La casa della conoscenza

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La casa della conoscenza

Di seguito un primo racconto di Lorenzo Bonaventura, probabile prossimo autore con Viverealtrimenti. Lorenzo (Lokhnat), assieme alla moglie Camilla (Kamala) sono le figure cardine di un importante progetto sociale a Benares, Il Bal Ashram, nell’ambito di un’antica scuola di conoscenza indiana attualmente organizzata in una fondazione (Aghor Foundation). Del Bal Ashram pubblichiamno regolarmente le newsletters ed una presentazione accurata del progetto è stata offerta, da Lokhnat, per il testo Comuni, comunità, ecovillaggi.
Buona lettura!

Il vecchio cominciò a parlare schiarendosi la gola con un colpo di tosse. I suoi occhi erano vasti e verdi in un deserto di rughe e di pelle bruciata dal sole. Il fuoco crepitava al vento mentre la carovana si riposava dal lungo viaggio. Il vecchio “saggio vagabondo”, come lo chiamavano, rispettosamente, tutti, si accodava alle carovane dei beduini del deserto nel suo continuo girovagare. Correva voce che avesse compiuto anche dei miracoli: che avesse strappato alla morte certa un giovane caduto malamente da cavallo e simili. Lui negò con un sorriso dicendo che i popoli del deserto, si sa, sono superstiziosi. Aggiunse, tuttavia, che con le erbe e le conoscenze giuste si possono davvero fare dei miracoli. I miei informatori mi avvertirono che il vecchio era autenticamente saggio anche se un po’ bizzarro e che conosceva molte storie e leggende antiche sui popoli del deserto. Era proprio quello che cercavo per il mio libro. Non si fece pregare e, nella fredda notte sahariana, sotto un cielo fitto di stelle, comincio’ a raccontare…

Devi sapere che la casa di conoscenza spalanca i suoi cancelli solo una volta l’anno. Il giorno in cui la luce e l’oscurità sono in perfetto equilibrio si apre una possibilità, per chi ne è degno. I Guardiani accolgono il nuovo venuto che, abbandonati gli abiti del mondo, varca nudo la soglia della sua nuova dimora. Al candidato discepolo vengono tagliati i capelli, poi viene lavato, unto con olii ed infine portato al cospetto del Maestro.
Nel villaggio di Ashmara si tramandano leggende su una strana costruzione che, in certi periodi dell’anno, appare nelle oasi del deserto. Gli abitanti del villaggio la chiamano la cattedrale. I beduini narrano di luci e suoni innaturali che si possono percepire nelle notti solitarie tra le dune di sabbia.
Gli animali sembrano come impazzire quando si avvicinano troppo alle regioni proibite: diventano  irrequieti e imbizzarriscono. Gli anziani portano offerte al tempio di pietra costruito in mezzo al deserto per ingraziarsi i favori di esseri sovrannaturali. I saggi del villaggio tramandano leggende antichissime. Ad esempio come, durante le notti del solstizio, gli angeli discendano sulla terra scegliendo, tra gli esseri migliori e puri, quelli degni di ricevere la conoscenza dei misteri. In quelle notti, tra gli abitanti del villaggio, si celebrano danze sacre, riti propiziatori, si consumano ricche libagioni. Il saggio si ritira, di consueto, nella capanna dello Spirito per rinnovare il sacro vincolo con gli spiriti del deserto, affinché proteggano il villaggio ed i mortali; ne riemerge, rigenerato, il giorno successivo. Poi tutti festeggiano l’inizio di un nuovo anno facendo giuramento di non infrangere il patto con gli spiriti con gesti, parole o pensieri di avidità, odio, gelosia ed egoismo.

