La storia di Luca: l’esperienza in Cambogia

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Luca ha circa 40 anni e attualmente lavora come barman, a periodi alterni, a Milano e all’estero. Nel suo percorso esistenziale il viaggio ha un ruolo-cardine. Ama viaggiare soprattutto da solo (come forse ogni “viaggiatore puro”) e soprattutto in Asia. Qui la sua esperienza, tra la prima e la seconda metà degli anni novanta, in un paese piuttosto complesso, alla ricerca di un’alternativa ad un lavoro che lo aveva stancato.

Tu cosa facevi in Italia, prima di decidere di “vivere altrimenti”?
Io ho lavorato fino a 26 anni con mio padre che aveva una piccola azienda di fotocomposizioni a Milano. Una mattina mi sono svegliato e mi son detto: a me questo lavoro non piace! E’ comodo, è facile ma non è la mia vita. Pian piano ho capito che la passione è quella che fa la differenza dal punto di vista del lavoro. Dunque son partito, era il 1994 e sono venuto in India. Mi sono portato mia sorella che stava all’università e stava attraversando un periodo di crisi. Le ho detto: vieni che ti faccio vedere qualche persona con un paio di problemini in più! Abbiamo fatto un bel viaggio insieme poi lei è rientrata in Italia, io sono andato in Cambogia e lì sono rimasto per un po’ a vedere cosa si riusciva a fare, a cercare qualche nuovo spunto e qualcuno l’ho trovato. Ho conosciuto un tizio che lavorava nel legname ma allo stesso tempo portava avanti una guest-house.

Era la tua prima esperienza in Cambogia?
In realtà c’ero già stato. Prima di licenziarmi ci ero stato in vacanza tre settimane. In Asia ero già venuto diverse volte. In Thailandia in vacanza ero stato la prima volta a 21 anni. Poi tutti gli anni tornavo, magari non stavo proprio in Thailandia, arrivavo e prendevo il visto per andare in Vietnam, in Cambogia, insomma, mi giravo il sud-est asiatico.

Dunque nel ’94 sei in Cambogia “in cerca di fortuna”…
Sì, mi dava l’idea che ci fossero delle cose da fare. Era un paese che aveva appena finito problemi di guerre, guerriglie, il governo era abbastanza stabile, stava in qualche modo rinascendo per cui sono rientrato in Italia dopo aver conosciuto questo ragazzo ed aver iniziato a parlare del legname e della possibilità di esportarlo da noi. Milano era la zona di massimo lavoro, in particolare il nord, la zona della Brianza, famosa in tutto il mondo per i mobilieri.
Ci sono chiaramente aziende che comprano e preparano il legno per questa gente. Stiamo parlando di legno di alta qualità. Noi stavamo cercando delle nicchie di mercato dove poterci inserire. In Italia ho preso vari contatti ma i mobilieri la prima cosa che mi chiedevano erano dei campioni anche perchè generalmente importavano il prodotto da luoghi difficili, come nel nostro caso. L’intenzione di portare campioni c’era ma c’erano anche molte difficoltà in Cambogia, per trovare il legname ed avere i permessi per l’esportazione. Erano cose che richiedevano tempo. Dunque mentre il mio amico lavorava con i tempi che richiedeva la zona, io vado in vacanza con una mia ex a Parigi cercando di capire cosa fare da grande. Dopo l’ennesima litigata, lei ritorna in Italia, io prendo la macchina, stavamo girando con la mia macchina, me ne vado in Inghilterra e resto in Inghilterra un anno. Lì, naturalmente, lavoro (non e’ un paese dove si può stare a lungo senza lavorare) e, terminato l’anno, ritorno in Cambogia per rimanere 6 mesi.

