La fabbricazione dell’ “altro” seconda parte

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La fabbricazione dell’ “altro” seconda parte

Di seguito, il sesto articolo del nostro collaboratore Silvio Marconi della serie: Le pericolose invenzioni delle identità.

Qui il primo articolo, qui il secondo, qui il terzo, qui il quarto,qui il quinto.

Buona lettura! 

 

Fabbricare la “propria” identità, nonché quella a cui contrapporsi dell’“altro” sono due operazioni complementari: il “nemico” serve a compattarsi, specie nazionalisticamente, e se l’“altro/nemico” è reso “inferiore” è facile bestializzarlo, disumanizzarlo e quindi auto convincersi del diritto-dovere di estirparlo vuoi dalla propria Nazione, vuoi da un territorio che la propria Nazione aspira a controllare. Uno degli elementi importanti di questo duplice processo è la costruzione di riferimenti mitici aurei per il “noi” contrapposti a riferimenti inferiori per il “loro” e in una Europa impregnata dei riferimenti biblici cari alla Chiesa, prima, di quelli classicisti, poi, ed infine di quelli del razionalismo scientista, queste operazioni hanno molte e diverse sfaccettature a seconda del tempo e del luogo.

Alla cultura anglosassone pre-vittoriana e vittoriana, che si collega ad un potere marittimo imperialistico infine conquistato (“rule Britannia, Britannia rule the waves!”) la radice celticheggiante serve ma non basta più ed il riferimento diventa la talassocrazia ateniese, naturalmente trasfigurata attraverso il suo “sbiancamento” (e il corrispettivo sbiancamento dei monumenti e delle statue) e la negazione di ogni suo debito verso le culture afro-mediorientali. Ecco che l’Inghilterra e, perfino in forme più accentuate (per un bisogno ossessivo di inventarsi radici in assenza di una propria storia medievale e rinascimentale) la sua proiezione oltre Oceano, vede il fiorire dell’architettura neoclassica anche in versione neo-palladiana ma anche di opere pittoriche, articoli, poemi che rilanciano la fabbricazione di questo legame mitico e non mancano perfino paragoni fra la conquista coloniale inglese dell’India e il progetto (abortito) in tal senso di Alessandro Magno.

Questo legame identitario fittizio viene particolarmente usato per l’appoggio della Gran Bretagna alle operazioni che permettono di sganciare la Grecia dall’Impero Ottomano, come parte del “grande gioco” che le potenze europee (ed in primis Inghilterra e Russia zarista) conducono nel XIX secolo nel cosiddetto “Oriente”, ossia fra i Balcani e l’Asia Centrale. Tale operazione ha ben poco a che vedere con l’immagine che della lotta in Grecia è stata data agli Europei per generazioni dalla propaganda romantica: le prime rivolte che scoppiano contro il dominio ottomano nella Penisola ellenica sono motivate dal rifiuto delle tasse e animate dall’alleanza fra piccoli proprietari terrieri e banditi e contrabbandieri incistati nelle montagne che parlano tutt’altro che il “Greco classico” e non sanno nulla di Sofocle e di Fidia; sono figure non tanto dissimili dai “patrioti” dell’UCK kosovaro degli anni ’90 del XX secolo e non hanno nulla a che vedere, ad esempio, con le comunità di Greci ben integrati nell’apparato e nell’economia ottomana che vivono a Costantinopoli, Smirne, ecc. Da subito, l’interesse per queste rivolte da parte degli ambienti nazionalisti e romantici europei, imbevuti di ellenismo trasfigurato, è enorme e le cancellerie si muovono per utilizzarlo ed amplificarlo, trasformando artificiosamente queste rivolte in lotta patriottica con una connessione del tutto arbitraria alla antica “democrazia ellenica” e cercando di limitare la possibilità di un intervento russo, facilitato dalla comune religione ortodossa; già nel 1814 infatti si crea un’organizzazione cospirativa (“Filikì Eteria”) ma ad Odessa, sotto il compiacente sguardo russo. E che in effetti si occupa anche di Moldavia e Valacchia, che con la “Grecia di Pericle” non hanno nulla a che fare storicamente ma che hanno a che fare con i “Phanariotes”, ossia la cricca di ricchi mercanti greci originari di un quartiere di Costantinopoli che proprio i Sultani ottomani misero a dirigere Valacchia e Moldavia; infatti, ad esempio, è al servizio di questa élite che ha ottimi rapporti con i dominanti turchi che lavora il poeta Rigas Feraios, affiliato alla Massoneria, considerato poi l’aedo dell’indipendentismo greco, prima di passare al servizio di un aristocratico di Vienna, città dove, influenzato dal nazionalismo e dal romanticismo occidentali, scrive nel 1797 il poema Thourios (“Canto di Guerra”), in cui fa appello a creare una confederazione balcanica libera dal dominio ottomano, esattamente sul modello che in quegli anni veniva elaborato e messo poi in pratica dalla Francia rivoluzionaria in Nord Italia, tanto che Rigas Feraios cercò un contatto con Napoleone a Venezia nello stesso 1797 per ottenere l’appoggio francese al suo progetto in base all’interesse allo smembramento dell’Impero Ottomano.

