Intellettuali mercenari o ipnotizzati?

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Intellettuali mercenari o ipnotizzati?

Il secondo di una serie di articoli di approfondimento del nostro collaboratore Silvio Marconi.

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Si è accennato nell’articolo precedente alla complessità dell’intreccio che si stabilisce fra convinzione e malafede nei creatori e negli utilizzatori di elementi non semplicemente discutibili ma effettivamente falsi nella costruzione di percorsi di fabbricazione identitaria. Naturalmente il livello di possibile analisi critica di tesi false come quella della “Terra Cava” o dell’esistenza di “razze umane” è del tutto diverso se si parla di un docente universitario dell’Italia o della Germania a cavallo fra XIX e XX secolo o di un borgataro aderente ad una formazione neonazista tedesca o italiana, ucraina o spagnola del 2017, di uno studente liceale di Berlino del 1935 o di un suprematista bianco sottoproletario dell’Arkansas; se non è difficile spiegarsi l’adesione a stereotipi falsi da parte di un ultras calcistico serbo degli anni ’90 condizionato dal branco o in un disoccupato bavarese del 1930, pronti ad accettare qualsiasi tesi dia loro un ruolo “superiore”, un “nemico”, un “colpevole” delle loro disgrazie, apparentemente è più complesso spiegare l’ingresso nell’universo teorico falsificato e falsificante nazista di insigni archeologi e biologi, giuristi e storici, soprattutto perché alcune delle tesi che venivano presentate come “verità” in ambito nazista erano state già smentite da decenni di studi accademici, tedeschi e stranieri, ben noti a coloro che invece passarono anni a produrre pseudo-giustificazioni scientifiche a supporto di quelle che erano perfettamente in condizione di riconoscere come falsificazioni.

E’ su questo aspetto che conviene, pertanto, concentrare l’attenzione. Si può operare una distinzione che vale non solo nel caso nazista ma in tutti i casi della Storia in cui personaggi di elevata cultura si adattano a sostenere tesi mistificate e mistificanti che hanno tutti gli strumenti per rigettare; da un lato ci sono coloro che autonomamente hanno sostenuto, magari derisi dalla scienza ufficiale e dagli ambienti accademici, tesi assurde e false e che trovano “finalmente” nel potere di turno, l’appoggio forse fino a quel momento insperato per rendere “legittimi” i loro deliri e addirittura per imporli come “sola verità”: Avviene nella Spagna del XVI e XVII secolo con una serie di prelati che emergono dall’oscurità grazie al favore regio, avviene nelle Colonie Americane dei Puritani con fanatici estremisti che rilanciano la infame falsità delle “streghe” con il supporto dei settori più conservatori delle comunità, avviene quando Lysenko trova nella deformazione del materialismo storico il grimaldello per entrare nelle grazie di Stalin e far considerare le sue menzogne scientifiche come la sola base ammissibile degli studi biologici nell’URSS, avviene quando ciarlatani che spacciano false cure per il cancro in Italia si fanno forti della politicizzazione del loro caso e del conseguente appoggio di soggetti politici e qualche media.

Dall’altro lato ci sono invece personaggi che aderiscono alle tesi false solo a posteriori, ossia abbandonando la razionalità scientifica per entrare nel branco di chi non è solo gregge passivo di sostenitori del falso ma si fa strumento della sua legittimazione e diffusione e lo fanno sostanzialmente per due motivi, il primo dei quali, quello dell’opportunismo, del “tengo famiglia”, del desiderio di non rischiare di collocarsi all’opposizione, della speranza di carriere più vantaggiose, è il più facile da spiegare anche se non fa condividere. Il secondo motivo è a sua volta più complesso ed ha a che fare con il concetto di egemonia; ci sono infatti casi di intellettuali che aderiscono alle teorie false e che sanno bene essere tali perché subiscono gradualmente l’influenza delle teorie rese egemoni dalla frequentazione del potere, sebbene sappiano che si tratta di falsi, ed altrettanto  gradualmente si auto convincono di quelle teorie e se ne fanno difensori e propagatori.