Come era il paese allora?
Era molto interessante. C’erano poche regole, poche regole perchè chiaramente c’era poca gente che le faceva rispettare. Era un paese ancora diviso fra i fedeli al re (Sihanouk) e quelli del primo ministro che, in realtà, era un fantoccio dei vietnamiti. I vietnamiti erano rimasti in Cambogia per oltre dieci anni, fino alla fine degli anni ’80, da liberatori-invasori, in guerra con i khmer rossi che si erano asserragliati sulle montagne o nei villaggi vicini ed il paese veniva da quattro anni di Pol Pot (dal ’75 al ’79)…insomma, ripartire non era facile. In quel periodo avevano iniziato a richiamare alcuni cambogiani che avevano avuto la fortuna di essere stati tra i rifugiati delle prime ore e di essere finiti in posti decenti. Ce ne erano parecchi che arrivavano dall’Australia e si erano fatti quindici anni lì, per cui le scuole, l’inglese e tutto il resto e poi anche un modo di vivere, un sistema strutturato. I cambogiani rimasti in patria, invece, non avevano nessuna struttura oltre ad avere la testa piena di pigne. Quello che avevano visto, naturalmente, influenzava il loro modo di pensare, quando pensavano. Avevano gli incubi che li rincorrevano perchè sai, ti fai quattro anni in una risaia, uomini e donne divisi, condotti da un gruppo di ragazzini armati, senza poter parlare…fai quattro anni così e il cervello ne risente e poi cominciano dieci anni di guerra con il Vietnam…tu capisci! Il mangiare non era mai mancato; i cambogiani hanno la fortuna di avere il fiume più pescoso di tutta l’Asia, il riso cresce quasi spontaneamente anche se è un prodotto che va seguito molto, la verdura, la frutta crescono facilmente nella giungla però era sempre un sopravvivere, non era un vivere. Quando sono arrivato io, nella prima metà degli anni novanta, chi viveva bene erano i vari generali che si erano spartiti il potere, due o tre businessmen, appoggiati da businessmen stranieri che riuscivano a guadagnare bene ma al calare delle tenebre iniziava una situazione di far west, di terra di nessuno. Le armi c’erano, ce ne erano in abbondanza e quasi tutti le sapevano usare e dunque Phnom Penh, alla notte, non essendo illuminata diventava una zona abbastanza selvaggia ed anche in altre città ed aree del paese la situazione non era rassicurante.

Come ti eri organizzato per evitare rischi?
Io non mi ero organizzato. La prima volta, quando sono stato tre settimane prima ancora di licenziarmi, ho affittato una moto e me la sono girata perchè era la situazione più agile, più facile. C’erano molti posti di blocco ma in genere non davano tanto peso a quelli in moto anche se vedevano che ero straniero. Se invece avevi una bella macchina prima di passare dovevi pagare dazio. Io mi fermavo lì, fumavo una sigaretta, aspettavo un attimo. Quando passava un macchinone mi accodavo. Erano tutti ragazzi giovani i militari che facevano i posti di blocco. Magari fumavamo una sigaretta insieme, non ti facevano passare subito ma poi, passato il macchinone che aveva lasciato lì qualcosa di consistente, loro erano contenti e finiva la storia. Da quel punto di vista non ho mai avuto problemi. I problemi più grossi erano in città dove c’era più violenza, più attaccamento al denaro anche perchè erano inevitabili i confronti con gli stranieri che lavoravano lì. Phnom Penh e la Cambogia in generale sono i posti in cui ho visto più Organizzazioni Non Governative per centimetro quadrato ed anche ora, a distanza di tanti anni, ce ne sono tantissime e chi ci lavora molto spesso guadagna bene.

Cosa facevi a Phnom Penh, quando ci hai vissuto per sei mesi?
Mi informavo, andavo in giro per negozi, aziende, quelle poche che c’erano. I francesi erano molto forti, avevano molte librerie, scuole e con le loro ONG cercavano di aiutare il paese a venire fuori dalla crisi. Sì, raccoglievo informazioni con loro e poi andavo nei vari ministeri, mi informavo sulle leggi sul business o sull’import-export ed ho cominciato a conoscere un po’ di ragazzi che si erano rifugiati in Australia ed avevano evitato il periodo più drammatico. Avevano la struttura mentale e le conoscenze per poter tentare di gestire il paese anche se non erano naturalmente ben visti da quelli che erano rimasti, passando attraverso genocidio e guerra.

Nel tempo libero che facevi?
Parlavo con quella banda di avventurieri che si trovavano in quel momento in Cambogia. Chiaramente posti del genere raccolgono tutta una serie di personaggi, di gente che ha voglia di provare a rischiare o ha già rischiato. Italiani non ne ho trovati, a parte il mio amico. C’era una comunità don Orione, gestita da un olandese molto in gamba. Era una di quelle scuole in cui si insegnano dei mestieri. Parliamo di una scuola che aveva 300 ragazzi. Poi trovavi ex legionari, sri lankesi, indiani che passavano dalla Cambogia per motivi di visto per riuscire poi ad arrivare in Europa. Era un bel pot pourri di gente che arrivava con ambizioni diverse ed ognuno con una propria chimera.

