Loppiano, cittadella dell’economia di comunione

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Loppiano, cittadella dell’economia di comunione

Era diverso tempo che sentivo parlare di Loppiano (per estesoMariapoli di Loppianonel comune di Figline e Incisa Valdarno, in provincia di Firenze). Avrei dovuto effettuare un sopralluogo, in passato, per il testo Comuni, comunità, ecovillaggi, essendo Loppiano, tra le altre cose, un’interessante realtà comunitaria. Alla fine, la visita venne cancellata. Una seconda occasione si è, tuttavia, presentata di recente. Grazie alla conoscenza di Silvio Daneo, membro senior del movimento dei focolari di cui Loppiano è una delle cittadelle, la prima in ordine di tempo.

Con Silvio ci siamo conosciuti a Londra, in occasione del Peace Symposium della Comunità Islamica Ahmadiyya. Poco tempo dopo avrei visitato il focolare in cui vive, ad Albano Laziale. Lì avremmo avuto modo di fare una bella intervista, coinvolgendo anche Roberto Catalano e di scambiarci i reciproci libri.

Non molto dopo, finalmente, la visita a Loppiano, guidato dalla giornalista, residente, Stefania Tanesini.

Sono stati due giorni intensi e proficui. La cittadella mi è sembrata davvero un buon esperimento. Iniziamo a considerarne, brevemente, un profilo storico, a partire da una rapida presentazione del movimento dei Focolari.

 

A proposito di Focolari

Mi diceva Roberto Catalano nel corso della nostra bella intervista:

«Il Movimento dei Focolari è uno di quelli che vengono definiti, all’interno della Chiesa Cattolica: i nuovi movimenti e comunità ecclesiali. Nasce negli anni quaranta per iniziativa di Chiara Lubich e alcune sue amiche. Insieme hanno cominciato a vivere il Vangelo durante la guerra in modo quotidiano, con particolare attenzione a tutto ciò che aveva a che fare con l’amore e la carità con una protensione all’unità e alla comunione. Da questa prima esperienza è nata una comunità molto vasta nella città di Trento, fatta da persone del tutto normali: casalinghe, pensionati, studenti, sacerdoti, seminaristi, professionisti e, al termine della guerra, si è diffusa fuori del trentino. Già durante la guerra Chiara e le sue amiche avevano iniziato a vivere in comunità, dando vita a un’esperienza originale. Non erano suore, non erano sposate, non erano nemmeno integrate in ordini religiosi pur minori, avevano un lavoro e vivevano in un comune appartamento. Il contagio è stato rapido e si sono formati, in breve tempo, molti altri focolari (piccoli nuclei comunitari come il primo creato da Chiara a Trento) e il movimento si è diffuso, in pochi decenni, nel mondo intero. Nato in ambito cattolico, ha avuto una buona diffusione anche presso le chiese della riforma e le chiese ortodosse. Negli ultimi decenni del secolo scorso si è diffuso anche presso persone di altre religioni, a partire dai buddhisti giapponesi e thailandesi, musulmani in Algeria, sikhbaha’i ed anche presso persone che non hanno una specifica appartenenza religiosa ma ne condividono i valori di un umanesimo trasversale,  appetibili a uomini e donne di buona volontà».

Alla base del movimento, interveniva Silvio nella stessa intervista, c’è una spiritualità comunitaria fondata sul comandamento di Gesù: amatevi vicendevolmente come io ho amato voi, ovvero su uno stile di vita profondamente evangelico.

 

Correva l’anno 1964

Vincenzo Folonari, chiamato Eletto, dona la terra su cui si costruirà la Mariapoli di Loppiano. Vi si stanzia presto un’avanguardia di focolari avviando prime attività, a partire da una falegnameria.

La cittadella viene inaugurata ufficialmente l’8 marzo 1968 e, nel 1973, viene costituita la cooperativa agricola Loppiano Prima, per sopperire ai bisogni primari.

