Le pericolose invenzioni delle identità; ambiguità comoda di un concetto

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Le pericolose invenzioni delle identità; ambiguità comoda di un concetto

Il primo di una serie di dieci articoli del nostro collaboratore, Silvio Marconi.

Buona lettura!

 

Viviamo in un’epoca di globalizzazione. Merci viaggiano da un capo all’altro del Pianeta e in quasi tutti i prodotti vi sono componenti e sub-componenti che provengono da luoghi fra loro assai distanti e questo non vale solo per quelli tecnologici ma perfino, ad esempio, in un vasetto di yogurt dove le fragole vengono dalla Polonia, il latte dall’Olanda, il dolcificante dalla Bulgaria, il contenitore in plastica dalla Slovenia ed è prodotto con petrolio saudita, la chiusura in alluminio dalla Francia e deriva da metallo croato, i coloranti per l’etichetta dall’Ungheria, ed il tutto è assemblato in Germania.

Ordini borsistici e capitali si muovono semi-istantameamente in tutto il Pianeta, notizie rimbalzano via satellite da un continente all’altro, mode culturali, musicali, di abbigliamento, gastronomiche si diffondono in tempi brevi a livello internazionale, condizionate più dall’azione della pubblicità e dei media che dalle loro origini o dalle frontiere. Società multinazionali hanno ramificazioni in ogni continente e bilanci che superano quelli di buona parte dei singoli Stati rappresentati all’ONU.

Eppure, in una contraddizione che si vedrà essere solo apparente, questa epoca è caratterizzata in modo forte dall’uso e dall’abuso di un concetto ambiguo, quello di “identità, spesso aggettivato con “etnica, locale, nazionale, culturale, tradizionale”, ecc. . In suo nome si creano marchi per la tutela dei prodotti agroalimentari e si inventano circuiti turistici, si fanno guerre civili e si promuove l’export, si creano musei e si compiono “pulizie etniche”, si preservano dialetti e so riscrivono a piacimento i libri di Storia, si tutelano elementi del paesaggio e si distruggono beni culturali classificati come “contaminanti”, si censurano testi e se ne pubblicano, si fanno dibattiti e si bruciano residenze per rifugiati, si raccattano voti basandosi sugli stereotipi e si organizzano festivals, si sventolano bandiere e si generano profitti, si fondano partiti e movimenti armati e si intervistano anziani.

Come si è detto, due elementi (globalizzazione ed identitarismo) apparentemente in contrasto, si intrecciano invece significativamente fra loro, perché proprio la globalizzazione più di ogni altro contesto storico-sociale-economico consente di diffondere messaggi ed offerte, stereotipi ed odio, valori e disvalori, di fare investimenti, impone una competizione con immediate implicazioni economiche a tutto campo anche su temi una volta considerati totalmente “immateriali”; essa inoltre genera reazioni di vario genere, fra cui non mancano quelle di riflusso nel “piccolo è bello”, nel particolarismo, nel desiderio di “piccole patrie” (storicamente fondate ma più spesso infondate), nel localismo, nel “chilometro zero” in ogni campo, nel tribalismo camuffato, nella xenofobia esplicita, nel nazionalismo sciovinista. Al tempo stesso l’identitarismo si fa esso stesso fenomeno globale e contamina aree geografiche, strati sociali, ambiti, facendovi rimbalzare concetti, contenuti, metodi, simboli, immagini, azioni.

Tutto ciò è possibile perché il concetto di “identità” è estremamente ambiguo e si adatta benissimo a qualsiasi uso e quindi in particolare ad essere manipolato dalle forze egemoniche di una società, che nell’era della globalizzazione sono ovviamente internazionalizzate o rappresentanti di poteri statuali potenti ma comunque collegati ad interessi di forze economiche con dimensioni internazionalizzate, e più ancora dall’interagire di forze egemoniche in società diverse, nonché dalle loro interazioni con altre categorie di soggetti, subalterni ma non passivi: le forze che competono per ritagliarsi nicchie di rappresentanza “da maggiordomo” di quelle principali, le forze che lottano contro questi ruoli servili, le forze che aspirano a formare coalizioni tali da rendere la realtà complessiva più multipolare.

Quest’ambiguità, questa fluidità non viene quasi mai percepita non solo dalle grandi masse di persone che pure vivono direttamente le conseguenze delle differenti applicazioni del concetto, che partecipano attivamente a farle esistere e produrre risultati, spesso in ruolo di vittima ma non meno spesso in ruolo di carnefice, ma neppure da molti degli attori intermedi e perfino apicali di quei fenomeni che coinvolgono l’“identità”, dato che la indiscutibilità del concetto fa parte dei paradigmi imposti come universali ed inevitabili, assieme alla ineluttabilità della guerra, alla ineliminabilità del capitalismo, alla naturalità della diseguaglianza,  da quello che si presenta falsamente come “unico pensiero possibile”  mentre è invece solo un “pensiero unico” basato su rapporti di forza che, come tali, sono mutabilissimi e stanno in effetti già mostrando vistosissime crepe.

