Immigrazione: una minaccia o un’opportunità? Prima Parte

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Immigrazione: una minaccia o un’opportunità? Prima Parte

Stando ai dati UNHCR, dal gennaio di quest’anno sono giunti, in Italia, quasi centomila migranti, la maggior parte dei quali da Nigeria (quasi il 15%), Costa d’Avorio (9%) e Bangladesh (8.6%).

Sappiamo bene che è una situazione che non manca di destare preoccupazione, a vari livelli, dal cosiddetto uomo della strada ai vertici di governo.

Molti strepitano, alcuni si commuovono, altri si attivano ma nessuno sembra avere una reale soluzione.

È difficile far breccia nella rete di complicità, non di rado insospettabili, con chi sta facendo buoni profitti grazie a questi esodi massicci.

E tuttavia, ritengo che qualcosa si possa e si debba fare.

 

 

Un grande progetto culturale

 

Innanzitutto dovremmo cercare di capire la portata storica e culturale di quanto sta accadendo. Viviamo in quella che Jeremy Rifkin profetizzava come era dell’accesso…soprattutto all’informazione. Dunque informiamoci, cerchiamo di comprendere in che maniera i preoccupanti eventi contemporanei non siano — ovviamente — casuali, avendo piuttosto chiare radici storiche di cui, oltretutto, noi europei siamo in buona parte responsabili.

Senza moralismo o buonismo direi sia il caso di farci un bell’esame di coscienza, elaborando una griglia storica di riferimento che possa essere di aiuto nella comprensione del nostro contemporaneo e, al contempo, un chiaro, possibile riferimento per le scelte etiche e politiche a venire (di cui la società civile potrà essere, in un modo o nell’altro, compartecipe).

Ci sono dunque da approfondire alcuni filoni di ricerca, ad esempio in merito al ruolo dei nostri progenitori europei nel fatale depauperamento dell’Africa (da cui provengono, attualmente, la maggiorparte dei migranti), a partire dalla tratta atlantica degli schiavi — e dal conseguente olocausto africano (maafa in swahili: grande tragedia) — la più grande deportazione della storia.

Alla fine di questo primo articolo, daremo alcuni riferimenti a video selezionati per il canale You Tube di Viverealtrimenti, in particolare inseriti nelle playlists Islam/storia e Storia/politica internazionale. Non sempre il materiale segnalato, anche attraverso i link ipertestuali, potrà essere in italiano. In alternativa, sarà in inglese.

Grossomodo in contemporanea con la tratta atlantica degli schiavi, nel sedicesimo secolo, ha inizio il colonialismo europeo che, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, verrà maggiormente qualificato come imperialismo, coinvolgendo tutti i continenti e sfociando nelle attuali espressioni di neocolonialismo, tutte da approfondire.

Credo sia anche necessario approfondire, per il nostro esame di coscienza, un paio di accordi segreti che sono stati stipulati nella prima metà del Novecento e che avrebbero fortemente contribuito a delineare il nuovo ordine mondiale, all’indomani della Grande Guerra. Vediamo!

 

L’Accordo Sykes-Picot

 

Nel 1916 Francia e Inghilterra sono impegnate a trattare il futuro assetto del Medio Oriente (nel momento in cui è imminente la caduta dell’Impero Ottomano, in cui rientra, all’epoca, quella cruciale area geografica), in un’ottica squisitamente imperialista. A porte chiuse si incontrano, nello stesso anno a Londra, Sir Mark Sykes (1879-1919) e la sua controparte francese: François Georges-Picot (1870-1951).

Dal loro negoziato segreto nasce la virtuale spartizione del Medio Oriente, in sfere d’influenza, tra le due nazioni. L’Accordo Sykes-Picot viene definitivamente firmato il 16 maggio 1916.

Il 2 novembre 1917 viene resa pubblica la Dichiarazione Balfour una lettera indirizzata, dal ministro degli esteri inglese Arthur Balfour, a Lord Lionel Walter, II Barone di Rothschild, a sostegno ufficiale della campagna sionista per fare della Palestina la patria degli ebrei — per avere l’appoggio della comunità ebraica in Russia (dove i Bolscevichi, su cui la stessa comunità avrebbe avuto influenza, prendono il potere il 7 novembre 1917) e negli Stati Uniti. La Prima Guerra Mondiale sta volgendo, difatti, decisamente a favore degli Imperi Centrali e la Francia e l’Inghilterra hanno bisogno di aiuto.