Negli anni successivi non mancano alcuni eventi importanti che segnano la vita di Loppiano, ad esempio la firma del Patto di amore reciproco tra tutti i cittadini (1980), la creazione, a partire dal 2001, del Polo Imprenditoriale Lionello Bonfanti delle aziende dell’ “Economia di Comunione (di cui daremo a breve maggiori dettagli), la posa ufficiale della prima pietra della chiesa e del complesso polivalente Maria Theotókos nel 2003, l’inaugurazione del primo corso dell’Istituto Universitario Sophia nel 2008 e la nascita, nel 2010, di LoppianoLab, il laboratorio per l’Italia su economia, cultura, formazione, cittadinanza, Intercultura e comunicazione in rete che comprende anche la Expo delle aziende di Economia di Comunione.

 

Loppiano oggi

Oggi a Loppiano ― un bozzetto di società” (per usare un’espressione della stessa Chiara Lubich), “di un mondo unito dall’amore” ― su 165 ettari di terreno, tenuti magistralmente e poco densamente antropizzati, vivono 750 persone.

«Qui si sperimenta una convivenza sociale e civile informata degli ideali e del carisma di Chiara», mi dice Stefania poco dopo il mio arrivo alla cittadella e poi: «diversi tra noi sono impegnati in alcune attività lavorative interne, soprattutto nel settore della prima infanzia, in diversi laboratori artistici e nella Fattoria Loppiano Prima».

Meritano anche menzione un centro di progettazione architettonica e uno studio d’arte specializzato in arte sacra oltre al settore recettivo legato all’organizzazione di convegni.

Dopo una lunga ed appassionante chiaccchierata con Stefania, in un bar del del complesso polivalente Maria Theotókos, raggiungiamo il refettorio dove avrò modo di incontrare altri loppianesi cui fare alcune domande cruciali.

Un membro importante, Daniele Casprini, presenta la cittadella come una comunità del tutto transnazionale, con una integrazione completamente orizzontale.

«Non sono gli italiani che accolgono e questo vale anche per l’appartenenza culturale e religiosa».

Laddove il movimento dei focolari, nel mondo, si manifesta come comunità diffusa sul territorio, a Loppiano, mi dice sempre Daniele, «si manifesta come comunità allocata anche nello spazio fisico».

Accanto ai residenti, a Loppiano vi è un continuo flusso di persone interessate, nell’85% dei casi, alle undici scuole di formazione[1] ed all’istituto universitario cui abbiamo già fatto cenno e di cui torneremo a parlare.

La formazione dei focolarini che si fa a Loppiano, mi dice ancora Daniele, «è tutta orientata alla costruzione di un mondo unito dal valore della fratellanza».

Da un punto di vista economico, a Loppiano vige l’economia di comunione e la condivisione dei beni. «I residenti», precisa Daniele, «possono lavorare integralmente in loco o all’esterno, pur avendo attività all’interno. Tutti però condividono in relazione ai propri ricavi e alle proprie entrate. È una comunione dei beni circolanti, su quelli che sono i bisogni per evitare che ci sia una sproporzione tra chi ha troppo e chi ha troppo poco».

A questo proposito credo giovi menzionare una distinzione importante tra i focolarini consacrati, dediti integralmente al movimento ed i focolarini sposati. I primi, mi diceva Stefania, mettono in comune tutte le proprie entrate, i secondi portano nell’economia comune il superfluo; quello che la coppia, tolte le spese del nucleo famigliare, sentono di dare una volta al mese.

Da un punto di vista decisionale, le diverse realtà della cittadella sono rappresentate in un consiglio cittadino.

Daniele si premura di sottolineare che «Loppiano è una realtà completamente integrata nel territorio» e che, di conseguenza, «i loppianesi sono tutti residenti nel comune di Figline Valdarno essendo, a tutti gli effetti, cittadini d’Italia. Chi viene da fuori, pur essendo perfettamente integrato nella dimensione di Loppiano, è ospite dell’Italia».

In ottemperanza a questo forte senso di appartenenza nazionale, i loppianesi ― diversamente, ad esempio, dagli amici nomadelfi, con cui hanno discreti rapporti di collaborazione ― utilizzano, per i propri figli, le scuole di stato.

«A Loppiano», conclude prima di scappare in motocicletta Daniele, «c’è stata sempre una grande attenzione sul fronte della natura e del paesaggio. Dal punto di vista architettonico abbiamo sempre privilegiato il recupero degli edifici preesistenti. Sul fronte energetico avevamo iniziato un progetto di energie alternative sei anni fa che però, a seguito della grande crisi, si è momentaneamente fermato. Stiamo tuttavia facendo degli studi per sviluppare il più possibile il filone energetico alternativo, dalla geotermia, al fotovoltaico e simili».