Com’era lo stile di vita della città, allora?
Bello. Bello perchè malgrado tutto la qualità della vita era abbastanza alta, questo grazie ai francesi che hanno recuperato un paio di locali vecchi e poi c’erano queste case di architettura francese e dunque la città, anche se bombardata, aveva comunque il suo fascino. Da queste situazioni era abbastanza facile ripartire, prendere dei locali, trasformarli, essendoci poi molte persone che lavoravano per le ONG, c’erano molti potenziali clienti (gente che guadagnava dai 2000 dollari in su). Dunque locali carini che funzionavano avevano senz’altro degli avventori. Una pizza costava 5 dollari, un cocktail 4-5 dollari. Erano dei bei soldini per quel paese e soprattutto per quello che c’era intorno perchè in Thailandia già spendevi la metà. Era dunque anche molto cara su queste cose ma la qualità della vita era molto piacevole, molto europea.

Naturalmente parliamo di alcune oasi…
Assolutamente, parliamo della zona del lungo-fiume che era quella più bella. Il primo casinò dell’Asia, a parte quelli di Macao, era lì in Cambogia. Hanno preso una barca, le hanno fatto risalire il fiume, l’hanno tenuta al largo, in maniera che non venisse facilmente attaccata, sai, giravano i soldi…la situazione andava un po’ gestita però era l’unico casinò per cui vedevi gente che arrivava da Singapore, dalla stessa Hong Kong a giocare. C’erano dei ristoranti, appena fuori Phnom Penh, da sei-settecento posti che erano invariabilmente vuoti eppure c’erano famiglie cinesi che quando facevano i matrimoni ne affittavano uno per alcuni giorni (in genere avevano l’hotel attaccato), lo riempivano di persone che potevano permettersi di invitare perchè poi, in Cambogia, il prezzo era ben diverso da quello che avrebbero avuto in Cina. Lascia stare i bar che lavoravano con gli europei. Ti parlo di ristoranti…ancora vecchi, ristrutturati, con il laghetto, con isolotti…delle situazioni veramente assurde se comparate con il resto del paese. Eppure c’erano, lavoravano e mangiavi molto bene. Io ho mangiato lì delle bistecche di cervo, di orso che erano uno spettacolo.

Vuoi dirmi qualcosa sulle donne cambogiane?
Potenzialmente erano delle belle donne perchè poi questo misto con i francesi ha sempre portato del bene perchè il naso schiacciato tipico degli asiatici non è il massimo rispetto al nasino in sù alla francese. Per cui venivano fuori delle belle ragazze, potenzialmente. Certo che dopo quindici anni di fame, di campi, guerre erano consumate. Vedevi la gente che arrivava a 30 anni e proprio…”appassiva”. Era consumata dalla vita che era molto dura, dal fatto di non avere divertimenti, di non riuscire a sorridere di qualcosa. Per dirti: durante i 4 anni di Pol Pot, lui era riuscito ad instillare l’idea che la loro organizzazione fosse come un’ananas e tutti i bulbi fossero degli occhi per cui i cambogiani hanno vissuto quel periodo convinti che ci fosse sempre qualcuno a guardarli, in qualsiasi momento. Qualsiasi cosa avessero fatto c’era qualcuno che li guardava e la pena era invariabilmente la morte. Chiaro che vivi 4 anni così, senza poter parlare con il tuo vicino e la gioia di vivere va a farsi benedire.
C’erano diverse prostitute ed erano tutte vietnamite. Se le erano portate i vietnamiti e le avevano lasciate lì; erano considerate donne di seconda categoria ed erano tutte del Vietnam del sud. La cosa allucinante è vedere cosa hanno fatto i vietnamiti quando sono rientrati in Vietnam. Come bottino di guerra si son portati via tutto quello che potevano muovere o scardinare. Dai fili elettrici dei lampioni (vedevi i tralicci senza cavi, in Cambogia) alle panchine dei parchi…tutto quello che potevano smontare. Una cosa strana, poi, è che quando hanno aperto i campi profughi di cambogiani in Thailandia, i più veloci erano quelli che non avevano animali e dunque sono arrivati in patria ed hanno preso le case a pian terreno, dove si potevano fare anche negozi ed era comunque più semplice stare. Dunque quando sono stato nei primi anni ’90 vedevo spesso maiali, galline, sui tetti delle case, sui bei terrazzi alla francese e questo dipendeva dal fatto che la gente con animali al seguito ci aveva messo più tempo ad arrivare. Stando lì ed indagando un po’ sulle varie stranezze che vedevo, ho capito che le famiglie di origine cinese erano quelle che avevano una marcia in più nel commercio. Tutto il materiale arrivava dalla Thailandia in maniera più o meno legale, spesso più illegale che legale ma, sappiamo, l’Asia funziona così e infatti si trovava più o meno tutto. Anzi, rispetto ad altri posti, proprio per via dei francesi, andando nei piccoli supermercati si trovavano formaggi, il vino perchè comunque la domanda c’era e dunque c’era sempre qualcuno, più agile degli altri, che creava anche l’offerta.

