La fabbrica del razzismo; la divulgazione del razzismo sinofobo

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A cura di Silvio Marconi, autore di Quando una farfalla batte le ali in Cina

 

Il razzismo sinofobo, come abbiamo visto nell’articolo precedente (e come avvenne per ogni altro tipo di razzismo, da quello contro i Neri a quello contro gli Ebrei, da quello contro gli immigrati italiani negli USA ed in Australia a quello attuale contro gli immigrati mediorientali in Italia e in Ungheria ) viene fabbricato a tavolino da élites culturali al servizio delle ideologie e delle pratiche schiaviste, colonialiste ed imperialiste occidentali, utilizzando pregiudizi etnocentrici precedenti, piegando strumentalmente ed a-scientificamente teorie scientifiche (come quelle darwiniane), prostituendo passi biblici, inventando menzogne senza base, costruendo concatenazioni logiche false. In questo sforzo si trovano associate le menti migliori dell’Europa moderna e laica, che a scuola siamo stati abituati ad onorare acriticamente. Così Montesquieu nel suo De l’esprit des lois del 1748 insulta sia i Cinesi che le genti nipponiche ed il grande storico Edward Gibbon nel suo monumentale e notissimo The history of the Decline and Fall of the Roman Empire (1776) paragona di spregiativamente l’“alta civiltà” dei romani alla “barbarie asiatica”, assimilando in pratica tutta la Storia estremo-orientale alla ferocia di un Gengis Khan, peraltro amplificata a dismisura.

Ma questi sforzi non giungono direttamente alla stragrande maggioranza delle genti europee, che certo non frequentano Università, conferenze di eruditi, testi scientifici e storici, salotti degli illuministi. Quel che agisce sulla gente “comune”, diciamo dalla media borghesia al proletariato urbano alle plebi contadine, è una rete di divulgazione del razzismo, polimorfa, polifunzionale e con molti e diversi attori e strumenti.

Il primo che interviene, anche in ordine cronologico, sono le chiese, in particolare attraverso le prediche dei parroci, i racconti dei missionari e testi e immagini dei giornaletti parrocchiali o di più ampia diffusione. I missionari, dal XIX secolo, alternano descrizioni dei Cinesi come barbari, infidi, feroci, ad altre come privi di Storia, incapaci di invenzione, apatici asserviti all’oppio (quella droga, si ricordi, per liberalizzare il commercio della quale, vietato dall’Impero Cinese, la “civile” Gran Bretagna aveva mosso a più riprese guerra alla Cina!!!) ad altre centrate sui loro presunti vizi, che spazierebbero dall’essere menzogneri all’essere diabolicamente dediti a pratiche erotiche turpi.

I Cinesi diventano il riassunto di tutte le negatività e, dato che siamo in ambito cristiano (cattolico ma ancor più protestante) , di molte diabolicità tratte dal catalogo delle concezioni tardo medievali. Così, ad esempio, il missionario metodista Maclay, nel 1861, caratterizza in un suo libro pubblicato a New York i “viziosi” Cinesi come ladri, ingannatori e drogati dall’oppio e già nel 1832 il missionario tedesco Gutzlaff, facendosi forte del suo lungo soggiorno in Cina, aveva pubblicato su un periodico descrizioni in cui parla di “scene disgustose” sul piano sessuale, “degne di Sodoma”, senza dimenticare di definire il tutto come “diabolico”.