Anche in Francia il riferimento alla Grecia antica nella sua versione idealizzata di culla della democrazia era forte; poco conta che si trattasse di società schiaviste! In particolare, poi, nella fase rivoluzionaria il riferimento non è neppure solo e tanto ad Atene ma a Sparta, raffigurata come stella di virtù guerriere civiche, tralasciando l’infamia del suo militarismo e del trattamento degli Iloti.  Paradossalmente, il riferimento dei “difensori dei diritti dell’Uomo” francesi a Sparta risulta meno coerente di quello di Heydrick ed Himmler che esplicitamente dichiaravano di assumere a modello il processo di “ilotizzazione” (ossia di asservimento brutale) praticato dagli Spartani nel loro Generalplan Obst, il progetto genocidario del 1941 per i territori russi occupati.  Nel 1809, ossia in piena epoca napoleonica, intellettuali greci imbevuti di illuminismo e residenti a Parigi (fra cui alcuni dei futuri fondatori della  Filikì Eteria ) avevano già creato una “società di mutuo soccorso” per “conservare le antichità greche ed elevare il popolo”, secondo una visione che fa dell’archeologia uno strumento di costruzione identitaria cara a molti accademici europei, sul modello francese; tra i finanziatori di questa organizzazione nel tempo si annovera lo zar Alessandro I di Russia, il che spiega perché la Filikì Eteria venga creata cinque anni dopo…ad Odessa.

 

Non mancano appoggi a queste attività di personaggi dell’etablishment ottomano come Ali Pasha (nella foto) ma sono gli ambienti nazionalistico-romantici occidentali che valorizzano in Europa le rivolte montanare greche in senso “democratico” e di “patriottico desiderio di ripristinare la grandezza dell’antica Grecia”, entità peraltro mai esistita in termini unitari in tutta la Storia ed è questa l’epoca dell’impegno del poeta inglese George Gordon Byron, che viaggia in Epiro e Giannina già nel 1809, incontrandovi proprio Alì Pasha, e poi ad Atene fino al 1811. Tornato in Inghilterra, nel 1812, in piene guerre contro Napoleone, Byron pubblica i primi canti del Childe Harold’s Pilgrimage, riferiti ai suoi viaggi, a cui fanno seguito numerosi scritti chiamati “racconti turchi”, fra il 1813 ed il 1814, mentre dopo un lungo periodo italiano che lo vide anche partecipare ai mori del 1820-21, un Byron sempre più “intellettuale organico” del nazionalismo romantico, aderisce nel 1823 ad una associazione filoellenica di Londra e sbarca in Grecia nell’agosto di quell’anno per partecipare alla lotta contro i Turchi, morendovi di malattia a Missolungi il 19 aprile 1824, una morte che per l’importanza del poeta ebbe una immensa risonanza e determinò ulteriormente un appoggio alla lotta anti-Ottomana in chiave nazional-romantica, che era quella preferita da due degli attori principali che muovevano le fila dello scontro anti-turco ed erano nel contempo comunque in conflitto fra loro (anche dopo la fine dell’epopea napoleonica): Inghilterra e Francia. In effetti, lo scontro fra Inghilterra, Francia e Russia sul destino dei Balcani e dell’Impero Ottomano si gioca anche sul piano della costruzione delle identità in senso romantico e di fittizia continuità con l’antichità classica e non è un caso se ad esempio l’azione di un intellettuale come Byron lo fa chiamare dai suoi contemporanei inglesi “il Napoleone della rima” né è un caso la partecipazione alla lotta armata in Grecia di giovani borghesi europei, come i Novaresi Giuseppe Tosi (16 anni) e Carlo Serassi (18 anni), caduti nell’aprile 1819, partecipazione che cresce con l’estendersi della rivolta nel 1821, che avviene per la scesa in campo dell’arcivescovo di Patrasso Germanos e che coinvolge le milizie territoriali greche ed in concomitanza con la lotta secessionista dell’Epiro, guidata da Alì Pasha, e favorisce la propaganda che trasforma, come si è detto, in Europa il carattere del conflitto da rivolta fiscale a rivolta nazionale, soprattutto dopo che nel 1822 i Turchi riescono a riprendere il controllo dell’Epiro e scatenano una ovvia e dura repressione, con massacri che però non hanno nulla di diverso da quelli che la Russia zarista compie in Polonia o l’Inghilterra in Irlanda (senza voler fare paragoni con l’ambito coloniale…).