DAL LIBRO DELLA SAPIENZA DELLA CASA DI CONOSCENZA: Quando il primo uomo e la prima donna persero l’innocenza originaria, si ritrovarono smarriti nel mondo illusorio della dualità. Allora i due si interrogarono: “Chi sono io? Qual è la mia autentica natura? Cosa sono questi fenomeni che mi appaiono e nei confronti dei quali provo desiderio, paura o indifferenza?”. La coppia, ancora memore della condizione di unità originaria dalla quale erano decaduti, costruì un luogo santo, a modello del paradiso perduto, che chiamò “Casa”. Attratta dalla legge delle segrete corrispondenze e delle affinità sottili, la divina conoscenza prese ad abitare la Casa e l’animò di amore, potenza e saggezza. E’ così che la prima Casa di Conoscenza fu creata, all’inizio del tempo, dalla coppia umana primordiale che provò nostalgia per la condizione perduta. Altre Case di Conoscenza sorsero, a modello di quella originaria, mano a mano che la stirpe dei progenitori cominciò a popolare il mondo. I progenitori trasmisero la dottrina ai loro dodici figli e poi questa si propagò in ogni luogo adattandosi alla lingua delle genti, alle contingenze dei tempi e dei luoghi, ma rimanendo, in essenza, identica.

Abdhul si trovava per la prima volta al cospetto del Maestro. I suoi occhi scuri lo scrutarono per alcuni lunghissimi istanti e per la prima volta si sentì nudo, non solo nel corpo, ma anche nell’anima. Si prostrò ai piedi del Maestro e lo supplicò di impartirgli la conoscenza. Gli occhi del Maestro si fecero buoni ed aprirono il forziere del cuore: “Abdhul, oggi vestirai le sacre vesti del discepolo. Il nostro antico ordine esiste da tempi immemorabili: non essendo vincolato alle forme e al tempo, è eterno come lo Spirito Divino che anima e sostiene tutto ciò che esiste. Qui, in questa regione remota, siamo inaccessibili agli occhi degli uomini ma il nostro lavoro tocca tutti i cuori pulsanti di vita. Ogni adepto dell’ordine emette una nota nello spazio infinito che accoglie tutti gli esseri viventi e, insieme, costituiamo un’armonia. Spetta all’uomo decidere di seguire la dolce melodia della Conoscenza o di perdersi nel rumore assordante dell’egoismo. Tu hai ceduto al dolce e struggente richiamo della nostalgia per qualcosa di lontano e perduto e sei giunto alla soglia, nudo e libero dall’orgoglio. Come un’ape laboriosa attirata, in primavera, dal nettare del fiore schiuso, sei giunto a noi. Ora ti accogliamo come un figlio che, ritrovata la via smarrita, raggiunge infine casa. Vieni, Abdhul, e unisciti a noi, che la Grazia discenda su di te e porti a compimento il seme dell’Uomo, risvegliandoti dal sonno dell’ignoranza”.

DAL LIBRO DELLA SAPIENZA DELLA CASA DI CONOSCENZA: Ci fu un tempo in cui le Case di Conoscenza appartenevano agli uomini. Le sue porte erano aperte e i Maestri camminavano per le strade delle città. Poi il mondo si allontanò, per dedicarsi completamente alla realtà convenzionale. Le Case di Conoscenza divennero allora inaccessibili all’uomo della strada. Le ampie ed agevoli vie che conducevano alle sue porte divennero stretti sentieri impervi che solo pochi, ben equipaggiati ed ultramotivati viandanti, possono percorrere. Le Case di Conoscenza non si sono mai allontanate dal mondo, piuttosto è il mondo ad essersi allontanato da loro. Eppure, mai come ora, esse sono così vicine agli uomini. Recisi i legami con lo Spirito che lo animava, il mondo convenzionale dei nomi e delle forme che gli uomini attribuiscono alle cose, si svuotò lentamente di senso. Ora le persone mondane, smarrite, cercano disperatamente il significato delle loro esistenze negli edifici dell’effimero e lungo le strade dell’illusione.
Esse, seguendo le coordinate della speranza e del timore, si ritrovano sole ed ancora più confuse, al cospetto di un’inesorabile, oscuro, nulla. Oh uomo, fermati! Volgi il tuo sguardo al luogo dal quale tutti i sentieri dipartono, quelli che conducono all’oscurità così come quelli che portano alla luce e scoprirai che il viaggio comincia e finisce nelle profondità del tuo stesso cuore. Lì troverai ciò che con tanta foga e da tempo immemorabile, inconsapevolmente cerchi.