Questa criminalizzazione dei Cinesi cresce in non casuale rapporto con due tipi di eventi: le molteplici aggressioni prima britanniche e poi occidentali (con il contributo anche dei Giapponesi) alla Cina e le ondate di immigrazione cinese in Paesi come gli USA e l’Australia, prima sfruttate semischiavisticamente e poi rigettate, bloccate, additate come colpevoli di ogni nefandezza. Già nel 1862 un medico statunitense, Arthur Stout, pubblica un testo in cui si inventa che le malattie che caratterizzerebbero i Cinesi mettono in pericolo la Cristianità attraverso le migrazioni ed in particolare con un piano diabolico che vede in azione le loro prostitute. Che le malattie elencate, fra cui vaiolo, peste e lebbra, siano presenti in Occidente da innumerevoli secoli e che proprio gli Europei abbiano portato il vaiolo nel “Nuovo Mondo”, contribuendo (anche con distribuzioni di coperte infette) con esso al genocidio degli autoctoni viene ovviamente dimenticato… e quando nel 1900 avviene l’ultima epidemia di peste a San Francisco non si trova nulla di meglio che vietare ai Cinesi l’accesso agli ospedali . Si fa strada in particolare negli USA  in prediche di pastori di campagna, articoli di giornali locali e nazionali, discorsi di politicanti, la farsesca teoria che i Cinesi sarebbero strumento di una “sostituzione etnica” degli Americani (che peraltro sono al 95% discendenti di immigrati o Neri deportati… ed hanno davvero “sostituito etnicamente” gli autoctoni!), una tesi cara anche ai pagliacci razzisti europei (e italiani) che oggi straparlano di un inesistente “Piano Khalergi” di “sostituzione etnica” degli Europei occidentali con Neri e Mediorientali (e perché no, Cinesi…).

Un secondo terreno di divulgazione e coltivazione del razzismo sinofobo sono libelli, giornaletti locali (ma anche giornali a grande tiratura), attraverso articoli ma ancor più attraverso vignette, caricature, disegni e poi fumetti, accompagnati dalla produzione di cartoline consimili, che influiscono grandemente sulla gente meno acculturata. In questa panoplia di strumenti usati negli USA come in Germania, in Italia come in Gran Bretagna, in Australia come in Francia i Cinesi sono sempre scansafatiche, ladri, farabutti, viscidi ingannatori, violenti, criminali, contrabbandieri di droga, viziosi, stupratori, terroristi, dediti a pratiche magiche, portatori di un progetto di distruzione dell’Occidente.

Negli articoli futuri ci si soffermerà su come, con lo svilupparsi di nuovi strumenti di costruzione dell’immaginario collettivo (cinema, poi radio, poi TV), le campagne razziste sinofobe (come del resto quelle contro Ebrei, Neri, Musulmani, Rom, ecc.) trovino occasione per una diffusività, una pervasività ed una incisività eccezionali, ma sarebbe un errore credere che l’età pre-cinematografica del secolo XIX non avesse già strumenti di divulgazione di massa.

 

Va a questo punto ricordato che, ad esempio, i “foglietti volanti” contenenti notizie e soprattutto immagini xilografati erano diffusi in Francia, Inghilterra, Olanda, Germania, Nordamerica e in misura minore ma non insignificante negli Stati della Penisola Italiana fin dal XVI-XVII secolo e popolarissimi nel XVIII-XIX secolo, spesso associati con testi di canzoni frequentemente satiriche, insultanti, licenziose o a doppio senso. Col successivo diffondersi delle “gazzette” (diseguale: accentuatissimo negli USA, in Inghilterra, in Germania, in Francia, meno rilevante nella Penisola Italiana e in Russia), molte di quelle immagini, di quelle notizie trovarono spazio in esse, intrecciandosi con romanzetti a puntate, racconti veri o presunti di viaggio e missione, terrificanti descrizioni delle “barbarie asiatiche”, pubblicità di incontri parrocchiali e conferenze su temi attinenti, perfino pubblicità commerciali che dileggiavano apertamente i Cinesi (come del resto gli Africani). Si aggiungano i cantastorie, ben presenti non solo nella Penisola Italica ma in Inghilterra, Francia e altrove, gli spettacoli di marionette e burattini, le azioni teatrali destinate alle fasce sociali medio-basse, i racconti deformati dal pregiudizio e dall’autocensura dei reduci delle campagne asiatiche, e si noterà come la sinofobia, come ogni altro razzismo, avessero ben prima dell’invenzione dei fratelli Lumière strumenti adeguati di diffusione, divulgazione, ingigantimento.

