico che non abbisogna più di Vecchi testamenti perché può produrre falsi epici a piacimento scopiazzando dai classici omerici e riadattandoli!

Poiché, come ci ricordava Gramsci, la conquista e soprattutto la conservazione dell’egemonia dell’oppressore sull’oppresso  non può mai affidarsi solo alla, indispensabile, violenza, l’oppressore ha sempre bisogno di crearsi un consenso almeno parziale e di avere al suo servizio vari tipi di operatori tratti dalle file degli oppressi: in questo caso ai soldati dei reggimenti scozzesi si affiancano e si sovrappongono i settori collaborazionisti della élite terriera scozzese e gli intellettuali che da quella classe derivano, e ciò avviene anche attraverso l’assunzione delle tendenze che sono note come “Romanticismo”, diffuse dalla Germania alla Francia all’Inghilterra all’Italia ma gradualmente anche nella Penisola Balcanica e nell’Europa Orientale, come elemento collaterale dell’affermarsi del nazionalismo che, lo si voglia o meno, nasce dalla realizzazione del concetto di “Nazione” figlio legittimo della Rivoluzione Francese, perfino quando sorge in sua contrapposizione o in contrapposizione più correttamente all’egemonia napoleonica sull’Europa, come avviene sia in Inghilterra che, soprattutto, in Prussia.

Sul modello delle istituzioni accademiche di cui la Francia rivoluzionaria e napoleonica si era dotata (prima fra tutte l’Academie de France), nascono nuclei organizzati di studiosi consimili in altri Paesi, che hanno fra i loro scopi espliciti quello di “valorizzare le identità nazionali” attraverso una “riscoperta delle tradizioni antiche”, cosa che in effetti si traduce sistematicamente, come vedremo, nella loro semplice reinvenzione a tavolino. Così a Dublino nel 1820 nasce la “Celtic Society”, presieduta dal già celebre Walter Scott (1771-1832), che ha tra i suoi scopi, terminata ormai vittoriosamente la lotta contro Napoleone ma ancora vigente un forte peso dell’accademismo francese in Europa, di togliere argomenti agli studiosi francesi che si erano impadroniti tra l’altro anche del tema della “celticità” per nobilitare le radici fittizie della Nazione francese.

Quella “celticità” deve diventare appannaggio del Regno Unito e per questo l’integrazione dell’epica gaelica è tanto necessaria che se non se ne hanno testi si possono tranquillamente inventare come fa Macpherson; ed ecco tornare nel discorso anche il kilt, perché nel 1822 proprio la “Celtic society” di Edimburgo sostiene che il kilt, che sappiamo bene essere nato solo nel 1727 grazie ad un Inglese, esisteva già nell’antichità, nell’epoca a cui si riferisce nel XX secolo il film Braveheart (ossia 4 secoli e mezzo prima) ma addirittura molto, molto prima, nel “passato ancestrale gaelico” da cui emergono i poemi epici in effetti inventati da Macpherson. Solo che, dice la “Celtic Society”, quegli antichi kilt (ripeto, mai esistiti in quelle epoche, in realtà…) erano decorati in modo diverso a seconda del clan scozzese di appartenenza e tale idea è accolta assai bene da un industriale, anch’esso inglese, che vi vede una occasione per il rilancio dello stagnante mercato dei tessuti, e la sua impresa trova la collaborazione ancora una volta di Macpherson ed in più della Highlanders Society di…Londra (che già aveva aiutato Macpherson nella produzione ed edizione dei falsi poemi gaelici) che inventa una serie di disegni in tartan conformando un abaco delle decorazioni collegandolo ai diversi clan scozzesi.

Nel 1822, re Giorgio IV visita Edimburgo e gli organizzatori dei ricevimenti, fra cui lo stesso Walter Scott, impongono ad ogni clan di presentare un gruppo in costume che indossi i kilt sulla base dell’abaco disegnato dagli Inglesi; perfino il re, in tale occasione, indossa un kilt, il che legittima l’indumento e la falsa tradizione identitaria di cui diventa uno dei simboli. A questo punto si travalica ogni limite e i fratelli Allen inventano un falso documento del XVI secolo in cui si attesterebbe che il kilt di tartan dalla Scozia si era diffuso in tutta l’Europa medievale, fino al Rinascimento, mentre veicolo della diffusione dalle élites collaborazioniste alla popolazione scozzese del kilt sono da un lato la sua adozione nella nuova versione nei reggimenti scozzesi dell’esercito britannico, dall’altro il proliferare di feste e cerimonie basate sulle teorie “folkloriste” che, nate nel Romanticismo tedesco, si sono intanto diffuse in varie regioni europee.

