La catena delle falsificazioni nella fabbricazione delle identità

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La catena delle falsificazioni nella fabbricazione delle identità

Di seguito, l’ultimo articolo del nostro collaboratore Silvio Marconi della serie: Le pericolose invenzioni delle identità.

Qui il primo articolo, qui il secondo, qui il terzo, qui il quarto,qui il quinto, qui il sesto, qui il settimo, qui l’ottavo, qui il nono.

Buona lettura! 

 

Il discorso sulle forme di falsificazione, mistificazione, invenzione e distorsione praticate per costruire identità fittizie e sul carattere irreale di concezioni relative alle “purezze identitarie”, alle “identità ancestrali immutabili”, ai “pericoli delle contaminazioni delle identità” potrebbe essere ancora assai lungo; gli esempi sono innumerevoli ed hanno segnato tutta la Storia umana. Il che non significa affatto, lo ripeto dopo averlo affermato in altri articoli, che l’identità sia un concetto astratto o in sé falso, che non esistano identità collettive, che non valga la pena, in determinate circostanze, lottare per l’affermazione di una identità collettiva contro chi la vuole negare, opprimere, estirpare, svilire, violentare.

Quel che non esiste è l’identità pura e/o immutabile ma le identità esistono e se ne deve tenere conto in ogni analisi storiografica, antropologica, artistica, culturale, politica e non farlo oltre ad essere un grave errore ed a portare spesso a disastrose conseguenze, è un’azione paradossalmente dello stesso segno dell’affermare l’esistenza delle identità pure e/o immutabili, ossia un’operazione di falsificazione con implicazioni sempre rilevanti, spesso drammatiche, a volte tragiche. A questo proposito, è bene notare come perfino le “identità inventate”, basate largamente o totalmente su falsificazioni e mistificazioni, non solo divengano non meno concrete di quelle reali, agiscano comunque nello spazio e nel tempo, generino conseguenze ma addirittura, alla lunga, assumano tutte le caratteristiche delle “vere” identità: quasi tutti i patriottismi, non solo quelli più fanatici e perversi, del resto, non solo includono elementi di mistificazione mitizzante, di esaltazione irrealistica, di vera e propria invenzione, ma rappresentano il terreno fertile per ogni estremizzazione che si basi tutta e solo sulla , falsificazione storica, culturale ed antropologica.

La Sardegna, ad esempio, per la sua condizione isolana e per le vicende storiche che l’hanno caratterizzata, ha certamente una identità assai più concreta, specifica, evidente di regioni della Penisola Italiana o dell’Europa Centrale; ha sviluppato una sua propria lingua (articolata in dialetti), usanze simili fra loro e abbastanza differenziate da quelle del “continente”, forme di organizzazione sociale specifiche e spesso con radici assai antiche, una forte coscienza delle sue particolarità, che l’ha portata in varie fasi storiche ad essere sede di forti pulsioni a costituire una compagine autonoma o addirittura indipendente. Non tenerne conto sarebbe un insulto non solo al popolo sardo, ma alla Storia stessa del Mediterraneo, oltre che un atto a sua volta di oppressiva falsificazione storico-culturale; eppure quella sua “identità” è fortemente “arcobaleno”, implicando elementi siro-cananei (fenici), punici, romanizzanti, bizantini, arabo-berberi, pisani, catalani, liguri, aragonesi e tali elementi la interconnettono con le “identità” di coloro che in epoca protostorica erano detti “Popoli del Mare” e con gli abitanti di varie regioni maghrebine, con le genti mediorientali e con quelle iberiche, con Roma e con aree della Toscana, tutte realtà a loro volta ricche di mescolanze etnoculturali e quindi di “identità plurali”.

Parlare di “Sardità” (o di “Sardismo”), pertanto, ha senso solo se ci si colloca precisamente in determinati contesti storici e non si confonde in un calderone di entità fittizie l’autonomismo sardo dell’epoca di Lussu con l’epoca dei cosiddetti “Giudicati” altomedievale, la lotta accanita dei Sardi punicizzati contro l’invasore romano con quella degli indipendentisti sardi moderni contro il potere italiano e se si ricorda che, ad esempio, la “fratellanza” che si stabilisce oggi fra gli indipendentisti catalani e certi settori dell’opinione pubblica della città di Alghero deriva, certo, dall’importanza che la lingua e la cultura di matrice catalana hanno in quella città ma che tale importanza, a sua volta, è figlia del fatto che nel 1354 la popolazione della città di Alghero, etnoculturalmente definibile “sardo-ligure” (influenzata fino ad allora da Genova), venne interamente deportata dagli Aragonesi nelle Baleari e nella Penisola Iberica in condizione di schiavitù e sostituita con coloni provenienti dalla Catalogna, anche attraverso una politica di sussidi e benefici a loro offerti, mentre la presenza di elementi sardi riprese solo a partire dal secolo XVI. Un esempio di come una identità culturale (e linguistica, posto che il dialetto attuale di Alghero è una variante dell’antico dialetto della Catalogna Orientale) oggi fonte di orgoglio e di affratellamento con le lotte libertario-indipendentiste di altre genti (i Catalani, appunto, in questo caso) possa nascere da una “pulizia etnica” antica e dalla sostituzione forzata di una identità con un’altra.