Tuttavia, nel giro di poche settimane i leaders russi, oltre a ritirare le truppe sovietiche dal fronte, aprono gli archivi del Ministero degli Esteri dello Zar. Vengono cosi resi noti i trattati segreti con cui l’Inghilterra e i suoi alleati, compresa la Russia zarista, hanno deciso di spartirsi l’Impero Ottomano, dunque i contenuti stessi dell’Accordo Sykes-Picot. Un motivo, ovviamente, di grande imbarazzo per l’Inghilterra e la Francia, nel momento in cui — per riprendere le parole di Dominic Lieven della London School of Economics — «gli alleati si erano messi d’accordo in segreto per spartirsi tutte le fette della torta rappresentata dal nuovo ordine mondiale mentre ufficialmente dichiaravano di combattere la guerra per difendere la democrazia e dicevano agli arabi di essere a favore dell’autodeterminazione dei popoli dell’Impero Ottomano».

Se si rivela fallimentare con i russi, la politica di fare pressioni sulle élite ebraiche per portare altri paesi in guerra al fianco degli alleati ha successo negli Stati Uniti, il cui coinvolgimento nel primo conflitto mondiale ne capovolgerà le sorti.

I’11 novembre 1918 la Prima Guerra Mondiale, ufficialmente, termina. A Versailles, il 18 gennaio 1919, ha inizio la Conferenza di Pace. Sul Medio Oriente, Francia e Inghilterra possono procedere secondo i loro accordi, ovvero secondo l’Accordo, segreto, Sykes-Picot, cui avrebbe fatto seguito la Conferenza di San Remo del 1920. Il Ministro degli Esteri inglese Arthur Balfour, durante la Conferenza di Pace con Stati Uniti, Francia ed Italia, in un promemoria confidenziale scrive: «Le quattro grandi potenze hanno preso un impegno nei confronti del sionismo. Il sionismo, giusto o sbagliato, buono o cattivo che sia, affonda le sue radici in tradizioni antiche, in necessità attuali, in speranze future la cui importanza è ben più profonda dei desideri e pregiudizi di settecentomila arabi che ora abitano quell’antica terra [la Palestina]». In un successivo memorandum Arthur Balfour accennerà a un ordine del giorno assai più cinico: «Per quanto riguarda la Palestina, le potenze non hanno mai fatto alcuna dichiarazione d’intenti che, almeno nella sostanza, non avessero intenzione di violare». Dunque, all’indomani della Conferenza di Pace e a dispetto della promessa inglese della creazione di un unico stato arabo (a seguito dell’importante contributo militare dato dagli stessi arabi, coadiuvati dal famoso Lawrence d’Arabia, contro il “ventre molle” alleato degli Imperi Centrali: l’Impero Ottomano), si entra nell’era delle sfere di influenza che comporta uno smembramento del Medio Oriente in diversi stati. Precisamente, ricadranno sotto il controllo dell’Inghilterra: la Giordania, l’Iraq ed una piccola area intorno ad Haifa e sotto quello della Francia: la zona sud-est della Turchia, la parte settentrionale dell’Iraq, la Siria ed il Libano. Oltre all’indipendenza viene negata l’unità stessa di un vasto e cruciale territorio in cui, è quasi inutile dirlo, uno degli elementi essenziali a ingolosire le potenze vincitrici, in particolare l’Inghilterra, è il petrolio.

 

Mister 5%

 

Calouste Gulbenkian nasce a Üsküdar – sobborgo del settore asiatico di Istanbul conosciuto anche con il nome, di origine greca, Scutari – il 23 marzo 1869 in una famiglia armena di probabili origini persiane. Negli anni Ottanta dell’Ottocento studia a Marsiglia e poi a Londra, al King’s College, dove si specializza in Ingegneria petrolifera.

Nel 1888 è a Baku, un centro di produzione petrolifera dell’Impero Russo.

Affascinato dalla nascente industria del petrolio lavorerà, negli anni successivi, al testo La Transcaucasie et la péninsule d’Apchéron: souvenirs de voyage, pubblicato nel 1891.

Si tratta di un gradevole testo di ricordi di viaggio, colto, con pennellate di sobrio esotismo. Avendone scorso brevemente il pdf che è possibile scaricare qui, mi ha ricordato i testi di Mario Appelius o i diari di viaggio, in particolare in India, di Mircea Eliade.

Alla fine dell’Ottocento, Gulbenkian è coinvolto nella nascente industria petrolifera in Persia anche se sarà William Knox D’Arcy ad ottenere le concessioni per lo sfruttamento dei giacimenti per poi guidare, a partire dal 1909, la Anglo-Persian-Oil-Company (APOC).