L’“indipendenza della Grecia” era stata  proclamata il 1 gennaio (del calendario giuliano) 1822 da un’Assemblea riunitasi ad Epidauro, ma fra il 1825 ed il 1827 i Turchi avevano praticamente ripreso tutto il territorio mentre dal 1826-1827 l’intervento straniero si fa imponente: la flotta britannica riprende Missolungi, il nuovo zar di Russia Nicola I interviene più pesantemente per cercare uno sbocco mediterraneo ed, infine, il 20 ottobre 1827 la flotta turco-egiziana viene distrutta a Navarrino dalle navi coalizzate di Francia, Russia ed Inghilterra, mentre le poche navi greche al tempo sono bastimenti corsari che non evitano neppure di dedicarsi alla cattura di mercantili europei, compresi quelli inglesi e francesi.

Nel 1828 gli Alleati occupano la Morea. Sono quindi Francia, Inghilterra e Russia e non certo gli insorti greci a vincere i turchi ed imporre nel 1829 (Trattato di Adrianopoli) una sua autonomia sotto il loro protettorato congiunto e la sua indipendenza nel 1830 (Protocollo di Londra), mentre si accendono gli scontri fra i leaders dei rivoltosi che, nel frattempo, nel 1827 avevano creato una Repubblica, guidata da Ioannis Kapodistrias, che non è altro che l’ex-Ministro degli esteri russo, di origini greche, il che provoca la preoccupazione di Inghilterra e Francia circa un inserimento della Grecia nell’orbita russa, tanto più che a Navarrino la flotta russa ha dato ottima prova di sé e che subito dopo la Russia ha dichiarato guerra alla Turchia, marciando su Costantinopoli, che non raggiunse solo perché l’Impero Ottomano accettò la pace di Adrianopoli offerta da Francia ed Inghilterra proprio per evitare tale conquista zarista.

 

