La storia di un lungo viaggio

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La storia di un lungo viaggio

Di seguito la prefazione al testo di Cristina Pacinotti Luogo Comune: Un lungo viaggio per traslare nella realtà un sogno; alchimie di corpi, felicità nella natura ed appartenenze elettive. Buona lettura!

Il testo che vi state accingendo a leggere può essere sinteticamente presentato come “la storia di un lungo viaggio” alla volta di uno stato di “felicità naturale”, di una dimensione dell’anima che rappresenta il ritrovamento di un cruciale bandolo di senso.
Nell’Occidente secolarizzato, desacralizzato, orfano di una cultura comune, di un’amalgama sociale capace di essere ancestrale e, al tempo stesso, al passo con i tempi, è qualcosa cui moltissimi hanno rinunciato.
Potrebbero rappresentare, parzialmente, un’eccezione quelle persone che sognano — o, come nella storia narrata in questo romanzo, dopo tante affannose ricerche, finalmente realizzano — una vita armoniosa in un contesto rurale e comunitario, oltre a coloro che fanno altro genere di scelte che, tuttavia, in buona parte, esulano dai contenuti di questo testo.
Vivendo oramai, da quasi dieci anni, in Asia, posso dire che, per quanto ho avuto modo di vedere, le antiche coordinate sembrano ancora reggervi, pur nella sbornia dei nuovi consumi: i templi, in India, continuano ad essere abbondantemente frequentati — pur se oggi vi risuonano i cellulari o gli hi phones — in Thailandia si offrono ancora cibo e bevande agli antenati, nelle caratteristiche case degli spiriti, in Sri Lanka gli autobus governativi riportano belle immagini di Gesù, molte di Buddha, qualcuna della dea hindu Lakshmi ed ogni tanto si coglie un frammento di Muezzin..
I bandoli di senso, pur accerchiati dall’invadenza del mercato globale, sono ancora lì. Le figure archetipe sono ancora lì: il genitore, l’insegnante, la famiglia, la comunità.
Noi non siamo più cristiani, non siamo del tutto secolarizzati (per fortuna!), siamo alla spasmodica ricerca di qualcosa ma enorme è la confusione sotto al cielo.
Si cerca di tenere in vita, a forza, “il cadavere di Utopia”, si guarda a quanto si può carpire da altre culture con un’attitudine fondamentalmente provinciale o si indulge a forme di disfattismo e paradossali aspirazioni regressive.
Il tempo, galantuomo, darà probabilmente le risposte. La globalizzazione porterà maggiori consapevolezze, finanche critiche, delle culture altrui.
Nuove sintesi si elaboreranno, auspicabilmente meno becere della vulgata New age, l’essere umano troverà — ancora una volta — la strada per proseguire il suo percorso dalla bestialità alla Supercoscienza, alla realizzazione ultima del suo potenziale.
Nel frattempo?
Qualcuno, come Cristina Pacinotti, cerca risposte nel viaggio, per riuscire a trasformare l’esasperazione dell’inerzia in un percorso “ironico-esistenziale” che è prima di tutto ricerca ed esplorazione dei modi di “vivere altrimenti”.
Il viaggio di questo questo romanzo inizia in un paese fatto apposta per essere viaggiato.
Un paese dove il viaggio è, per eccellenza, maestro.
Dunque: Goa, un’esperienza, abortita, in un ashram, il charas…tappe in qualche modo obbligate per un numero incalcolabile di persone e poi…il ritorno alla vita “di prima” che si rivela, in virtù del fatale cambio di prospettiva, un nuovo viaggio. In un proprio passato visto oramai con occhi rinnovati. Un passato-presente che non può sopravvivere a se stesso.
Giunge dunque la necessità di traslare nella realtà quanto si è avuto modo, viaggiando, di sognare e capire. Il momento del viaggiare diventa duque sinonimo di vivere e di sognare vivendo.
Ed ecco il tentativo — arduo — di realizzare un micro-sistema a propria misura, di valorizzare difficili affinità ed appartenenze elettive per ritrovare, nella comunità intenzionale, nell’ecovillaggio, i bandoli perduti.
Dalle frequentazioni di un centro sociale in città alle puntate in comuni agricole e comunità spirituali emerge il bisogno della protagonista di ritrovare un senso di appartenenza. Emergono cruciali intuizioni nel corso della permanenza dagli elfi — il “piccolo popolo” delle montagne sopra Pistoia che vive da anni in case occupate senza elettricità ricercando l’autosufficienza — e  partecipando al Rainbow’s Gathering della Famiglia Arcobaleno: movimento ambientalista internazionale che diffonde pratiche di ecologia profonda. Intuizioni che finiscono per incontrarsi e scontrarsi  — spesso in modo disincantato e divertente — con le modalità della vita quotidiana, di una (ormai) impraticabile normalità
Universalizzando i contenuti di questa avventura individuale, alla luce di un disagio esistenziale che ne è stato motore ed in cui sempre più persone, probabilmente, potranno riconoscersi, ci possiamo chiedere: ci sarà salvezza? Ci si potrà salvare in piccole oasi nell’eventuale degenerazione di tutto quanto ci circonda?
Sì, se si continuerà ostinatamente a dialogare (contenendo la stessa, insidiosa, psicologia dell’oasi).
Sì, se non si indulgerà troppo in un idealismo ingenuo e verrà mantenuta la giusta aderenza pratica alla realtà.
Sì se, in una parola, si continuerà a viaggiare, profondamente, in un mondo oramai ravvicinato (pur nelle sue infinite sfaccettature), negli sguardi e nelle opinioni altrui, alla ricerca di quegli elementi comuni che ci fanno essere umani.
E, nel corso del viaggio e, nello specifico, di questo viaggio, di questa storia che ha inizio dal suo lieto fine, non potranno mancare alchimie di corpi, comunioni riconciliatrici a ricordarci che, nel grande sogno, nelle metamorfosi auspicabilmente salutari del nostro essere, non saremo mai completamente soli!
Buona lettura!

Manuel Olivares