Se andiamo alla radice del “catalanismo” di Alghero, ossia alla Catalogna, la questione muta di poco; certamente essa, dotata di una sua lingua propria e di tradizioni specifiche, nonché di una coscienza assai forte della propria identità e quindi di una altrettanto forte pulsione alla indipendenza o almeno all’autonomia, rappresenta nell’Europa ed in particolare in quella mediterranea un esempio rilevante di situazione a forte carica identitaria non costruita a tavolino dai romantici e dai nazionalisti ottocenteschi e capace di affondare le proprie radici nei secoli, pure la sua “identità” non è meno “arcobaleno” di quella sarda. I proto-Iberi che l’abitavano sono stati spesso considerati, a torto, appartenenti al gruppo “celtico”, un contenitore caro tanto agli studiosi francesi ed anglosassoni del XIX secolo quanto ai “neoceltisti” attuali, leghisti o nazionalisti gallesi che dir si voglia ma del tutto artificioso perché non esiste una corrispondenza fra le aree di presenza di toponimi ancorati nella lingua celtica (o meglio sarebbe dire “nel gruppo delle lingue celtiche”, assai articolato al suo interno) ed aree di presenza dei moduli culturali (ad esempio le forme di rituale funebre) che vengono riferiti a quella “cultura di La Thiene” che rappresenta il prodromo di quel che è definito “cultura celtica”; in effetti, anche i sostenitori dell’esistenza della categoria un po’ immaginaria dei “Celtiberi” sono obbligati a riconoscere questa contraddizione e si rifugiano, per giustificare le loro tesi, nel fatto che “i Romani chiamavano questi popoli Celtiberi”, il che equivarrebbe a denominare tutti gli Africani Etiopi perché questo era l’uso dei Greci classici!

Dall’VIII al VI secolo prima dell’era cristiana la regione che noi oggi chiamiamo Catalogna venne fatta oggetto di colonizzazione da parte prima dei Fenici e poi dei Greci, pur permanendo attivo lo strato autoctono protostorico; anche qui va ricordato che i “Fenici” sono un coacervo di genti appartenenti alle regioni costiere dell’area siro-cananea che i Greci distinguevano da quelle dell’entroterra con il nome di Phenikoi in riferimento al colore rosso di quella porpora di cui erano magistrali produttori, mentre in effetti la loro proiezione marittima e mercantile (e piratesca…) non era che la caratterizzazione di terminali di percorsi carovanieri e di reti di oasi-mercato che si protendevano dalla costa mediterranea fino alla regione mesopotamica, con un’articolazione dialettica fra specificità particolaristiche di città-stato ed elementi di comunanza dovuti proprio ai traffici mercantili e pertanto le influenze che essi portarono nella Penisola Iberica (come anche nel Maghreb, ove nacque Cartagine) sono di per sé già ricche di mescolanze fra elementi mesopotamici e perfino iranici, anatolici, siro-palestinesi, nilotici e perfino sub-sahariani.

Lo stesso si può largamente dire della realtà sottostante il termine “Greci”, che vede in effetti influenze anatoliche e balcaniche e perfino (piaccia o non piaccia ai mitizzatori antichi e recenti di Leonida e dei trecento spartani delle Termopili…) persiane quando non addirittura indiane su un coacervo di città-stato elleniche.