Alla criminalizzazione razzista dei Cinesi si accompagna e si intreccia la loro caratterizzazione come pericolo mondiale, anzi, come “pericolo giallo”, ancora una volta da parte di soggetti diversi capaci di influire sull’immaginario delle masse. Il primo a parlarne è Napoleone Bonaparte, che osa additare la Cina come futuro pericolo per l’Europa mentre conduce la sua Campagna d’Egitto (1798-1801) che i nostri benevoli manuali di Storia ricordano per le ricerche archeologiche, sorvolando sugli immani massacri di civili. E’ però Guglielmo II, Imperatore di Germania, che nel 1895 sdogana ufficialmente il concetto di “pericolo giallo” come minaccia contro Germania e Gran Bretagna (simboleggiandola con un Buddha che cavalca un drago), diffondendo questa allegoria sotto forma di incisioni in tutta Europa.

Si arriva, nel 1911, con il rappresentante della Church of God statunitense Rupert a sostenere che già nella Bibbia vi sono inviti a temere il “pericolo giallo”, mentre nel 1914 il presbiteriano canadese MacKay  ammonisce gli Occidentali a prepararsi a difendersi dal “maremoto giallo”. Solo la parentesi bellica della Seconda Guerra Mondiale frena provvisoriamente in Gran Bretagna ed USA la campagna d’odio razzista sinofobo, che peraltro ovviamente continua nella Germania e nell’Italia (e nella Francia di Vichy) alleate del Giappone protagonista di aggressioni genocidarie contro la Cina, ma in questi Paesi nazifascistizzati ci si concentra di più sulle campagne antiebraiche, antibolsceviche ed “anti-plutocratiche”, sebbene non debba sottacersi il fatto che ad esempio i Sovietici vengono sistematicamente raffigurati nella propaganda nazifascista con tratti mongolici e quindi rimandino ancora all’identificazione Cina-Mongoli-barbari.

In quella fase, dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbour del 7 dicembre 1941, l’odio razzista antiasiatico si riversa su Giappone e Giapponesi, con argomenti e stilemi identici a quelli usati prima contro i Cinesi. Nel 1949, con la conquista del potere in Cina da parte del Partito Comunista guidato da Mao, e con la successiva Guerra di Corea (1950-1953) la campagna sinofoba può riprendere liberamente, con l’aggiunta del suo intreccio ora con quella anticomunista, ma con la ripresa di quasi tutti gli argomenti precedenti ed un’unica differenza sostanziale: a questo punto non conviene più agli Occidentali descrivere i Cinesi come apatici, ma,semmai, serve accentuarne i caratteri di pericolosità e barbarie, di passione per feroci torture e di inganno sistematico, nonché quelli (ottimi per descrivere stereotipicamente un “Paese comunista”) della massificazione, irreggimentazione, che rimandano ai modelli disumanizzanti insettiformi del formicaio e delle formiche.

E’ interessante notare quali sono le costanti e quali le varianti della questione del “pericolo giallo”, anche rispetto ad altri “pericoli” additati nel corso degli ultimi secoli dalle classi dominanti occidentali, quali quello comunista e quello islamico. Prima dell’intreccio fra “pericolo rosso” comunista e “pericolo giallo” cinese avvenuta nel 1949 con la presa del potere di Mao, apparentemente non esisteva una coincidenza percettiva fra gli elementi di presunto “pericolo” dei due tipi. I Cinesi, prima del 1949, non possono essere accusati di ateismo, né di bolscevismo né possono essere oggetto della menzogna nazifascista che identifica comunismo e “giudaismo”; eppure da secoli l’odio anticinese si alimenta di caratterizzazioni che non a caso vengono tutte riprese nella costruzione (dal 1917 in poi e soprattutto dagli anni ’30) degli stereotipi anticomunisti anche in epoche ben anteriori alla Rivoluzione Russa e perfino anteriori al Manifesto del Partito Comunista  di Marx ed Engels (1848).

Ricordando quanto si è già detto, si possono riassumere questi elementi di caratterizzazione criminalizzante dei “Gialli” e fondante il “pericolo giallo” nei seguenti: numerosità e strutturazione in forme considerate “massificate” che vengono riportate attraverso un’infamia deumanizzante al modello delle formiche; centralità rilevantissima dello stato; estraneità rispetto alla cultura giudaico-cristiana considerata (certo con molte rimozioni relative ai contributi ellenistici, pagani, islamici e perfino induisti e buddisti) base della cultura occidentale.