Nel villaggio di Ashmara, per i genitori di Abdhul, era la notte più lunga. Quella in cui i genitori devono vegliare il corpo senza vita del loro giovane figlio. Una febbre improvvisa lo strappò via dal loro amore, in poche ore di delirio. Solo il ricordo del suo dolce sorriso rimaneva impresso nella memoria dei due anziani, a consolazione del lutto improvviso. La madre fece un sogno, quella notte: Abdhul era nudo, splendente di luce e le mostrava un luogo benedetto abitato da angeli e spiriti celesti. Le posò una mano sul capo e la tristezza si dissolse come sale nell’acqua. Abdhul, nel sogno, le disse: “Madre non piangere il lutto, gioisci piuttosto! Le beatitudini dello Spirito sono spesso viste come sventure e calamità dagli occhi miopi degli uomini”. Il saggio del villaggio si rallegrò al racconto del sogno della madre e spiegò ai due anziani che quella di Abdhul era una morte dai segni sovrannaturali ed auspiciosi. Al mattino, con enorme sgomento e sorpresa di tutti, il letto che accoglieva le spoglie mortali del giovane era vuoto. Le pieghe del lenzuolo segnavano ancora i contorni del corpo privo di vita. All’altezza del petto c’era ora una rosa rossa come il sangue che scorreva nel cuore buono di Abdhul. I beduini che quella mattina raggiunsero il villaggio, fecero cenno a strane visioni e luci che animarono quella notte il cielo stellato del deserto.
Abdhul era uno degli allievi più promettenti. Sotto l’attenta guida dei Maestri, approfondì le scienze profane e quelle sacre. Imparò a controllare i propri sensi e a farsi amico della propria mente che ora ubbidiva, docile, agli ordini dell’io. Le infinite contraddizioni dell’animo umano si risolsero nel cuore di Abdhul sotto il fuoco audace della disciplina e dell’amore infinito per la Conoscenza che i Maestri gli elargivano. I canti, le danze e le musiche rituali risvegliarono i sensi a frequenze mai provate prima. L’intelletto raggiunse apici di astrazioni vertiginose, per poi placare il suo volo audace nell’umile abbandono delle facoltà razionali sulla soglia dell’Inconoscibile. Così i Maestri rivelarono ad Abdhul, uno ad uno, tutti i Misteri. L’Assoluto corteggiò il giovane adepto e lasciò cadere, in una danza sublime, i veli della Conoscenza fino a rivelare il corpo nudo e senza forma della Verità. Nel cuore di Abdhul si accese il fuoco della devozione per i compassionevoli Maestri  — che lo avevano condotto e guidato con saggezza — e quello dell’amore per i suoi compagni di viaggio. Con loro aveva condiviso speculazioni, arte e sconfinati silenzi meditativi. Ma, soprattutto, in Abdhul germogliò l’amore e la compassione per gli uomini del mondo, testardamente sordi al richiamo, smarriti nel mondo delle apparenze.
La Casa di Conoscenza è un edificio di tre piani. Il primo, circondato da lussureggianti giardini è riservato agli studenti. Al secondo piano dimorano i Maestri ed al terzo c’è un’unica sala, la Sala dello Specchio. Sotto questa c’è uno dei luoghi più sacri: il Tempio, adibito alle funzioni rituali, alle danze e agli esercizi spirituali collettivi. I tre Maestri assistono dai loro seggi, posti su una balconata al secondo piano, mentre i Dodici allievi svolgono i loro doveri rituali al livello sottostante. Da quel luogo santo tutti insieme emettono note sublimi di Amore, Conoscenza e Volontà nell’atmosfera, nella speranza che gli uomini recepiscano il loro richiamo al risveglio.
Specialmente durante le notti del Solstizio, quando le porte della Casa di Conoscenza si aprono per accogliere un nuovo candidato ed un discepolo anziano entra nella sovrastante Sala dello Specchio, la musica dell’anima si fa più intensa e le loro vibrazioni, precise e potenti, si espandono nelle dieci direzioni rispondendo al richiamo di un cuore maturo tra gli uomini del mondo. Una tavola di marmo, posta all’ingresso del tempio, reca questa iscrizione: “Tu che varchi la soglia di questo luogo benedetto, lascia l’ignoranza alle tue spalle e abbraccia la Conoscenza che ci pervade. Abbandona il fallace pensiero dell’io e del mio e schiuditi all’amore che non valuta e non discrimina. Mai più gli artigli rapaci della Morte ghermiranno il germoglio di vita che si coltiva in questo giardino. Le amorevoli mani dei Maestri si rivolgono a te, figliolo, stringile fiducioso; ti condurranno nella sicura dimora della Luce”.