Il ruolo di Gulbenkian nel mondo del petrolio è, soprattutto, di consulenza e mediazione (verrà considerato il più grande mediatore petrolifero di tutti i tempi). L’ingegnere e uomo d’affari armeno dà impulso, nel 1912, alla creazione della Turkish Petroleum Company, la cui maggior singola azionista è la già menzionata APOC, controllata dal governo britannico. Le altre compagnie europee proprietarie della TPC sono: la Deutsche Bank, l’Anglo Saxon Oil Company (una sussidiaria della Royal Dutch Shell, di cui parleremo presto) e la National Bank of Turkey. La TPC, a partire dal 1929, prende il nome di Iraq Petroleum Company, di cui sono oggi congiuntamente proprietarie alcune delle più importanti compagnie petrolifere del mondo (tra cui:  la BP, la Royal Dutch Shell, la ExxonMobil e la Total). La IPC ha attualmente la sua sede centrale a Londra.

Nel 1925 la TPC  ottiene una concessione per esplorare la presenza di petrolio nei territori di quell’area che fino a pochi anni prima era ancora conosciuta come Mesopotamia e che, come abbiamo visto, in base all’Accordo segreto Sykes-Picot sarebbe diventata, all’indomani della Grande Guerra e dello sbriciolamento dell’Impero Ottomano, uno nuovo stato (Iraq) sotto il controllo mandatario del governo britannico (malgrado avrebbe dovuto essere parte di un “Grande regno arabo” che avrebbe abbracciato buona parte del territorio fra Egitto e Persia).

Il 14 ottobre 1927, finalmente, trivellazione dopo trivellazione, il petrolio inizia a fuoriuscire copioso in una località poco distante da Kirkuk, nel nord dell’Iraq.

Si pone, a quel punto, il problema di come spartirlo [l’Iraq sarebbe stato identificato presto come l’Eldorado del petrolio] tra le diverse compagnie proprietarie della TPC.

Le compagnie petrolifere americane sono inferocite per la spartizione segreta del Medio Oriente, a opera di Francia e Gran Bretagna.

Sarà Gulbenkian a sciogliere il nodo cruciale, coinvolgendo anche la Near East Development Corporation (NEDC), un consorzio d’imprese statunitense di cinque grandi società petrolifere: la Standard Oil of New Jersey, la Standard Oil Company of New York (Socony), la Gulf Oil, la Pan-American Petroleum and Transport Company e l’Atlantic Richfield Co. (ARCO).

Gulbenkian traccia una linea rossa che stabilisce i perimetri delle future zone di estrazione – in un’area che a quel punto non include più solo l’Iraq, come si può vedere dalla foto riportata – al cui interno, lungi dal farsi concorrenza, le diverse compagnie petrolifere debbono lavorare in reciproca collaborazione.

Il 31 luglio 1928 viene dunque firmato un accordo formale di partenariato che passa alla storia come Accordo della linea rossa.  In base ad esso, le quote della struttura societaria della TPC vengono identificate nelle seguenti proporzioni: 23,75% ognuno alla Anglo-Persian Oil Company, alla Royal Dutch Shell, alla Compagnie Française des Pétroles (CFP), e alla NEDC; il rimanente 5% resta a Calouste Gulbenkian che, da quel momento, viene anche conosciuto come Mister 5%.

Viene successivamente deciso che la TPC debba essere organizzata come una compagnia non-profit, registrata in Gran Bretagna, che produca greggio a pagamento per le sue società madri, in funzione delle loro quote azionarie. Alla compagnia stessa viene consentita la raffinazione e la commercializzazione sul mercato interno iracheno, per prevenire ogni competizione con le compagnie controllanti. Nel 1929, come accennato, la TPC diventa la IPC (Iraq Petroleum Company).

 

L’accordo di Achnacarry

 

Nemmeno un mese dopo l’Accordo della linea rossa, il 28 agosto 1928, con il pretesto di una battuta di caccia nella brughiera scozzese, si incontrano tre personaggi cruciali del mondo del petrolio. Hanno intenzione di stipulare un nuovo accordo, segreto e formare un cartello di società petrolifere pronte – attraverso la negoziata, migliore gestione internazionale dell’oro nero – a spartirsi il mondo.