 

Innanzitutto, il cibo

«Terre di Loppiano è sinonimo di “vivere bene e sentire sociale” dettato da un’autentica passione per il biologico verso una visione di impegno comune per la salute dell’uomo e la vita della terra, che mette in rete tra loro produttori, distributori, negozi e consumatori per contribuire ad un mondo che coltiva ogni giorno un futuro migliore.

Il progetto nasce dall’esigenza di alcuni imprenditori di aziende agro-alimentari (tra cui Fattoria Loppiano) di creare una linea di prodotti a “marchio unico” che dia visibilità e promuova un nuovo stile di vita e di agire economico, dove l’integrazione di tutti gli attori della filiera, la trasparenza, l’attenzione alla sostenibilità sociale e ambientale sono valori fondanti e  garanzie di qualità dei prodotti nell’interesse del consumatore.

[…]

Con un paniere di oltre 200 prodotti, per la maggior parte con certificazione biologica, a km 0, naturali, testati e garantiti per la loro qualità, di varie tipologie merceologica,  Terre di Loppiano si presenta al mercato con un sito per la vendita on-line e un negozio, dove vi è la possibilità di testare i prodotti, sito presso il Polo Lionello Bonfanti a Incisa in Val d’Arno» (www.terrediloppiano.com).

Nel corso della mia visita alla cittadella, ho modo di incontrare e fare una lunga chiacchierata con Giogio Balduzzi, presidente e amministratore delegato di Terre di Loppiano. La fattoria si sviluppa su 220 ettari di terreno, di cui: 25 a vigneto, 22 a oliveto, una cinquantina a seminativo e il resto è lasciato al bosco o al rimboschimento.

Giorgio vive in loco da circa trent’anni ed è figlio di una coppia di “pionieri”. Inizia presto a lavorare nella Fattoria Loppiano, imparando a faticare nei campi con uno spirito fortemente cooperativo e di profondo rispetto per la natura.

«L’azienda», mi dice, «nasce come prodromo dell’economia di comunione», spiegandomi in poche parole in cosa consista questa singolare prospettiva economica:

«Chiara Lubich, nel corso della sua visita alla città di San Paolo in Brasile, vedendola dall’aereo (che per motivi tecnici non poteva immediatamente atterrare e dunque girava e rigirava sulla città), venne colpita dal contrasto tra i bei grattacieli e, intorno, “una corona di spine” di slum. Seppe presto che all’interno delle favelas c’erano  molte persone che aderivano al movimento dei focolari. Dunque pensò fosse necessario creare delle figure imprenditoriali e aziende che facessero profitto pur avendo solide basi etiche. Che ci fossero rapporti etici interni all’azienda (una maggiore orizzontalità, un maggiore rispetto per i dipendenti, evitare il nero cercando di mantenere la maggiore trasparenza possibile in tutti i passaggi del lavoro, eccetera) e che una parte degli utili fosse destinata ai poveri. Iniziò dunque a delinearsi la visione dell’economia di comunione, nello spirito della quale una parte degli utili venga investita per migliorare l’azienda, una parte per formare nuovi imprenditori e, last but not least, che vi siano risorse da “condividere con i popoli”, che dunque diventino il soggetto principale».

Nell’ambito dell’economia di comunione si stanno sviluppando anche interessanti esperienze di microcredito, una delle quali, mi dice Giorgio, nelle Filippine. Di una che ha recentemente iniziato a muovere i primi passi in Italia parleremo a breve.

Una delle esperienze che ha maggiormente colpito e formato Giorgio nel suo percorso professionale e su cui si è soffermato molto nel corso della nostra chiacchierata riguarda il rapporto, nell’ambito dell’azienda (che non coinvolge solo focolari) di cui è oggi direttore, con i collaboratori.

Giorgio:

«Tempo fa abbiamo vissuto un momento piuttosto importante di crisi. Io feci una proposta a tutti i collaboratori: anziché andare a cercare un finanziamento dalla banca o dal socio, cerchiamo di metterci qualcosa di più di nostro per cui ci abbassiamo tutti lo stipendio a 500 euro e condividiamo un discorso per cui ciascuno tira fuori i propri talenti, le proprie idee e vediamo di uscire da questo vicolo cieco. All’inizio eravamo tutti entusiasti anche se io sapevo che, di lì a qualche mese, sarebbero arrivate le mazzate, per cui si doveva sviluppare un metodo in cui si dava grande valore alle cose, tutto doveva essere rivalorizzato.