Quando i Cartaginesi conquistano le aree costiere della regione nel III secolo a.C., a loro volta essi rafforzano le influenze di matrice definita “fenicia”, poiché Cartagine stessa era nata come colonia di esuli da Tiro, ma portano con sé il risultato dei sincretismi fra questi elementi e quelli di matrice protoberbera e, nuovamente, sub-sahariana, nonché influssi orientali ed ellenistici penetrati già nella cultura e nella “identità” cartaginese. Nel 218 a.C. l’attuale Catalogna costiera viene conquistata dai Romani, che la dominano per quasi 7 secoli, estendendo gradualmente il loro potere anche sulle aree principali dell’entroterra, relegando parte delle popolazioni preesistenti nelle ridotte montuose (come avviene anche in Sardegna) e romanizzando i centri di antropizzazione costieri. Nel V secolo d.C. la regione cade sotto il dominio visigoto e con esso nuove influenze giungono dall’Europa Centrale ed anche dalle steppe orientali, ma nell’VIII secolo essa viene occupata dai Musulmani, che in questo caso sono di matrice araba e berbera ma che a loro volta sono già portatori di elementi tratti dalla conquista islamica dell’Egitto, del Maghreb, dell’area siro-palestinese e di quella mesopotamica; pure l’influsso islamico diretto sulla regione non dura a lungo come invece avviene in altre aree della penisola Iberica ed in particolare, per secoli, in quelle meridionali, perché alla fine dello stesso VIII secolo d.C. i guerrieri franchi guidati da Carlo Magno conquistano l’area e ne avviano così la differenziazione dal destino (e dalle caratteristiche etnoculturali) di altre regioni della Penisola Iberica.

Ciononostante, non si deve credere che l’immagine delle realtà franca ed islamo-iberica come semplicemente contrapposte e non comunicanti sia realistica, perché in effetti la cultura islamo-andalusa per lunghi secoli restò il faro di civiltà di buona parte dell’Europa cristiana e medicina e architettura, arte e chimica, tecniche di irrigazione e stili letterario-poetici e molto altro ancora di matrice andalusa (ma anche di origine islamo-mesopotamica ed iranica) entrarono, quindi, a far parte anche della “cultura catalana”, che comincia a delinearsi come tale dal IX al XII secolo con il costituirsi della Contea di Barcellona; nel 1137, il matrimonio del Conte di Barcellona Berengario IV con la erede al trono di Aragona determinò una sorta di federazione fra le due entità che gli storici spagnoli amano rappresentare subito come “regno di Aragona” ma che era in effetti una dualità di compagini statuali unite nella persona del medesimo sovrano, al punto che nel XIV secolo la Catalogna ebbe un suo Parlamento (Generalitat) a Barcellona, il primo e per lungo tempo l’unico della Penisola iberica e che nel XV e XVI secolo la Catalogna ebbe sue autonome proiezioni militari, economiche e coloniali sia nel Mediterraneo, sia poi nel “Nuovo Mondo”.

Il processo di centralizzazione militare e politico nella Penisola Iberica si manifestò in tutta la sua durezza man mano che venivano occupate le regioni che erano state per secoli dominio musulmano ed in particolare dopo la vittoria cristiana sui Musulmani nella battaglia di Las Navas de Tolosa (1212); a questo punto crebbe anche l’accentramento nell’Aragona fino a quel momento tripartita (Aragona vera e propria, Valencia e, appunto, Catalogna), mentre il resto della futura Spagna veniva fagocitato dalla Castiglia e si limitavano in essa i poteri dei signori feudali a vantaggio di quelli reali nella seconda metà del secolo XIII.

L’unione fra le corone di Aragona e di Castiglia attraverso il matrimonio fra Ferdinando di Aragona ed Isabella di Castiglia nel 1469 e la successiva conquista dell’ultimo ridotto islamico nella Penisola, Granada, nel 1492 decretarono la nascita del Regno di Spagna, che vide immediatamente svilupparsi una politica di privilegio in tutti i campi a vantaggio della Castiglia, che fu a sua volta con-causa dell’accrescersi delle pulsioni anti-castigliane di alcune regioni, fra cui Valencia e soprattutto la Catalogna; in tal senso, nei secoli XVI e XVII si verifica uno scontro fra Castiglia e Catalogna che è politico, ma anche culturale ed identitario e che trova sostegno anche in differenze strutturali, come ad esempio quella fra il sistema feudale castigliano e quello catalano in cui coesistevano poteri nobiliari, libertà comunal-comunitarie e forme ibride di istituzione. Non a caso la Catalogna arrivò ad appoggiare i Francesi (e “darsi” alla Francia!) nel conflitto del 1640-1652 e Carlo d’Austria contro Filippo V nella Guerra di Successione Spagnola (inizi del XVIII secolo): proprio la sconfitta della fazione a cui apparteneva la Catalogna in quel conflitto comportò la fine drammatica di tutte le autonomie della regione.