Lasciamo, dunque, da parte i mercenari, i venduti, i voltagabbana opportunisti, che ci sono in ogni epoca e luogo, e concentriamo l’attenzione sugli altri, cercando di capire come agisca il meccanismo della cooptazione, perché esso è quello che maggiormente influenza la produzione di false concezioni strumentalmente usate nella fabbricazione identitaria. Una tipologia particolare di intellettuale che rientra in questa seconda categoria è quella dei “convertiti”, ossia di coloro che cambiano campo e mettono la loro intellettualità al servizio di una idea opposta a quella prima abbracciata; naturalmente anche tra loro ci sono sempre venduti e voltagabbana ma sarebbe semplicistico ridurli tutti a questa dimensione. Il Rabbino-capo di Toledo che ho citato nell’articolo precedente e che diventa non solo cattolico, vescovo ed inquisitore ma autore di un ignobile libello antisemita in cui fa appello al massacro di tutti gli Ebrei convertiti (!) non lo fa semplicemente per fa carriera, anche se essa non mancherà, ma perché viene influenzato dall’incrocio fra due visioni apparentemente opposte e inconciliabili, quella del fanatismo cattolico e quella dell’estremismo ebraico. In effetti, l’idea di “purezza di sangue” e quindi di trasmissione di caratteri ideologico-religiosi attraverso la discendenza biologica, che è poi la base per rendere l’essere Ebrei o Musulmani fattore “razziale”, non è estranea alla cultura ebraica post-Babilonese e quindi paradossalmente per un dotto Ebreo medievale aderire ai falsi stereotipi razzisti ibero cattolici è meno difficile che per un seguace vero di San Francesco, peraltro del tutto diverso da quei Francescani che ebbero la loro parte nelle repressioni antiereticali ed antiebraiche dell’epoca.

E’ un dato di fatto storicamente confermato che quando un estremista passa dalla parte opposta della barricata accentua il suo carattere estremistico, non solo perché ha la necessità di dimostrarsi “più realista del re” per non essere sospettato di slealtà, ma perché ciò fa parte del suo stesso modo di affrontare la realtà; del resto nei testi sacri cristiani abbiamo l’esempio, noto ed apprezzato per secoli, di quel Saulo che da personaggio ellenizzato e romanizzato di buona cultura, feroce persecutore di Cristiani, diverrà il Paolo che forgia su modello romano una “religione” dalle pratiche cultuali ebraiche dei seguaci di Joshua e diventa uno dei principali creatori di norme e concezioni che permetteranno al Cristianesimo di essere capace in pochi secoli di farsi da pratica minoritaria e perseguitata la religione di Stato dell’Impero Romano.

Un secondo tipo di intellettuali che abbracciano teorie opposte a quelle da loro sostenute in precedenza anche quando hanno tutti gli elementi per comprenderne la falsità è dato da figure che non cambiano bandiera, ma radicalizzano le proprie posizioni originarie, che a loro volta affondano in lunghi percorsi culturali ed ideologici e nel farlo sentono il bisogno di rafforzare le proprie posizioni usando anche elementi la cui falsità pure non è loro celata dall’ignoranza. Ad esempio, l’antisemitismo plurisecolare cattolico nutre largamente quello moderno, sia in ambito laico che religioso, ed è il caso di Padre Agostino Gemelli, a cui sono intitolati un ospedale ed una Università cattolica romani. Padre Gemelli condivide già in epoca prefascista le concezioni dell’antisemitismo clericale, ma arriva a condividere infine le concezioni dell’antisemitismo razzista fascista del 1938, pur possedendo tutti gli strumenti culturali per rifiutare l’idea che esista una “razza ebraica”; dentro quell’accettazione stanno secoli di anti-giudaesimo in cui la Chiesa Cattolica non ha solo avallato la nefanda falsità della “limpieza de sangre” ibero cattolica del secolo XVII ma ha anche diffuso specifiche falsità come quella della presunta pratica ebraica dell’”omicidio rituale” di fanciulli, contro le quali falsità nessun intellettuale cattolico o alto prelato ha mai preso posizione netta per secoli.

