La fabbrica del razzismo; nasce la sinofobia

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A cura di Silvio Marconi, autore di Quando una farfalla batte le ali in Cina

 

In epoche differenti, in contesti diversi, si è manifestato e si manifesta il morbo razzista, che va subito detto è un morbo artificialmente fabbricato e altrettanto artificialmente diffuso e non il risultato di concezioni e di attitudini “naturalmente” caratteristiche di questa o quella nazione o popolazione.

Quando parliamo di razzismo, infatti, parliamo di qualcosa di diverso da quel senso di etnocentrismo che si riscontra in moltissime società e civiltà di tutte le epoche e che porta a sminuire colui che non fa parte della propria comunità, si tratti di una polis greca come di un clan delle genti amazzoniche, di una popolazione di nomadi centrasiatici di età corrispondente a quello che in Europa Occidentale siamo soliti chiamare “Medio Evo”  come di una civiltà mesoamericana precolombiana. Quell’etnocentrismo, che in molti casi porta le genti ad autodefinire la propria comunità con termini che equivalgono ad “Uomini” e definire gli stranieri come “balbuzienti” (il “barbari” usato prima dai Greci e poi dai Romani per coloro che non parlavano la loro lingua e non aderivano ai loro concetti culturali), come “non parlanti” (il termine con cui in Polacco si definiscono le genti germaniche), o in altri modi escludenti, non si basa mai su caratteristiche somatiche fatte assurgere a segno di alterità assoluta. Né gli Egizi, né i Greci, né i Cartaginesi, né i Romani, ad esempio, pur essendo schiavisti e imperialisti, discriminarono mai chi aveva un colore dell’epidermide diverso da quello dominante nella loro compagine etnica, tanto che si ebbero imperatori romani di origine nordafricana e perciò di carnagione olivastra, faraoni di origine nubiana e perciò neri, sebbene entrambe queste realtà siano state lungamente rimosse e censurate dalla storiografia e dall’archeologia europea (ed eurocentricamente razzista) del secolo XIX (si veda a questo proposito lo splendido testo, di Martin Bernal, Atena nera).

La prima costruzione di un razzismo vero e proprio, ossia della falsa teoria dell’esistenza di una connessione meccanica fra caratteri somatici, caratteri culturali, ideologici e religiosi e trasmissione genealogica (quindi biologica) di questi caratteri immateriali avviene in ambito ibero cattolico a cavallo fra il XVI ed il XVII secolo, con la concezione, resa base giuridica di una serie di provvedimenti di discriminazione, espulsione e massacro, della limpieza de sangre. Per questa concezione, elaborata dagli intellettuali organici al servizio della corte ed avallata dal clero, si può essere pienamente sudditi del Regno di Spagna solo se non si hanno antenati fino alla quarta generazione ascendente Ebrei, Musulmani, ovvero Marranos (il termine dispregiativo con cui venivano chiamati gli Ebrei convertiti a forza al Cattolicesimo) o Moriscos (il termine con cui venivano chiamati invece i Musulmani convertiti altrettanto a forza al Cattolicesimo) o anche condannati dalla Santa Inquisizione. Quando nei primi anni del XVII secolo questa concezione diventa norma giuridica si stabilisce appunto la falsa corrispondenza fra discendenza biologico-genealogica e appartenenza a realtà immateriali come la religione o l’ideologia e lo si fa con un rigore che supera quelle stesse infami leggi razziali che i nazisti produrranno oltre tre secoli dopo, per le quali si era “ariani” e pienamente cittadini del Reich se non si avevano Ebrei nelle sole due generazioni ascendenti. Secondo questa infame menzogna è il sangue (oggi diremmo il DNA) che trasmette i caratteri immateriali come trasmette il colore della pelle, degli occhi dei capelli, ecc. e questo in piena contraddizione perfino con gli insegnamenti della Chiesa cattolica a cui invece sovrani, corte, aristocrazia e clero iberici dicono di ispirarsi, visto che per tali insegnamenti un convertito al Cattolicesimo non dovrebbe avere alcuna differenza da chi trae origine da una famiglia già cattolica. Inoltre il concetto stesso di limpieza de sangre  contrappone la “pulizia” del sangue che trasmette la cattolicità alla “impurezza” e “sporcizia” di quello “contaminato” da antenati ebrei o mori.