Dunque, in questa situazione generale, voi come vi siete mossi per la vostra idea di attività?
Sì, in questo genere di mercato vedevo l’opportunità di fare qualcosa e l’italiano di cui ti parlavo, che aveva lavorato parecchi anni nel legname e si voleva stabilire lì, aveva bisogno di qualcuno che gli tenesse i contatti con l’Italia. Io ero libero e, come ti dicevo, in principio ho iniziato a sondare le possibilità di esportare il legname in Italia, stando un anno in Inghilterra nel momento in cui c’era stato un piccolo rigurgito di guerriglia. Di nuovo in Cambogia, abbiamo iniziato a lavorare più seriamente con il legno, ad inviare campioni in Italia, abbiamo suscitato un po’ di interesse, abbiamo fatto qualche soldo, soprattutto per pagare i biglietti aerei, non avanzava molto ma quantomeno si copriva qualche spesa ed era già sufficiente. Purtroppo la situazione era ancora molto selvaggia ed i nostri contatti, ad uno ad uno, sono deceduti e dunque il business non riusciva più a stare in piedi. Nel frattempo, per fortuna, in Italia avevo iniziato a lavorare come barman, facendo una sostituzione e quindi mi sono inserito in questo mondo, trovando che questo lavoro si adattava bene alla mia voglia di viaggiare perchè potevo lasciarlo quando volevo sicuro che l’avrei ritrovato ed avrei potuto farlo anche viaggiando…comunque, tornando alle esperienze nel mondo del legname, il mio amico aveva preso contatto con una segheria cinese. I cinesi sono dei nazisti nella gestione del lavoro. I lavoratori, naturalmente, erano tutti cambogiani. Il lavoro veniva gestito in maniera militare. Una volta i lavoratori avevano fatto uno sciopero con una mezza insurrezione, costringendo i cinesi a barricarsi nella palazzina principale, perchè avevano tolto loro la mezza lisca di pesce dal piatto di riso della pausa-pranzo. Questa era una ex segheria russa. Prendevano i contratti con il governo cambogiano per poter tagliare il legno. Si mettevano d’accordo con i militari locali che gestivano effettivamente il territorio, prendevano il legno e lo mandavano a Phnom Penh via fiume. Il legno veniva poi trasformato, in città, in compensato…in realtà tutto quel legno finiva in Cina, parliamo della seconda metà degli anni ’90, periodo di esplosione della Cina nelle costruzioni. Il problema fondamentale era che la situazione era sempre molto selvaggia. La vita valeva molto poco e quella di alcune persone meno di quella di altre. Era tutto un po’ alla giornata. Quello che ci ha proprio smontati è stata l’uccisione del nostro uomo di fiducia, cinese, in un’operazione di recupero del legname. Si vede che ha sbagliato qualche collegamento, non si sa. Con lui c’era un buon rapporto, lo portavamo a mangiare fuori, la sera, lo portavamo al karaoke, tu sai che i cinesi vanno matti per il karaoke ma il resto della comunità era chiusa per noi e quando è stato fatto fuori gli altri non ci hanno dato troppe spiegazioni. Ci hanno detto semplicemente: è morto! Il lavoro che facevano con noi era un lavoro extra, dunque qualcosa deve essere cambiato nell’organigramma della società e non siamo riusciti più a rientrare. Nel frattempo il mio amico aveva aperto anche un piccolo hotel, con la macchina per portare in giro i turisti, la barchetta. Stava andando forte! Dunque la terza volta che sono tornato in Cambogia, era il 2000 più o meno, abbiamo concluso che la situazione dal punto di vista del legname non era più sostenibile, oramai si erano coinvolte grandi compagnie e tagliavano fuori tutti gli altri.
Quindi lui ha deciso di buttarsi tutto sul turismo. A me non interessava più di tanto per cui gli ho dato una mano a settare le prime cose, poi ho proseguito, sono andato in Australia dove ho lavorato, saltuariamente, raccogliendo la frutta (hanno tantissimi vigneti, case vinicole). Comunque ormai mi ero fatto le ossa come barman e si stava delineando chiaramente quello che sarebbe stato il mio lavoro negli anni successivi, non in Cambogia ma, nuovamente, a Milano.
(la storia di Luca continua…)