Kapodistrias viene assassinato nel 1831 e le tre potenze “protettrici” impongono nel 1832 una monarchia ed attribuiscono alla Grecia un sovrano straniero, il  principe ereditario di Baviera Ottone di Wittelsbach, detronizzato nel 1862 e sostituito nel 1863 col principe danese Vilhelm, che assunse il nome di Giorgio I di Grecia (nella foto) ed ottenne le Isole dello Ionio dall’Inghilterra come…regalo di incoronazione. Questa nazione reinventata e con sovrani importati dal Nord Europa aveva assai poco a che fare con le città-stato antiche anche nella loro versione idealizzata neoclassica e pertanto l’azione di invenzione dovette continuare, ad opera delle potenze occidentali, per evitare che l’unico effettivo elemento identitario della maggioranza del popolo, riaffermato anche nel suo vessillo, la religione ortodossa (ma c’erano grandi minoranze ebree e musulmane in Grecia!), non favorisse il suo cadere nell’orbita zarista; ecco allora che, mentre i Greci in maggioranza parlavano all’epoca il “Demotico”, che era una sorta di volgare contadino, poco più di un dialetto rispetto al Greco antico, inviso alla Chiesa Ortodossa che si oppose ad esempio alla traduzione in  Demotico (1901) dei Vangeli, si inventa a tavolino una lingua “Greco moderno” e la si diffonde con tutti i mezzi, anche per sviare l’attenzione dalla catastrofe economica che porta all’insolvenza nel 1893 ed al ridurre la Grecia (un po’ come oggi…) ad un Paese soggetto ad una autorità finanziaria straniera che garantisca il ripagamento del debito, nel 1896 si organizzano, sull’onda delle idee del francese De Coubertin, ad Atene le Prime Olimpiadi Moderne nel tentativo di rafforzare il fittizio collegamento identitario fra Grecia antica e Grecia moderna. Nel XIX secolo archeologi tedeschi avevano riscoperto i resti degli impianti sportivi di Olimpia e fin dal 1892 De Coubertin aveva iniziato ad impegnarsi per ridare vita alle Olimpiadi, fondando già nel 1894 il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) a Parigi, città che egli avrebbe voluto inizialmente come sede dei Primi Giochi Olimpici Moderni; solo avendo trovato l’opposizione delle autorità parigine De Coubertin ripiegò su Atene e spese gli anni dal 1894 al 1896 per ricalibrare tutto il suo messaggio, collegandosi organicamente allo sforzo che Francia e Inghilterra, con l’aiuto del neo-re danese, stavano facendo per reinventare la Grecia; quelle Prime Olimpiadi Moderne furono in effetti l’occasione per celebrare la finta continuità fra Grecia antica e moderna, tanto che il Danese Christian Vilhelm Ferdinand Adolf Georg von Schleswig-Holstein-Sonderburg-Glücksburg, cognato del re d’Inghilterra (e sposatosi 4 anni dopo la sua intronizzazione in Grecia con la granduchessa Olga Kostantinovna Romanova, cugina dello Zar, a suggello del ruolo russo),  diventato a soli 17 anni re Giorgio I di Grecia (1845-1916) provò a chiedere che tutte le successive edizioni dei Giochi avessero luogo ad Atene ma non riuscì a spuntarla. Intanto, il suo regno veniva caratterizzato da rivolte di quelli che prima erano considerati “patrioti”, perché lottavano contro lo Stato turco, ed ora erano classificati “briganti”, perché lottavano contro lo Stato neo-greco, ma erano sempre gli stessi contrabbandieri e pastori, montanari e contadini in lotta contro una fiscalità asfissiante ed un dispotismo intriso di corruzione. Solo che stavolta non c’erano più interessi delle potenze europee ad alimentare epiche descrizioni romantiche di quelle rivolte e orrorifiche descrizioni della loro repressione e la neo-Grecia poteva tranquillamente avviarsi verso il terribile periodo delle “Guerre balcaniche”.

Come si vede, la reinvenzione di una identità e talora la sua completa invenzione (ad esempio nel caso della “padania” leghista, mai esistita) è un processo in cui ceti economici ed intellettuali “interni” ma in genere animati da ideologie straniere si attivano per costruire le basi culturali di consenso nei ceti borghesi, piccolo-borghesi ed anche popolari, innanzi tutto forgiando o riforgiando lo strumento linguistico ma anche con la creazione di rituali, cerimonie, simboli, miti fondativi, musei, monumenti, programmi educativi, canti, parate, ecc., alla conformazione di tale identità che però avviene solo con il consenso, l’appoggio, spesso la diretta ingerenza di soggetti statuali stranieri. Niente a che vedere con una evoluzione storico-culturale dovuta a lunghi e complessi processi di integrazione, rielaborazione, acculturazione, stratificazione, contaminazione, migrazione, o anche a situazioni di “crisi” (nel senso letterale dell’etimologia greca antica, con la sua non totale negatività, che la riconduce al verbo krino, separare, cernere ed in senso più lato valutare, discernere, giudicare) come una rivoluzione tecnologica, economica, politica, istituzionale o sociale. Siamo ancora una volta di fronte al paradosso che proprio quanto più si vuole far credere che una identità sia qualcosa dotato di ancestralità e continuità, di autonomia e purezza, in effetti non solo si crea una falsa narrazione ma lo si fa con un alto grado di dipendenza da soggetti, stimoli, imposizioni, ingerenze esterne, interessate a far credere la gente ad un mito astorico che nasconda le vere ragioni di scelte, guerre, mutamenti istituzionali, sottomissioni, perfino oppressioni. Il che, lo si ripete, non significa negare l’esistenza delle identità e la necessità anche di battersi per non vederle schiacciate ma vuol dire negare che le identità non siano artificiali e contaminate e non contengano anche l’“altro” contro cui spesso vengono impugnate falsamente.