Anche nel caso della Catalogna, però, le specificità di lunga data e lo spirito indipendentista secolare, radicato anche nella nostalgia di autonomie gradualmente perdute, non si sarebbero tradotte nell’indipendentismo nazionalistico moderno se non vi fosse stato il passaggio epocale della nascita del concetto di Nazione e della sua affermazione nelle rivoluzioni liberal-borghesi e soprattutto in quella francese e se a tale nascita ed affermazione non avessero corrisposto processi attinenti la cultura, l’emergere della centralità del concetto di “identità nazionale”, peraltro recepiti non a caso in catalogna più che nella Castiglia o nell’Aragona vera e propria perché la Catalogna è stata anche la sede dei primi e principali processi di industrializzazione e modernizzazione dell’intera Spagna ed ha prodotto elementi culturali ad essi collegati, come l’architettura dell’eclettico Gaudì. Così, solo a cavallo fra XIX e XX secolo il “catalanismo” tradizionale si fa affermazione della Nazione catalana, con la nascita sia di correnti di pensiero focalizzate su tale concetto, sia di movimenti politici sua espressione, come la Lliga, fondata nel 1901, sia espressioni culturali in vari settori tese all’affermazione della “identità catalana” secondo i modelli in auge in altri contesti europei e, però, estranei all’arretrata monarchia spagnola.

Paradossalmente, l’indipendentismo catalano si è fortemente nutrito…delle repressioni anticatalane, che più volte sono giunte al divieto anche dell’uso della lingua catalana, esattamente come il nazionalismo ed il romanticismo tedesco sono fioriti soprattutto come reazione all’invasione napoleonica che ha colpito una realtà sociale, economica, culturale, politica prussiana ben diversa da quella che i soldati di Bonaparte trovavano nella bigotta Spagna, dove infatti la resistenza popolare fu più legata alla difesa dei valori tradizionali e soprattutto della religione contro i  “senza-dio” francesi che di una “Nazione” mai sentita come tale e mai esistita come qualcosa di diverso da un feudo allargato di monarchie con diversi gradi di assolutismo. Si deve aspettare il 1914 perché la Catalogna ottenga dal Governo di Madrid il riconoscimento almeno di un certo grado di autonomia, soppressa però solo undici anni dopo da Primo de Rivera; nel 1931-32 la Catalogna ebbe uno Statuto ed un Governo Regionale autonomi, che vennero difesi armi in pugno con eroismo dal popolo catalano contro l’aggressione franchista del 1936 e vennero abrogati da Franco nel 1938, atto a cui fece seguito il divieto dell’uso della lingua, un bagno di sangue, la fucilazione del Presidente della Generalitat Companys (arrestato dai nazisti in Francia dov’era in esilio e consegnato ai franchisti) nel 1940 e una repressione durata fino al 1975, l’opposizione alla quale fa parte oggi integrante di quella che è diventata alfine una identità indipendentista e repubblicana.

 

I libri di Silvio Marconi

 

Uno studio che, lungi dall’avere un obiettivo “enciclopedico” o di minuziosa analisi storica, vuole evidenziare quelle connessioni e correlazioni – tradizionalmente taciute e rimosse – tra i fenomeni ed i processi che portarono alla crisi ed al crollo dell’Impero Romano d’Occidente e quelli operanti in un’Asia la cui complessa storia viene, tuttora, sottovalutata.
Quando una farfalla batte le ali in Cina si sofferma sul ruolo che, nella crisi e nel crollo dell’Impero Romano d’Occidente, ebbero tanto la Persia quanto, indirettamente, la Cina, dimostrando come il pregiudizio etnocentrico che ancora permea la formazione, la divulgazione e la costruzione dell’immaginario occidentale sia un pernicioso ostacolo a una comprensione di ben più ampio respiro e alla lezione metodologica che ne se ne può trarre.
In questa prospettiva, il riconoscimento di una molteplicità di poli e fattori transculturali è la precondizione per affrontare qualsiasi problematica: storica, politica, economica o strategica.
Una precondizione troppo spesso, volutamente, ignorata da una cultura occidentale che, a differenza di quelle orientali, ha rifiutato la logica olistica privilegiando un approccio molto settoriale.

 

Silvio Marconi – ingegnere, antropologo, operatore di Cooperazione allo sviluppo, Educazione allo Sviluppo e Intercultura – fa ricerca, da anni, nell’ambito dell’antropologia storica e dei sincretismi culturali. Ha pubblicato, al riguardo: Congo Lucumì (EuRoma, Roma, 1996), Parole e versi tra zagare e rais (ArciSicilia, Palermo, 1997), Il Giardino Paradiso (I Versanti, Roma, 2000), Banditi e banditori (Manni, Lecce, 2000), Fichi e frutti del sicomoro (Edizioni Croce, Roma, 2001), Reti Mediterranee (Gamberetti, Roma, 2002), Dietro la tammurriata nera (Aramiré, Lecce, 2003), Il nemico che non c’è (Dell’Albero/COME, Milano, 2006), Francesco sufi (Edizioni Croce, Roma, 2008), Donbass. I neri fili della memoria rimossa (Edizioni Croce, Roma, 2016).

Prezzo di copertina: 18 euro Prezzo effettivo: 15.5 euro