Nelle riunioni successive si iniziavano ad avere dei dubbi e ricordo che uno dei dipendenti (che non fa parte del movimento dei focolari) ci disse: non siete voi a credere alla provvidenza?

Aveva capito uno dei punti fondamentali. Questo non significa che uno debba girarsi i pollici perché c’è la provvidenza, piuttosto essere disposti a fare la propria parte perché poi il “socio nascosto” in qualche maniera arriva. Dunque successe che una persona che faceva parte dell’azienda disse: io posso anche rinunciare ai miei 500 euro per lasciarli a quelli che devono pagare il mutuo e questo gesto ci diede una nuova spinta, ci infuse nuova determinazione ad andare avanti. Questa fase è durata un anno in cui c’è stato un grande interscambio ed una grande creatività. Abbiamo tenuto traccia di tutto perché poi i soldi sono stati restituiti. Naturalmente la comunità è stata sempre disponibile all’aiuto e molti di Loppiano ci venivano a chiedere in che modo potessero supportarci. È stato un gran bel periodo, vissuto in azienda. Durante le riunioni era necessario tirare fuori anche le cose più intime, più personali ma davvero è stato un grande banco di prova per creare rapporti più profondi pur mantenendo i ruoli ben chiari».

Nel corso della nostra chiacchierata Giorgio non manca di riportare altri aneddoti, esempi di sforzi per “far passare l’anima del movimento dei focolari nel lavoro di tutti i giorni”.

Sottolinea che l’esperienza aziendale che oggi dirige ― nata su terreni abbandonati, in un condiviso spirito pionieristico ― coinvolge, attualmente, circa 4000 soci che ne hanno comprato le quote per contribuire alla buona riuscita del progetto, parte dei profitti del quale finiscono nell’economia comune di Loppiano.

I soci lavoratori hanno anche creato un’azienda didattica, per divulgare un modo nuovo di fare agricoltura (con metodi biologici).

Lascio Terre di Loppiano non senza aver acquistato alcuni loro prodotti: miele, vino, aceto balsamico, pastasciutta ma, soprattutto, con la bella immagine del “socio nascosto”; momento di convergenza ― poco probabile in altri contesti ― tra cultura aziendale e fede.

 

Tappa successiva: Il Polo Imprenditoriale Lionello Bonfanti

“Il binomio importante è teoria e vita”; è un concetto fondante che mi viene offerto in visita al Polo Imprenditoriale Lionello Bonfanti, il primo in Italia ed uno dei primi in Europa che accorpi aziende che lavorino nello spirito dell’economia di comunione.

Inaugurato nel 2006, ha beneficiato di un’operazione di azionariato diffuso che ha coinvolto 5700 persone ed oggi aggrega 24 imprese, piccole e medie, di diverse tipologie.

«C’è una biodiversità interessante e forse in questa diversità viene fatta l’esperienza più profonda della condivisione», mi dice Eva Gullo, Presidente del Polo e poi: «chi è in un settore di servizi alla persona ragiona in maniera diversa da chi, ad esempio, sta in un settore produttivo. Il nostro costante lavoro è quello di integrare le diversità alla luce di un codice etico che viene firmato assieme al contratto».

Anche nel caso del Polo Lionello Bonfanti, l’appartenenza al Movimento dei Focolari non è necessaria per potervi aderire come, del resto, non è necessaria un’appartenenza religiosa precisa. E’ sufficiente condividere la visione ed i valori che il progetto propone.

La creazione del Polo Lionello Bonfanti, legato alle prospettive dell’economia di comunione è anche stata da stimolo, mi dice Eva, «ad una riflessione che è andata a ripescare un’economia orientata al bene comune, alla reciprocità, eccetera». Parliamo della cosiddetta economia civile, di cui, presso il Polo, è stata costituita una scuola.

«Le aziende presenti al Polo», precisa Eva, «si occupano soprattutto di servizi alla persona». Mi parla di un polo medico con quattro strutture odontoiatriche; «una società cooperativa mista, nata da una ricerca di carattere generale sui bisogni del territorio».