Lo stesso si può dire circa la fabbricazione di false continuità fra il “passato ancestrale” celtico e l’Inghilterra del Romanticismo, di cui l’invenzione di falsi letterari ossianici o scozzesi citata nella serie di articoli precedenti fa parte organicamente, fra quello della Dacia romanizzata e la Romania ottocentesca che ripudia le sue radici slave, fra quello delle città-stato dell’Ellade e la Grecia resa indipendente nel XIX secolo dalle potenze interessate ad erodere l’Impero Ottomano: Russia, Francia, Inghilterra. Sono accademici poliglotti e cosmopoliti, influenzati dal pensiero francese e tedesco, immersi nelle correnti all’epoca all’avanguardia del pensiero di un’Europa che si autorappresenta come “apice del Mondo” che contribuiscono a creare e diffondere i falsi, coscientemente, senza remore e vergogna e il fatto che ciò li renda anche famosi e spesso ricchi non rappresenta sempre la motivazione principale del loro agire, che invece è proteso a creare le condizioni necessarie a realizzare progetti nazionalistici.

Se, inoltre, si entra nella galassia dei fenomeni di fabbricazione identitaria finalizzati alla “invenzione dell’altro” la questione diventa ancor più complessa. Prendiamo il caso degli autoctoni nordamericani, che dal primo momento sono definiti “Indiani”, copiando peraltro la pratica iberica di chiamare gli autoctoni caraibici e sudamericani “indios”, perché, come tutti sanno, Colombo pensava di aver raggiunto le “Indie”, concetto a sua volta immensamente vago, posto che riguardava isole come le Molucche ma anche la Cina (Cipango) e il Giappone, oltre che quel che oggi noi identifichiamo come “Penisola del Deccan” (in larga misura occupata da uno stato che si chiama India…). Gli “Indiani” del Nord America sono considerati sottouomini dai coloni europei, perché non hanno strutture statuali e religioni monoteiste o complesse come quelle estremo-orientali, e trattati come tali; ad esempio li si scaccia senza vergogna dalle terre, li si massacra (anche con una proto-guerra batteriologica con coperte infette al vaiolo), li si rinchiude in aree desolate a morire di stenti, soprattutto si firmano con loro patti che vengono sistematicamente disattesi perché considerati come stipulati con soggetti privi di personalità giuridica piena. Pure, non tutto è così omogeneo ed elementi contraddittori rispetto a questa strada maestra non serve aspettare i film del ’68 con gli “Indiani buoni” e le “giubbe blu cattive”, metafora della guerra del Vietnam,  per trovarli: già sulla fine dell’Ottocento scrittori e soprattutto pittori statunitensi si impegnano in una costruzione di figure di “Indiani” mitizzati, sulla base peraltro di elementi del mito del “buon selvaggio” di Rousseauiana memoria, come fattori di critica alla degenerazione materialistica della società in rapida industrializzazione degli USA del dopo-Guerra Civile.

Il mito stesso del West, che è il vero mito fondatore degli USA e che fa anche, tuttora, da fattore legittimante della subcultura della diffusione delle armi da fuoco fra i cittadini americani, ha bisogno degli “indiani”, magari nella versione clownesca del Circo di Buffalo Bill o in quella della cinematografia, e li integra nell’immaginario collettivo statunitense, peraltro ripercorrendo la metodologia usata dai Britannici con i “selvaggi” scozzesi; in tutte queste operazioni si mescolano schegge di verità storiche, elementi semplicemente discutibili ed altri direttamente falsi, ad opera di intellettuali dalle tendenze apparentemente non omogenee, che vanno dal razzismo esplicito al rousseauismo, dall’elogio del modernismo a tutti i costi al romanticismo nostalgico, ma che, pure, tutti assieme fondano e forgiano quel mito come “mito americano” fatto di novità e violenza benedetta da Dio (“In God we trust”, sulle banconote), di giovanilismo e di modernismo, da contrapporre in qualche modo alla “Vecchia Europa” che pure rappresenta la vera sorgente materiale, etnica, ideologica della parte egemone della società USA.