DAL LIBRO DELLA SAPIENZA DELLA CASA DI CONOSCENZA: Le stirpi degli uomini dei tempi antichi, pur provenendo dalla stessa progenie, non condividevano le stesse inclinazioni. Alcuni tra loro ubbidirono ciecamente al richiamo del mondo illusorio, smarrendosi completamente nel regno della dualità. La dolce e struggente melodia della nostalgia di casa non risuonava più nei loro cuori. I più arroganti e malvagi tra questi si votarono completamente alle forze dell’oscurità, allettati da promesse di gloria e potenza. Questi fondarono, a modello degli abissi infernali, la loro dimora: la Torre Nera. Molte Torri Nere vennero in essere e tutte comunicavano con le forze oscure delle profondità cosmiche. Da queste regioni prive di luce ricevono ancora un nutrimento che alimenta la loro insaziabile fame di potere e volontà di dominio. Questi uomini sventurati ed infelici vengono svuotati di ogni possibilità di sviluppo interiore e ricercano un surrogato dell’immortalità nell’estensione indefinita delle loro avide esistenze. Cibandosi del sangue degli innocenti e di tutto il male e l’ignoranza di cui è saturo il mondo, possono prolungare le loro misere esistenze per tempi incalcolabili. Dalle loro dimore maledette i maestri oscuri, con i loro seguaci, emettono nell’atmosfera le loro esalazioni mefitiche di odio e discordia che, come amaro veleno, infettano i cuori degli uomini più deboli rendendoli malvagi ed egoisti. La loro perversa avidità può così trovare cibo in abbondanza e saziarsi a spese di coloro che, inconsapevoli, si fanno irretire dalle loro promesse. A beneficio di tutti gli esseri smarriti nell’oscurità che soffrono a causa della loro stessa ignoranza i Maestri di Conoscenza e i loro figli ogni giorno, all’imbrunire e al tramonto, intonano all’unisono un canto:

Non vi è ombra senza Sole,
Non vi è male senza bene,
Non vi è oscurità senza luce.
Non c’è caduta senza risalita,
Non c’è acqua senza sete
Né pane senza fame.
Nello spazio infinito delle menti
Brillano pensieri di saggezza
Come fuochi splendenti
Sospinti dalla forza della consapevolezza.
Nelle scure acque dell’immensità
Pensieri di ignoranza
Schiacciati dal peso della verità
Si inabissano senza speranza.