Infine, accenna alla recente approvazione di una società di microcredito per lavorare sullo sviluppo delle imprese che facciano proprie le prospettive dell’economia di comunione e dell’economia civile: MECC., costituita da E. di C. SPA  la società che gestisce il Polo Lionello ― e Fondazione di comunità di Messina, con un hub al Polo Lionello ed uno in sud Italia.

 

Dulcis in fundo: Sophia

«L’Istituto Universitario Sophia è stato fondato da Chiara Lubich all’interno della cittadella focolarina di Loppiano. Il 7 dicembre 2007 è stato eretto canonicamente ad experimentum per cinque anni dalla Congregazione per l’educazione cattolica; approvati nel 2008 gli Statuti, dal 1º agosto 2013 è stato eretto in via definitiva con decreto della medesima Congregazione che gli ha attribuito il nome ufficiale Istituto di Studi Superiori dedicato alla Sapienza divina che rifulge nel mondo da Maria Madre di Dio denominato “Sophia”. Esso si propone come un “percorso di vita, di studio e di ricerca” e un luogo di fraternità.

Improntato all’interdisciplinarità, lo IUS può attribuire iure proprio gradi accademici in Fondamenti e Prospettive di una Cultura dell’Unità, con percorsi integrati e specializzazioni in economia, studi politici e ontologia trinitaria. Giuridicamente si qualifica come un istituto di studi superiori, al quale possono essere applicate le disposizioni delle università pontificie ai sensi dell’art. 814 del Codice di diritto canonico.

Nel 2015 ha conferito un dottorato honoris causa al patriarca Bartolomeo di Costantinopoli».

(Wikipedia: Istituto Universitario Sophia)

 

A Sophia ho modo intervistare Maurizio Passarini, coordinatore della community life dell’università.

Anche parlando con lui emerge la centralità del binomio teoria-vita (oltre a quello, particolarmente enfatizzato a Sophia, dialogo-reciprocità). In altre parole, della necessità che quanto si apprenda in ambito universitario sia concretamente utile nella vita di tutti i giorni, all’insegna della condivisione. «La condivisione», chiosa Maurizio, «fa viaggiare più veloci».

L’offerta dell’Istituto vuole dunque essere quella di «un piano formativo, interdisciplinare, che guardi a tutta la persona, non solo all’ambito cerebrale».

Al momento dell’iscrizione lo studente sottoscrive un “impegno di accoglienza reciproca”, per una vita comunitaria in funzione dello sviluppo di una cultura dell’unità «che diventa reale nel momento in cui se ne fa esperienza».

La gestione di Sophia, mi dice Maurizio, «non si sviluppa attraverso una struttura gerarchica, piuttosto a mezzo di un insieme di centri di responsabilità: dalla presidenza, alla segreteria, ai diversi ambiti accademici. Gestiti non come settori spezzati ma reciprocamente interagenti».

L’Istituto Universitario Sophia lavora in sinergia con l’Università di Perugia (rilasciando un titolo duale) e con la LUMSA (con la quale ha precisi accordi per dottorati e ricerche congiunti).

«E’ tutto in fase di evoluzione, di sviluppo», mi dice Maurizio, «si sta aprendo una grande prospettiva di Global Studies, che riguardi il dialogo interreligioso».

Sul dialogo interreligioso ci soffermiamo, in particolare, con il Professor Ferrara, docente a Sophia di Processi integrativi e relazioni internazionali.

In particolare, il Prof. Ferrara analizza il dialogo interreligioso proprio alla luce delle ricadute benefiche che può avere nell’ambito delle relazioni internazionali, in un mondo «sempre più globale e sempre meno universale», ovvero come le religioni (tutte portatrici di un’istanza universalista che va ben al di là delle condizioni contingenti) possano avere un ruolo di pressione e sensibilizzazione in merito a temi universali come l’ambiente o l’immigrazione.

In conclusione, alcuni dati generali sulla giovane esperienza di Sophia. Ancora Maurizio Passarini:

«Noi abbiamo attualmente 3 dipartimenti: in studi politici, economia e management ed uno che si chiama ontologia trinitaria che coniuga filosofia e teologia. Poi ci sono delle aree di ricerca che sviluppano altri ambiti (sociologia, pedagogia, eccetera).