Naturalmente, in una situazione etnostorica come quella iberica dell’epoca, segnata da secoli di presenza e dominio islamico (e da immigrazioni arabe, berbere e perfino iraniche) nei tre quarti della Penisola Iberica, nonché da una presenza rilevante ebraica millenaria, accentuatasi proprio nella fase di predominio islamico, tali norme colpirebbero una percentuale elevatissima della popolazione, se non fosse che la corruzione impera e vengono acquistate patenti false di “cristiano viejo”, ossia attestante in forma menzognera l’appartenenza ad una famiglia dotata di limpieza de sangre, come fece il nonno di Teresa d’Avila, mercante di Toledo di origine ebraica e condannato dall’Inquisizione ad una pena minore per sospetto cripto giudaismo.

Quella concezione ebbe effetti anche in Asia; infatti, quando i Portoghesi raggiunsero l’India, furono loro a fraintendere volutamente la struttura sociale induista ed inventare il concetto di “casta, trasformando una struttura diversificata e non egualitaria ma che non implicava il concetto di purezza in una piramide di purezze, come conferma il fatto che la parola “casta” ha in sé proprio la connotazione di “purezza”; pratica concettuale che venne ripresa e rafforzata dai colonialisti britannici, che favorirono anzi il processo di gerarchizzazione e cristallizzazione delle “caste”, anche appoggiandosi ai Brahmani.

Nei secoli XVII e XVIII si sviluppa il germe della concezione razzista verso i Neri, in concomitanza non casuale col fiorire della tratta schiavista transatlantica esercitata dagli Europei: il razzismo serve a legittimare e giustificare quella tratta e quello schiavismo, anche con l’uso di false interpretazioni di passi biblici. Nel XVIII e XIX secolo, sarà la forzatura delle teorie linneiane, prima, e darwiniane poi a fornire la base per passare a quello che viene definito “razzismo scientifico”, un terribile ossimoro, dato che (come hanno confermato tutti gli studi recenti di genetica, fra cui quelli di Cavalli Sforza) scientificamente le razze umane semplicemente non esistono!

Da allora, il razzismo diventa uno strumento ideologico che ha quattro obiettivi:

  • compattare una comunità attorno ad una leadership autoritaria facendole accettare limitazioni crescenti alla libertà di tutti;
  • inventare un capro espiatorio per sviare l’attenzione del popolo dai veri responsabili di fasi di acutizzazione delle crisi economiche, di sconfitte belliche, di perdita di ruolo internazionale;
  • promuovere lo sciovinismo nazionalista, il militarismo, l’aggressione contro altre genti, l’odio feroce in guerra;
  • legittimare pratiche di sfruttamento estremo, di schiavismo esplicito o mal mascherato, di deportazione e genocidio.

Stupirsi per l’apparente “emergere” (sarebbe in effetti più corretto dire “riemergere” del razzismo in Italia come nella Germania, in Francia come in Norvegia, ecc. vuol dire non fare i conti col fatto che il razzismo è stato instillato per secoli nelle menti degli Occidentali con tutti gli strumenti possibili ed ha continuato a lavorare, con scarso contrasto al di là di affermazioni, slogans e discutibili iniziative “formative”, come un fiume carsico in tanti ambiti.

Non può esistere, del resto, alcun contrasto efficace del razzismo se non se ne analizzano le funzioni e se non se ne ricostruisce la storia, perché rimuoverla significa non agire sulla rete di strumenti di costruzione dell’immaginario collettivo che i fabbricanti delle menzogne razziste hanno usato e continuano ad usare.

Iniziamo dunque con alcuni esempi riferiti non al razzismo verso i Neri, che sembra essere tornato di moda (ma non era mai scomparso) in Italia ma a quello verso i Cinesi ed altri asiatici. Va subito detto che l’idea stessa che i Cinesi siano “gialli” (nella versione razzista comune a Europei e Statunitensi “musi gialli”) è …moderna: i viaggiatori europei del XVI secolo li definivano “di pelle bianca” e o cronisti portoghesi li consideravano addirittura “simili ai Tedeschi”! E’ nel XVIII secolo che il Cinese diventa “giallo”, in concomitanza proprio con l’affermarsi del proto-“razzismo scientifico”: è Linneo che passa a definire il Cinese prima come fuscus (“scuro) nell’edizione del Systema Naturae del 1740, e poi (nell’edizione del 1759) “luridus” (che è il termine per “giallastro” ma da cui deriva non a caso anche l’aggettivo dispregiativo “lurido”). E’ quel Linneo che applica agli uomini i criteri di classificazione che usa per piante ed animali, divide la specie umana in quattro razze e attribuisce a ciascuna di essa caratteristiche caratteriali trasmesse genealogicamente; così mentre i Bianchi sono “ottimisti”, i Neri sono “malinconici”, i Bruni (equivalenti ai “Pellerossa”) sono “collerici” ed i Gialli “apatici”! Il concetto viene ripreso alla fine del XVIII secolo da Friedrich Blumenbach che usa per i Cinesi il termine “glivus” ossia decisamente “giallo”. I Cinesi vengono esclusi dal novero dei Bianchi man mano che si perde il rispetto per la loro civiltà e si gettano le basi per la legittimazione della successiva aggressione occidentale.