Dodici anni trascorsero veloci e ora, per Abdhul, si avvicinava il momento di accedere alla Sala dello Specchio. Quella notte il Maestro lo chiamò a sé. “Abdhul, è giunta l’ora di compiere l’ultimo passo per spiccare il volo nel cielo luminoso e sconfinato della consapevolezza. Tutto quello che hai fatto e imparato fino ad oggi è stato solo un esercizio per prepararti a questo momento. Il Grande Specchio libera dai vincoli della forma, dello spazio e del tempo e, se l’allievo è abbastanza maturo, dona la libertà assoluta. Nel contempo, esso costringe a guardare in faccia la verità. Il Grande Specchio non si cura delle nostre speranze e dei nostri timori, ma riflette, imparziale, ogni lato di noi stessi, anche il più recondito e ritroso a mostrarsi. Ci sono molti aspetti di noi stessi, sepolti nelle profondità dell’animo, di cui preferiamo non venire a conoscenza.
Eppure, finché non accetteremo con amore e consapevolezza ogni aspetto della nostra natura, rimarremo vincolati e condizionati proprio da ciò che rifiutiamo. Più diremo “no” a ciò che siamo, maggiormente ciò che rifiutiamo ci diventerà ostile. Incontreremo questa ostilità ed inimicizia nel mondo e nei volti dei nostri fratelli, scambiandola per un nemico esterno. Reagendo ad essa, mossi dalla paura, rimaniamo ancora più imbrigliati dai lacci dell’illusione. In realtà, è come scambiare la propria ombra per un demone che ci insegue, tormentandoci senza tregua. Lo stesso accade quando rimaniamo talmente affascinati dagli oggetti del desiderio da perderci in essi.
Investiamo ciò che desideriamo di un tale potere che, in seguito, diventa difficile riappropriarcene. E’ come se disegnassimo una deliziosa pietanza per poi lamentarci che il disegno non ci ha saziati. Vai ora, Abdhul, sei pronto per scoprire il volto della tua autentica natura e ricordati che tutto quello che si ergerà a barriera tra te e la libertà è solo e soltanto illusione; la proiezione di quelle parti della nostra mente ancora avvolte dall’oscurità dell’ignoranza. Quando si manifesteranno in tutto il loro terribile potere e nel loro ammaliante splendore, riconoscile per quello che sono ― apparentemente solide concrezioni mentali ― e dissolvile nell’oceano luminoso della consapevolezza. Useranno tutte le armi per tenerti a loro: dall’aggressione alla persuasione. Ti alletteranno con promesse di potere e grandezza. Ti minacceranno con violenza e con menzogne velenose. Cercheranno di confonderti con visioni di sublime bellezza e con orrendi rigurgiti di malvagità. Tieni alta la tua visione. Contempla il vasto spazio che pazientemente accoglie, amorevole ed equanime, i maleodoranti effluvi degli scarichi delle città, così come i sublimi profumi delle verdi foreste. Sii come i raggi del nostro amato Padre Sole che riscaldano imparziali gli escrementi e l’oro. Come l’amore infinito di una Madre paziente che perdona ed accoglie i propri figli, a prescindere dalle colpe di cui possano essersi macchiati. Ora vai Abdhul e ritorna come un uomo nuovo, libero e rinnovato”.
Abdhul si prostrò ancora una volta ai piedi del Maestro e si incamminò oltre i luoghi a lui noti della Casa di Conoscenza, verso l’ignoto, verso la superficie trasparente e temibile del Grande Specchio.
La sala era buia e senza finestre. Lo specchio stava lì, eretto anche se non c’era alcuna struttura a reggerlo, pareva conficcato nel pavimento di pietra. Era antico come il mondo e forse ancora di più. La sua superficie luminosa aveva accolto le figure del nostro primo padre e della nostra prima madre, restituendo loro la libertà che avevano smarrito, la consapevolezza dimenticata di ciò che erano. Ora era il suo turno. Abdhul si trovava al cospetto della verità e vi posò i suoi occhi buoni di uomo assetato di conoscenza e libertà. Lo specchio divenne gigantesco, sembrava contenere l’universo intero, oscuro, lontano dalla luce e dal calore delle stelle e dei pianeti. Poi, una luce distante apparve all’orizzonte e le visioni presero forma. Si delinearono i volti di sua madre e di suo padre deformati dal dolore per aver perso il loro figlio. Vide la natura del senso di colpa, della sofferenza, del male e della maldicenza. Vide tutti quegli aspetti di sé che non avrebbe mai voluto vedere. Questi gli urlarono