Abbiamo un certo numero di docenti stabili e molti che invece vengono come incaricati o invitati. Abbiamo una collaborazione con docenti provenienti da diverse parti del mondo per corsi specifici. C’è uno staff che si occupa di vari servizi: biblioteca, amministrazione, trasporti, servizio mensa. Gli studenti sono attualmente provenienti da 23 paesi su 4 continenti, settanta/ottanta dei quali residenti (che dunque fanno l’esperienza in toto di Sophia: di pensiero, studio e vita nel contesto più ampio della cittadella di Loppiano), partecipando alle attività sportive, culturali, eccetera, con la possibilità di sviluppare idee e proporre iniziative».

 

Conclusioni

Credo emerga chiaramente da questo servizio quanto la realtà di Loppiano ― su cui spero davvero di poter ritornare con articoli di approfondimento ― sia complessa e decisamente composita. Abbiamo visto che coinvolge la dimensione religiosa (che, tuttavia,  non è obbligatoria), conoscitiva, imprenditoriale, comunitaria, sociale e potremmo continuare a lungo. Il tutto con un respiro ampiamente internazionale.

Considerando, in conclusione, Loppiano in relazione al mondo delle comunità intenzionali e degli ecovillaggi di cui mi sono ampiamente occupato, credo la cittadella possa rappresentare un esempio interessante di compatibilità tra spirito imprenditoriale, etica e la stessa vita comunitaria. Sono difatti convinto che se la creazione di comunità intenzionali ed ecovillaggi vuole essere uno dei vettori di graduale e progresso sociale, debba accettare le sfide del contemporaneo che credo vertano ― come scrivevo nel testo Comuni, comunità, ecovillaggi ― sulla creazione di comunità prospere e ben organizzate che collaborino e si “mutuo-appoggino” a vicenda. Che, in altre parole, lavorino il più possibile in rete, in una prospettiva di common prosperity, in cui ― se non fosse abbastanza chiaro dall’espressione inglese ― tutti debbano prosperare nel rispetto profondo (anche se non dogmatico) dell’ecosistema che ci ospita. Ricordo affrontammo questa questione in maniera ragionevolmente approfondita con un membro dell’esperienza di Ananda Insubria, in una chiacchierata riportata in questo post.

Dalla breve visita e dalle interviste effettuate a Loppiano, mi sembra che la cittadella dei focolari stia muovendo in questa direzione. Ho visto organizzazione e prosperità, una ricerca sensata di nuovi paradigmi economici, nuove forme imprenditoriali volte a una progressiva, maggiore inclusività.

Una dimensione economica e sociale maggiormente “fraterna” non è, del resto, solo espressione del migliore messaggio cristiano. Lavorando al mio libro Gesù in India? mi sono reso conto quanto spazio abbia, ad esempio, anche nel mondo musulmano (dove Gesù è non solo una delle principali figure profetiche ma assolve anche alla funzione di Messia) e credo oramai sia sufficientemente chiaro ― come possono ben testimoniare i focolari che accolgono nelle loro file persone di diverse religioni ed anche non necessariamente religiose ― quanto sia oggi un’urgenza “universale”.

Fuor di visioni semplicistiche credo dunque che Loppiano possa essere, tra le altre cose, una realtà comunitaria ― transnazionale ed in certa misura anche transreligiosa ― fortemente ispirante, pur con la dose di laicismo che ciascuno decida, eventualmente, di adottare.

Del resto, lungi dall’essere realtà autoreferenti, le esperienze comunitarie dovrebbero proprio essere ― per riprendere quanto diceva Chiara Lubich ― “bozzetti di società”, di cui non dovrebbero dimenticare la complessità, in termini economici, organizzativi e di una sana, il più possibile ecologica, convivenza sociale.

 

Manuel Olivares

www.viverealtrimenti.com

 

[1]Nelle undici scuole di Loppiano si segue il percorso formativo ( della complessiva durata di due anni) per diventare focolarini. Il primo anno viene vissuto a Loppiano, il secondo in un centro simile (ce ne sono circa quaranta in giro per il mondo). Finiti i due anni di formazione ci sono 8 anni “di prova”, nel corso dei quali vengono rinnovati, anno dopo anno,  i voti di povertà, castità ed obbedienza.