A questi elementi se ne associano altri come il binomio incapacità creativa/pratica della copia (che prescinde dall’apporto invece immenso della cultura cinese a quella mondiale in termini di invenzioni, spesso copiate poi dagli Occidentali), quello inganno/mistificazione, quello pratiche di magia malevola/vizio e depravazione.

E’ interessante notare (ma ci torneremo) come questi stessi elementi siano fra quelli che caratterizzano anche le campagne di odio slavofobo e specificamente russofobo, che anche in questo caso sono anteriori (di oltre otto secoli) all’identificazione della Russia col bolscevismo e quindi all’uso contro di essa degli argomenti anticomunisti.

I risultati della divulgazione del razzismo sinofobo, in ogni epoca, sono stati impressionanti e di due tipi: immediati, o perlomeno coevi all’azione di divulgazione e propaganda, e a lungo termine, capaci di incistarsi nell’immaginario collettivo popolare, di agire come un turpe fiume carsico, di riemergere di tanto in tanto in modo esplicito e, anche (anzi tanto più) quando tale riemersione esplicita sembra non avvenire, di fecondare stereotipi, atteggiamenti, pregiudizi che non si proclamano ad alta voce ma canalizzano pulsioni, atteggiamenti, scelte politiche, relazioni umane, decisioni economiche.

I risultati immediati sono di vario genere e vanno dall’uso sistematico di epiteti insultanti e denigratori alle vignette oscene, dalla discriminazione salariale alla espulsione, dai linciaggi (come quelli a san Francisco nel 1862, a Los Angeles nel 1867, ecc.) all’assoluzione dei loro autori perché “uccidere un Cinese non è reato”; del resto dal 1790 la legge USA vietava ai Cinesi (e a qualsiasi non-bianco) di prendere la cittadinanza statunitense e nel 1882, sempre negli USA, viene approvato il Chinese Exclusion Act (abolito solo nel 1943) che blocca l’immigrazione cinese ulteriore negli USA. Da parte sua, quel Guglielmo II di Germania che sdogana e diffonde anche iconograficamente l’immagine del “pericolo giallo” quando le sue truppe partono per partecipare alla sanguinosa campagna in Cina (a cui prendono parte anche truppe italiane) con la scusa della Rivolta dei Boxer li invita a comportarsi verso i Cinesi in modo tanto feroce  che “per mille anni nessun Cinese ardisca alzare lo sguardo verso un Tedesco”. Gli stereotipi sinofobi si diffondono fra i soldati ma anche fra i lavoratori occidentali, compresi quelli sindacalizzati: nel 1901 negli USA, nel 1904 in Gran Bretagna i sindacati manifestano “contro il pericolo giallo” cadendo nella trappola padronale di sempre (denunciata assai bene da Marx circa la contrapposizione fra lavoratori inglesi ed irlandesi) di additare chi è costretto ad accettare paghe più basse come il nemico dell’operaio “autoctono” (spesso a sua volta discendente di altre tipologie di immigrati, magari scozzesi, italiani, gallesi, polacchi, ecc.). Non mancano campagne xenofobe che attaccano Cinesi e Indiani chiedendone l’esclusione dai lavori portuali, dai cantieri o semplicemente la cacciata, esattamente come accade peraltro anche con gli Italiani in numerosi casi (Australia, USA, Francia, ecc.), che vedono peraltro l’avallo di insigni politici, come quel Wilson che ci viene dipinto come il Presidente USA difensore del diritto delle genti e che nella sua campagna in vista delle elezioni del 1912 sostenne apertamente tali posizioni.

Vedremo nel prossimo articolo, fra le altre,  una delle conseguenze della sinofobia istituzionalizzata in Italia, che portò nel 1940 all’infame internamento prima nel teramano e poi ad Isola Gran Sasso (altri anche a Ferramonti di Tarsia, nel Cosentino) di circa 200 Cinesi che vivevano nel nostro Paese.