Stabilire quale parte abbiano avuto i singoli intellettuali nelle varie epoche nella forgiatura di quel mito è certamente possibile ma solo parzialmente utile per capire le caratteristiche vere del processo complessivo; si può oltre tutto notare che praticamente tutti gli intellettuali che entrano in quella grande operazione collettiva mescolano i tre tipi di elementi prima citati, veri, discutibili e falsi, e così facendo finiscono per provocare conseguenze che vanno ben al di là degli USA e del loro ambito. Ad esempio, è significativo che l’idealizzazione della “frontiera” e dei suoi paesaggi, dell’“Indiano libero” e delle sue visioni avvenga proprio quando ormai l’industrializzazione, le “guerre indiane”, la colonizzazione, i recinti per il bestiame, le ferrovie, il telegrafo hanno distrutto quella realtà che diventa pertanto finzione, fenomeno che si ripete in altri contesti sulla base dell’attingere alla scuola antropologica ed etnografica che proprio in quell’epoca gli USA producono in forte contrapposizione con quelle del Vecchio Continente, francese, tedesca ed inglese. Figli di quell’antropologia “etnicistica” (diversa da quella pur simile del “folklore” romantico franco-tedesco) sono in fondo anche i tanti musei della cultura contadina che in Italia sorgono begli anni ’80-’90 del secolo XX paradossalmente non tanto e non solo nei luoghi “alti” della cultura rurale ma soprattutto nei centri delle cinture deindustrializzate, private della loro identità operaia e di fabbrica! Perfino Marx ed Engels si lasciano abbagliare dalle ricostruzioni, fantasiose, che l’antropologo statunitense Morgan fa delle società autoctone del Nord America ed usano quelle descrizioni a supporto di alcuni elementi della loro teoria sulla nascita della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, esposta in un famoso saggio; decenni dopo molte delle affermazioni del Morgan verranno dimostrate per quel che sono, ossia parti della fantasia romantica privi di riscontri archeologici e scientifici, ma quei passi di Marx ed Engels influiranno significativamente sulle elaborazioni successive di tanti studiosi in buona fede, marxisti, di ogni parte del Mondo,  inerenti le società “di caccia e raccolta” e sui limiti nel rapporto concreto fra Stati che a quelle concezioni marxiste dicono di richiamarsi e le rispettive “popolazioni indigene”.

L’ultima versione del mito è quella che usa l’“Indiano” come esempio di proto-ecologismo contrapposto alla barbarie industrialista e postindustrialista della civiltà occidentale; è chiaro che le popolazioni autoctone nordamericane ebbero davvero concezioni olistiche e tali da opporsi a certe pratiche di rapina del territorio, delle risorse naturali, degli ecosistemi, ma l’idealizzazione delle loro concezioni e delle loro pratiche e la generalizzazione di specifici elementi di tali concezioni è il frutto di niente altro che l’ennesima falsificazione. Esempi di deforestazione selvaggia causata nelle aree meridionali del Nord America dalle pratiche di alcune di quelle popolazioni, dell’estinzione di specie soggette a pesca eccessiva, e di altre pratiche niente affatto “ecologiche” emergono dagli studi più seri e scientifici recenti e se altre devastazioni (come lo sterminio dei bisonti) sono indiscutibilmente opere dell’”uomo bianco”, va detto che semplicemente gli autoctoni non avevano gli strumenti (armi da fuoco e ferrovia) per realizzarle. Né in quelle società  era ignota la strage e la “pulizia etnica”, assai diffuse ad esempio fra popolazioni diverse della regione dei Grandi Laghi. L’aspetto essenziale è comunque che la costruzione di “alterità” diverse in epoche e per scopi differenti sulla pelle degli “Indiani” resta una operazione dei “bianchi”, ossia degli oppressori e dei massacratori, e che perfino l’“indigenismo” è figlio in larga misura di tale operazione.