Un olandese, un americano e un inglese si incontrano dunque nel castello di Achnacarry, sulle Highland scozzesi. L’olandese si chiama Henri Deterding (1866-1939), detto anche “il Napoleone del petrolio”. Presidente, a partire dal 1900, della Royal Dutch Petroleum Company (Koninklijke Nederlandse Petroleum Maatschappij) e poi della Royal Dutch/Shell fino al 1936, si sarebbe reso celebre anche per le comprovate simpatie naziste.

Per chi voglia approfondire questo personaggio, conoscendo l’inglese, segnalo il testo di Glyn Roberts: The most powerful man in the world; the life of Sir Henri Deterding. Il testo è del 1938 e se ne può scaricare il pdf qui.

L’americano si chiama Walter C. Teagle (1878-1962) e rappresenta la Standard Oil Company, fondata da John Davison Rockefeller all’eta di 31 anni, nel 1870, a Cleveland (Ohio).

Dallo smembramento della Standard Oil — per sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, nel 1911 — nacquero 34 distinte società, tra cui: Exxon, Mobil (che si sarebbero fuse, nel 1999, nella ExxonMobil), Chevron, Sohio, Amoco, Conoco, Arco e Sun.

Anche Walter C. Teagle avrebbe fatto parlare di sé in relazione alla Germania nazista, in particolare per il suo diretto coinvolgimento con la IG Farben, una conglomerata tedesca di società del ramo chimico e farmaceutico (e questo meriterebbe un articolo a parte, per cui non mi dilungo).

L’inglese si chiama Sir John Cadman (1877-1941), direttore della più volte menzionata Anglo Persian Oil Company (prima compagnia petrolifera in Medio Oriente) che, nel 1954, diventerà la BP.

Nel 1913 la APOC inizia la produzione industriale dalla raffineria ad Abadan e il governo britannico, sotto la spinta di Winston Churchill, Primo Lord dell’Ammiragliato, entra nel consiglio di amministrazione dell’azienda che dunque viene, in parte, nazionalizzata per garantire le forniture di petrolio alla flotta britannica.

Come abbiamo visto, oltre ad essere attiva in Persia, la APOC  si rivela molto interessata anche al petrolio iraqeno e, difatti, arriva a detenere, nel 1914, circa il 50% delle quote societarie della TPC.

Ad Achnacarry si stabilisce che zone di estrazione, costi di trasporto e prezzi di vendita devono essere concordati e condivisi. All’alba del 29 agosto 1928, nel castello scozzese, viene dunque siglato da Henri Deterding, Walter C. Teagle e Sir John Cadman un patto segreto, senza contratti né firme e il cartello delle grandi compagnie petrolifere, dopo la zona circoscritta nella linea rossa segnata da Gulbenkian, si prepara a dominare il mondo.

I paesi consumatori vengono tenuti all’oscuro di questa decisione, come i rispettivi governi e i paesi produttori. Si deve aspettare l’inizio degli anni ’50 per iniziare a conoscere i dettagli di quell’accordo.

Altre compagnie si aggiungeranno al cartello iniziale che finirà per coinvolgere le cosiddette “sette sorelle” (espressione coniata da Enrico Mattei, nel 1945): Exxon, Chevron, Shell, BP, Gulf Oil, Mobil, Texaco.

Le sette sorelle controlleranno l’85% del mercato mondiale del Greggio fino agli inizi degli anni ’70 e saranno le padrone assolute del Medio Oriente e del suo petrolio per il benessere dell’Europa e degli Stati Uniti ed un deliberato sottosviluppo dei paesi produttori.

E’ senz’altro interessante la chiara continuità tra i due accordi segreti, l’Accordo di Sykes-Picot (con cui la Francia e l’Inghilterra creano i presupposti per “appropriarsi indebitamente” del Medio Oriente, tradendo le promesse fatte da Henry McMahon, Alto Commissario britannico al Cairo, al leader hashemita al-Ḥusayn ibn ʿAlī Himmat, allora Sharif della Mecca; per maggiori dettagli segnalo la pagina wikipedia della Corrispondenza Husayn-McMahon) e quello di Achnacarry in cui si è pianificato come vampirizzare, sino all’ultima goccia, il sangue nero del mondo (in buona parte presente in quello stesso Medio Oriente scippato ai suoi legittimi abitanti) in un regime di stretto oligopolio.

Con questo primo articolo siamo solo agli inizi di una lunga, tragica storia di sistematico depauperamento, guerre, operazioni segrete della CIA, tasse coloniali e molto altro i cui effetti stanno arrivando, spesso su barconi fatiscenti, fino a noi.

 

Manuel Olivares