in faccia tutto il loro dolore e la loro rabbia. Vide tutto il male degli uomini e la loro ignoranza e le penose conseguenze di tutto questo. Infine, mostruoso e deforme, l’antagonista si mostrò in tutto il suo ripugnante potere. Lo maledisse e cercò di carpirgli l’anima ma riuscì a ghermire solo lo spazio vuoto di una consapevolezza libera ed equanime. Apparve all’improvviso un luogo meraviglioso e sublime ed un angelo che, porgendogli ghirlande e doni preziosi, lo invitava a prendere parte all’assemblea dei beati. Gli parlava con parole soavi come una musica divina, promettendogli tutte le realizzazioni ed ogni potere. Abdhul osservò questo gioco, caleidoscopico, di apparenze con distacco, senza accettare nulla, senza nulla rifiutare. Infine, il Maestro gentile apparve e gli disse: “Bene Abdhul, sono fiero di te! Hai superato la prova. Ora sei degno. Vieni con me e ti condurrò alla suprema vetta della realizzazione”. Abdhul si ricordò delle parole del Maestro prima di varcare la soglia della Sala dello Specchio e non si mosse. Finalmente le visioni svanirono; Abdhul divenne lo Specchio e lo Specchio divenne Abdhul. Sulla superficie luminosa ed illimitata della mente, che non era più la mente di Abdhul, ma la Mente pura e primordiale che accoglie e riflette ogni cosa, tutti i fenomeni si risolsero. La sublime equazione di una vita mortale trovò la propria soluzione che è uguale a zero, sempre uguale e identica a se stessa. Mai nata e mai morta, sempre stata, una e molteplice, in sé e negli altri, per amore, volontà e conoscenza divina. Quella notte, come sempre accade, da qualche parte nel mondo una Torre Nerra crollò ed i cuori sensibili degli uomini buoni versarono, senza alcun apparente motivo, una stilla di felicità.
Nell’antico Libro della Sapienza si aggiunse alla lista degli esseri liberi un nome: Abdhul di Ashmara. Un nuovo allievo verrà accettato quella notte. Il Maestro lo accoglierà e, di fronte al suo sguardo, il giovane uomo si sentirà per la prima volta nudo non solo nel corpo ma anche nell’animo. Poi, il Maestro dischiuderà il forziere del cuore…
Abdhul tornò al mondo degli uomini. Mosso da un amore infinito per i suoi fratelli ancora smarriti tra le fitte nebbie dell’illusione, si infilò ancora una volta negli abiti dei nomi e delle forme. Portò la dottrina a chi era pronto a riceverla e condusse molti uomini buoni alla soglia della Casa di Conoscenza. Al suo interno i Maestri compassionevoli e generosi accoglievano i degni e li preparavano ad affrontare il Grande Specchio. Ogni notte del Solstizio, Abdhul accendeva un lume nel cuore e si rallegrava perché un altro nome si aggiungeva alla lista del Libro della Sapienza. La nostalgia lo accompagnava sempre, anche tra le più alte vette delle sue silenziose meditazioni. Tra le lussureggianti vallate della beatitudine estatica, una dolce tristezza gli ricordava il volto buono del Maestro ed il dolore degli uomini ancora immersi nell’ignoranza. Poi tutto si dissolveva come immagini riflesse in uno specchio e rimaneva solo Pace.
Il vecchio si fermò mi guardò dritto negli occhi e, forse scorgendo nell’espressione del volto la mia meraviglia ed incredulità, mi disse che potevo utilizzare la sua storia a piacimento. Si alzò dal suo posto; il tempo a mia disposizione era evidentemente terminato ma c’erano mille domande che avrei voluto porgli. Riuscii a proferirne solo una. La più sciocca di tutte.
“Signore, aspetti, qual’é il suo nome?”.
“Io sono Abdhul di Ashmara! Ed è giunto il tempo per me di tornare a casa. Racconti la mia storia agli uomini e, nella notti del solstizio, forse un cuore puro, in qualche angolo remoto di questo mondo corrotto, vibrerà ancora al richiamo dei Maestri e la storia si ripeterà, eterna e misteriosa”.
Sparì nell’oscurità, senza lasciare traccia. Il giorno seguente quando chiesi ai beduini del vecchio saggio vagabondo, si spaventarono. Cominciarono ad agitarsi e ad affrettarsi verso i loro cammelli parlando di spiriti e di fantasmi. Mi dissero che avevamo scelto un luogo sbagliato per accamparci, che eravamo troppo, tropp vicini alla zona proibita. Nessuno aveva visto il vecchio, eccetto me.
Non chiesi più nulla, per non inquietare gli animi ingenui e superstiziosi degli uomini del deserto.