Giallo, il colore dell’oro e del potere imperiale per le genti asiatiche, in Europa, distinto totalmente dall’oro,  è il colore associato da secoli al tradimento e non a caso usato per i marchi di infamia a cui venivano obbligati gli Ebrei (le “rotelle” antenate della stella imposta dai nazisti), per l’abito di Giuda Iscariota e nel XIX secolo (anche grazie al contributo di Goethe) si generalizza il suo rapporto con la codardia, dagli USA (dove è applicato inizialmente ai Messicani), alla Germania.

Proprio in Germania è Kant che nel 1775  svolge lezioni sul tema “Delle diverse razze umane” e nel farlo non riconosce ai Cinesi neppure la dignità di una appartenenza ad una vera razza (fattore considerato da tutti i razzisti come segno di superiorità rispetto ai meticci), giacché li considera una “semirazza” contaminata dal sangue che lui chiama “unnico” delle genti dell’Asia Centrale. Sulla stessa scia, ma raggiungendo vette ineguagliate, si pone Arthur de Gobineau col suo Essai sur l’inégalitè des races humaines del 1853-1854; nell’ambito dei suoi deliri che rappresenteranno la sorgente principale di tutti gli orrori razzisti successivi (nazifascismo incluso), Gobineau definisce i Cinesi come “materialisti” e gli fa eco l’Italiano Lombroso nel 1876 che ne L’uomo delinquente accomuna Cinesi e Neri al vertice della “criminalità innata”.

Insigni studiosi occidentali continuano nei decenni successivi a criminalizzare razzisticamente i Cinesi, in coincidenza con le Guerre dell’Oppio condotte dai Britannici contro l’Impero cinese, prima, e con l’aggressione multinazionale alla Cina per la repressione della Rivolta dei Boxers, poi; così Charles Richet, che vince nel 1913 il Premio Nobel per la medicina, nel 1919, col suo L’homme stupide sostiene che i Cinesi sono “rappresentanti mediocri della specie umana, decisamente inferiori ai bianchi”, e li caratterizza come “laidi”, “semi-barbari”, condannando sia gli incroci con loro che la loro “pretesa di imitare i bianchi”.

Si va oltre: già dal XIX secolo in Occidente si afferma l’idea degli Asiatici, in genere, e dei Cinesi in particolare come “brulicanti”, come di comunità dotate di una laboriosità e prolificità tipiche degli insetti: i paragoni sono con i bachi da seta, più spesso con le formiche, come sostiene fra gli altri nel 1919 il filosofo Hermann Graf Keyserling che afferma con nettezza che i Cinsi sono più simili alle formiche che agli uomini; sono gli anni in cui Usa e Australia approvano leggi per limitare e poi vietare l’immigrazione cinese (dopo averla sfruttata per decenni nella costruzione di ferrovie e nei lavori minerari). Quando non sono paragonati ad insetti, i Cinesi sono paragonati alle piovre, come in vignette dei giornali australiani degli ultimi decenni del XIX secolo, riprese poi dai vignettisti nazisti e, in funzione antigiapponese, da cartoons statunitensi del 1943.

Come si vedrà nel prossimo articolo, tutte queste teorie infami, come quelle relative ai Neri, agli ebrei, ecc., non restano chiuse negli ambiti accademici, il che sarebbe già nefasto, ma legittimano “scientificamente” la diffusione di stereotipi razzisti, in questo caso sinofobi, attraverso tutti gli strumenti di costruzione non solo e non tanto delle cognizioni formali (scuola), ma soprattutto dell’immaginario collettivo. Al servizio del razzismo si collocano la letteratura divulgativa e il romanzo, compreso quello popolare pubblicato a puntate sui giornali e sulle riviste, tanti esponenti del clero, il mondo della stampa e quello della pubblicità commerciale, le canzoni ed i fumetti, poi la fotografia e le cartoline illustrate, il cinema, infine la radio e la televisione.