Chi esalta le produzioni “a chilometro zero” della Pianura Padana e nel contempo promuove l’export di parmigiano e pesche emiliane verso gli USA e il Giappone, chi inneggia al folklore inventato a scopo commerciale, chi difende dai kebab “non europei” la “tradizione” di una polenta ignota in Europa prima dell’arrivo del mais dal Centramerica, chi addestra ed arma  le milizie kossovare e ne riconosce l’”inalienabile diritto all’autodeterminazione” e poi arma le truppe ucraine che vogliono negare tale diritto alle genti del Donbass, chi picchia a Frankfurt immigrati turchi in nome della Germania “uber allesesibendo assieme a svastiche naziste e simboli prussiani teste rasate e tatuaggi derivanti direttamente dalle tradizioni dei corsari ottomani rinascimentali, a qualsiasi livello si situi dell’agire, capo-branco di ultras o deputato europeo, dirigente di organizzazione di produttori agricoli o mercenario, “tuttologo” da salotto televisivo o docente universitario, non si pone neppure per un istante il problema di capire cosa si celi dietro la camaleonticità del concetto di “identità”. Il che non significa affatto che le identità non esistano, non siano o non possano diventare elementi reali e potenti, in termini di valori e disvalori ma anche di implicazioni commerciali, militari, sociali, politiche, culturali, artistiche. Significa, invece,  che esse, esattamente come TUTTI gli altri fenomeni che riguardano la vita degli esseri umani, come individui e più ancora come forme collettivamente organizzate) non hanno NULLA di naturale, indiscutibile, autonomo ed eterno. Esse sono invece (e lo è il concetto stesso di “identità”) creazioni culturali e più precisamente storico-culturali, che come tutte le loro consorelle ed i loro confratelli (le religioni, i sistemi economici, i confini, i sistemi sociali, le gerarchie valoriali, i movimenti politici, i movimenti artistici, le mode, ecc.) hanno un inizio, una evoluzione e una fine ed interagiscono dall’inizio stesso a ben oltre dopo la fine con altre “identità” e soprattutto con un contesto imprescindibile fatto certo di elementi apparentemente “preesistenti e naturali” (geomorfologia, clima, catastrofi naturali, ecosistemi) ma che l’Umanità, nel corso dei millenni ed in modo ferocemente accelerato dalla Rivoluzione Industriale in poi, ha invece contribuito a riplasmare ma soprattutto di rapporti di produzione, commerci, lotte per l’egemonia, lotte di classe, guerre, migrazioni, ambiti legali ed illegali, produzioni culturali.

Certamente non tutti gli attori sono totalmente inconsapevoli delle caratteristiche dello strumento identitario, poiché altrimenti non potrebbero utilizzarlo adeguatamente e a maggior ragione non ne sono inconsapevoli coloro che storicamente o nell’attualità si situano nella posizione di iniziatori di determinati processi, sebbene spesso essi siano solo un anello di una catena assai più lunga della quale solo in parte sono coscienti di essere elemento. Per non restare nel vago e fare un esempio, quando Himmler fonda l’Ahnenerbe, ossia l’Istituto destinato a coordinare per le SS le ricerche sulla “razza ariana” nella storia e “ricostruirne” (inventarne) le basi archeologiche, linguistiche, biologiche attraverso attività da svolgere dalle Ande alla Crimea, dal Tibet alla Lapponia ciò avviene in piena coscienza del senso del concetto identitario nazista, peraltro già chiaramente esplicitato molti anni prima da Hitler nel Mein Kampf e sia i vertici politici del nazismo, sia larga parte degli studiosi e degli accademici anche di alto livello che entrano a far parte di quell’Istituto sono coscienti della concatenazione esistente fra le loro teorie e quelle del razzismo “moderno” di un Gobineau ma anche dell’esoterismo tardo romantico europeo, delle teorie eugenetiche care a tanti Svedesi e Statunitensi dell’epoca e del razzismo coloniale britannico e francese, delle concezioni genocidarie dei generali delle “giubbe blu” nelle campagne di sterminio degli autoctoni delle Praterie nordamericane ma anche dell’infame idea ibero cattolica secentesca della “limpieza de sangre” che con l’attribuire “purezza razziale” solo agli Spagnoli che non avessero nei loro avi per 4 generazioni (2 in più di quelle che gli stessi nazisti richiederanno per essere classificati “ariani” con le leggi di Norimberga) Musulmani o Ebrei sono precursori delle normative razziste naziste e fasciste.

Ciononostante, il progressivo piegare elementi di quelle teorie precedenti a nuove finalità e concezioni ed il mescolarli con elementi tratti da ambiti diversi e spesso contrastanti, quanto lo possono essere percorsi basati sull’esoterismo piuttosto che sulla rigida razionalità scientista, comporta costruzioni innovative che travalicano le esperienze del passato, esattamente come l’uso delle esperienze dell’Inquisizione di Spagna, del colonialismo britannico in India e del genocidio degli autoctoni nel Nordamerica (entrambi esempi citati direttamente da Hitler nel Mein Kampf), del genocidio degli Armeni ad opera dei Turchi (e della loro manovalanza kurda), ma anche di quelle del “controllo totale” carcerario stile Panopticon, della criminalizzazione della devianza psichica, dell’antropologia lombrosiana, nonché quelle del fordismo e taylorismo delle industrie Usa dei primi del XX secolo, porta ad una sintesi nuova e creativa nella invenzione del sistema concentrazionario nazista, differenziato in campi di solo sterminio e campi di sfruttamento e sterminio con le loro centinaia di sottocampi al servizio delle aziende del Reich.