Questa è del resto la fase della fabbricazione delle fittizie tradizioni popolari, che noi oggi siamo stati indotti a ritenere invece  davvero tali, in molti luoghi. Già nel 1811 il potere bonapartista aveva realizzato una ricerca nell’Italia del Nord sulle tradizioni popolari, riguardante abitazioni, costumi, gioielli, canzoni, usando questionari affidati agli insegnanti; i risultati erano deludenti soprattutto nel campo degli indumenti: come in molte aree anche della stessa Francia, i contadini e le plebi urbane vestono più o meno tutti allo stesso modo, senza alcuna “tradizione specifica”! Si dà allora il via ad una costruzione delle “tradizioni” dall’alto ed a posteriori, che coinvolge molte regioni europee: in Italia del Nord agli insegnanti si dà stavolta il compito di elaborare costumi “locali” e diffonderli a partire dai ceti più acculturati e via via verso il basso, fino ad avere davvero “costumi contadini” differenziati; il Granduca Giovanni (confinato dal 1811 in Stiria) organizza feste a cui i contadini sono tenuti a partecipare con i costumi che lui stesso inventa e rende “tipici”, mentre durante tutta la prima metà del XIX secolo l’industria tessile e quella dei nuovi coloranti sintetici, approfittando anche delle migliorate condizioni economiche di alcuni settori popolari,  sostengono le campagne folklorizzanti tese a sostituire gli abiti monocromi (spesso neri) delle donne delle plebi rurali ed urbane con abiti policromi il cui modello, inventato, viene invece fatto credere “tradizionale” ed “ancestrale”. Gli almanacchi per i semianalfabeti e le pubblicazioni per gli alfabetizzati diffondono queste fittizie “tipicità” accompagnando l’opera divulgativa a vario livelli sociali di pittori ed autori teatrali: i sarti usano i modelli pittorici per confezionare gli abiti “alla contadina” e con pretesi valori “patriottici” che i ricchi sfoggiano nelle feste del fiorente nazionalismo, e poi donano ai loro servi, che diventano elemento di diffusione effettiva di quei modelli nelle fasce popolari. Una operazione che riprende in forme meno feroci quel che gli Spagnoli avevano fatto nei secoli XVI e XVII nell’America Centrale: qui l’abito contadino tradizionale era bianco, e quelle stoffe coloratissime che oggi il turismo internazionale e le Tv spacciano per “tradizionali” e che rigurgitano nei mercatini di Nicaragua, Guatemala, El Salvador sono solo il risultato del fatto che Filippo II di Spagna impose per legge agli indios costumi policromi, distinti per regioni (per poterli controllare negli spostamenti) basati sui modelli aragonesi, sia per sradicare un elemento della cultura locale, sia per favorire la dipendenza da tessuti importati dalla Spagna, che venivano venduti agli “indigeni” addirittura in “mercati obbligatori”! Contemporaneamente, già nella Spagna di quei secoli e poi in altre forme più sofisticate nei Paesi all’avanguardia del processo di modernizzazione proto-capitalista europeo del secolo XIX, specie in concomitanza con le grandi conquiste coloniali, si recidono, si rimuovono, si negano tutti i debiti che l’Europa ha (e su cui torneremo) verso le culture ed i popoli extraeuropei, perché se si vuole legittimare la rapina verso di loro non si può riconoscere loro alcun credito culturale e storico!

Perché questo sforzo di invenzione della tradizione e di negazione dell’“altro che c’è in noi”, che continua tuttora, che ritroveremo in molti altri esempi e che si accompagna di pari passo con la negazione delle “contaminazioni” e dei tratti comuni a culture che si vuole far credere siano sempre state omogenee e distinte dalle altre? Perché in generale i poteri statuali moderni e contemporanei hanno bisogno di elementi di omogeneizzazione ideologica che facciano scordare a chi è oppresso le vere caratteristiche della sua oppressione e che, ad esempio, accomunino il servo ed il magnate e favoriscano l’identificazione del nemico non in chi sfrutta ma in chi sta oltre la frontiere o, peggio, vive accanto a noi ma con una differente religione, una diversa lingua, una distinta origine geografica, magari pure con un aspetto somatico “altro”. In particolare, man mano che si passa dalle concezioni dinastiche a quelle nazionali e dall’artigianato alla fabbrica due esigenze si coniugano: forgiare la Nazione su valori a cui attribuire una ancestralità fittizia e favorire il consumo di beni industriali diversificati, cosa che cresce esponenzialmente con il trasformarsi in attività di massa di pratiche prima appannaggio di ristretti gruppi privilegiati, come il turismo (che è tale in alcuni Paesi già sul finire del XIX secolo ed assume connotazioni esotistiche in stretto rapporto con l’espansione coloniale), la nascita dell’escursionismo e dell’alpinismo,  il diffondersi dell’orientalismo e di mode esoteriche anche nella media e piccola borghesia, che rilanciano anche una ricerca di fittizia ancestralità “autoctona”: templarismo, rosa-crocianesimo, pseudo catarismo, celtismo, neoellenismo alla de Coubertin, fino a giungere all’arianismo prenazista….