Per tutti questi motivi e per molti altri ancora che hanno a che fare con quel che viviamo quotidianamente a Roma ed a Dacca, a Barcellona ed a Kirkuk, a Pristina ed a Milano, a Donetsk ed a New Orleans, ritengo utile cercare, nei limiti imposti dalla sintesi necessaria, di contribuire ad affrontare le questioni non dalle loro molteplici e contraddittorie code, dai marchi DOPGC sulle mele trentine o dalla fuga dei Rohingya dalle persecuzioni militar-buddhiste birmane, dalle stragi di Yazidi ad opera dell’ISIS o dai musei della civiltà contadina sorti come funghi sulle ceneri di identità operaie piemontesi ma dallo smontaggio sistematico, attraverso alcuni fra i tanti esempi posibili, delle mistificazioni che aleggiano sul termine “identità” e sui suoi fasti e nefasti corollari.

Tre saranno le questioni che si affronteranno, senza una separazione troppo netta che risulta inaccettabile dinanzi ad una questione tanto complessa e sfaccettata ed interagente con tutti gli ambiti sociali e storici: quella di come si fabbrica una “identità”, quella di come si separa artificialmente l’”altro” da “noi” in tale fabbricazione e quella, infine, della fecondità degli intrecci, delle “contaminazioni”, delle “impurezze”, delle sinergie, dei sincretismi, delle interazioni (perfino di molte fra quelle conflittuali) in contrasto con la sterilità generatrice di crisi, stagnazione, declino, inmmiserimento, nel migliore dei casi, o addirittura con la pericolosità mortale di ogni ricerca di “purezza”, “affermazione prioritaria”, suprematismo, isolamento che da un lato possono essere raggiunti (mai del tutto) solo attraverso livelli in genere crescenti di violenza e che dall’altro generano reazioni che alla fine portano all’annichilimento delle forze stesse che si erano poste come “superiori”.

Dopo questa lunga ma necessaria introduzione, si analizzeranno alcuni esempi concreti per rendere meno fumose le tesi di questa serie di scritti, figlie di tanti decenni di studi, ricerche e dibattiti storiografici, sociologici, antropologici,  e recentemente anche con il contributo di scienze moderne come la genetica (basti citare per tutti il contributo inestimabile del prof. Cavalli Sforza) tesi che riassumo per comodità in quattro punti-chiave:

a – non esistono le razze umane, ma una sola razza umana;

b – non esiste alcuna identità etnica e culturale pura, salvo (e non sempre pienamente) per gruppi ristrettissimi di individui vissuti per millenni isolati in luoghi remoti (selva amazzonica, alcune aree montuose impervie, ecc.) e che isolati peraltro non sono più; tutte le altre realtà etniche, culturali, sociali sono frutto di innumerevoli interazioni dovute a spostamenti fisici di esseri umani (singoli e in gruppi più o meno numerosi, fino alle grandi migrazioni di massa), trasferimento di elementi materiali (oggetti, animali, vegetali, materie prime minerali, ecc.) ed immateriali (tecnologie, riti, linguaggi, simbologie, ideologie, correnti artistico-musicali, elementi gastronomici, forme di organizzazione sociale e istituzionale, ecc.), attraverso forme svariatissime (e non tutte “buone”) di interazione, che vanno dalla razzia al commercio, dalla deportazione all’esplorazione, dalla schiavizzazione all’emigrazione, dalla moda alla deculturazione forzata, dallo stupro alla ricerca egotistica del partner, dall’esilio alla consulenza internazionale, dalla trasmissione libresca a quella via web, dall’invasione alla secessione, ecc.

c – conseguentemente non esiste nessun “noi”  e nessun “altro da noi” indipendenti, posto che l’“altro” è già in noi prima che incontriamo nella nostra esistenza uno straniero (a casa “sua”, perché viaggiamo o emigriamo o invadiamo, o a casa “nostra”, perché viaggiatore o immigrato o deportato), e lo è in cibi e usanze, parole e stili architettonici, rituali e tecniche, mode e pratiche agricole, canti e fiabe, che crediamo tanto “nostre” da voler “difendere dalle contaminazioni” e che invece sono storicamente figlie di continenti e culture diversissime;

d – infine, che ogni tentativo di negare uno dei tre punti precedenti, sotto qualsiasi maschera si celi o si espliciti, rappresenta allo stesso tempo un elemento di strategia oppressiva, un punto di partenza per le peggiori pratiche che il genere umano abbia saputo inventare ed una precondizione perché masse ingenti di persone siano coinvolte con più o meno consapevolezza in crimini inenarrabili che vanno dalla “semplice” discriminazione alla “pulizia etnica”, dalla sistematica rimozione delle verità storiche e scientifiche al genocidio.