Panta Rei: una visita settembrina

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Il progetto Panta Rei nasce con la volontà di recuperare un’area agricola abbandonata e degradata, ma con forti potenzialità. L’idea matura all’interno della cooperativa La Buona Terra, proprietaria del terreno e delle strutture, che gestisce un’azienda agricola a conduzione biologica e opera come fattoria scuola dalla fine degli anni ’80.

In: www.pantarei-cea.it

Erano anni che sentivo parlare di Panta Rei (Centro di esperienze per l’educazione allo sviluppo sostenibile)  e mi ripromettevo di farvi visita.

L’opportunità arriva, inaspettata, a settembre di quest’anno, sulle gambe della meteora Lorenzo Giroffigiornalista de La Sette ─ che mi contatta per visitare, nei giorni appena successivi, “una delle nostre comuni”.

Spiego a Lorenzo che, in quanto Progetto Viverealtrimenti, non abbiamo “nostre comuni” ma che posso provare ad aiutarlo a realizzare il suo servizio per la trasmissione Tagadà.

Pochi giorni dopo visitiamo, insieme, Panta Rei, nei dintorni di Passignano sul Trasimeno.

Lorenzo realizza il suo servizio ed io e Dino Mengucci, fondatore del progetto, abbiamo modo, finalmente, di fare due chiacchiere.

 

Dino fruga nella sua memoria

Corre l’anno 1976 e Dino, di professione steward dell’Alitalia, si occupa del recupero di terre abbandonate ed incolte, lavorando, come suo consueto, “su una logica di partecipazione, di strumenti sociali”. Obiettivo: creare una cooperativa su terreni inutilizzati.

Dino:

«Siamo partiti in 13, io avevo stretto la mano alla sfida. C’era un signore, Spartaco Ghini che ci ha sfidati, ci ha detto vi do 100 ettari di terra a 1000 lire l’anno e voglio vedere se realizzate quello che dite. Lui era un industriale rosso, così era definito. Nel ‘75 avevo avuto del materiale dove erano segnalati, comune per comune, gli ettari di terra abbandonata e noi andavamo in giro per i comuni, dicendo ai sindaci: lo sapete che avete decine, centinaia di ettari di terra abbandonata e che già Adriano levava la terra ai patrizi, perché è un bene comune? Naturalmente non sempre eravamo accolti a braccia aperte. Dunque questo signore ci sfidò, io accettai la sfida e mi licenziai dall’Alitalia. Iniziammo ad avere capre e pecore e, nel tempo, del gruppo iniziale sono rimasto praticamente solo io».

Da allora, Dino non ha mollato e oggi, a 74 anni suonati, sostiene di star vivendo il periodo forse migliore della sua vita.

Fruga ancora nella sua memoria, questa volta molto più recente e ci porta, rapidamente, in California, nel 2008, ospite di una conferenza (Eco-conference) organizzata da Alice Waters, presidente di Slow Food International:

« Alice Water  ha un ristorante ─ Chez Panisse ─ e aveva finanziato una sperimentazione nella scuola Martin Luther King di Berkley, dove c’era il 60% di abbandono scolastico:  una formazione di 5 anni e le lezioni erano tutte sul  cibo. I ragazzi restavano a scuola anche oltre l’orario scolastico. Hanno aperto la mensa ai ragazzi delle banlieues e questo entusiasmo ha portato l’economia della mensa in attivo. Dunque lei diceva, nel corso della Eco-conference, che l’altra economia aveva già raggiunto lo 0.8% del PIL mondiale e cresceva dell’80% all’anno. Fui ospite dell’organizzazione per una decina di giorni. Facemmo dei giri nella Middle Valley e c’erano delle imprese agricole, ne ricordo una in particolare con 3000 famiglie che prendevano la cassa di prodotti ogni settimana per 30 dollari (la pagavano anticipatamente) e avevano appena fatto un piano di ristrutturazione aziendale per 3 milioni di dollari. Ci diedero una cassa, ce la fecero pesare e poi ci dissero: andate al supermercato e vedrete che, prendendo la stessa quantità di prodotti, pagherete 29 dollari e 60. Dunque non è solo per ricchi, il biologico, il naturale non costa di più ma se tu all’agricoltore gli dai certezza di consumo e sostegno economico, il biologico è del tutto sostenibile».

Ma veniamo proprio alla storia di Panta Rei, ce la racconta sempre lui:

«La fortuna nostra è che un’insegnante, nel 1980, ha chiesto se poteva venire a mostrare le capre ai bambini. La passione di lavorare con i bambini è stato veramente quello che ci ha fatto fare il salto.

Panta Rei è nato da un evento particolare. Nasciamo come cooperativa La buona terra e come fattoria/scuola. Nel ‘93, in luglio, abbiamo avuto un incendio e fortuna volle che ero invitato in Francia a un convegno sulla fattoria scuola e c’era il responsabile del centro di tecnologie alternative nel Galles che raccontava la loro storia. Partivano da un’ex cava di ardesia abbandonata dove un gruppo di architetti e ingegneri stavano costruendo delle eco-cabin, delle biostrutture dove le scolaresche vivevano per una settimana e se non salvaguardano l’energia stabilita procapite restavano senza corrente elettrica. Learning by doing. Dunque lo invitai qui e lui vide i capannoni che avevamo, semidistrutti dal fuoco e ci diede dei consigli preziosi che tentammo di mettere in pratica al meglio. Così, all’insegna della bioedilizia, nacque Panta Rei: tutto scorre».

Oggi Panta Rei è un Trust a scopo sociale in cui sono coinvolte 100 persone-beneficiarie. Ognuno ha versato 5000 euro (con diverse formule: in una soluzione unica, pagando 100 euro al mese o 1000 all’anno). Nessuno ha più diritti degli altri ma ognuno è controllore dell’amministratore del Trust. La missione, sostiene Dino, è educarci alla consapevolezza dei gesti quotidiani. Essere aperti, accoglienti, includenti.

Oggi Panta Rei aderisce a diversi gruppi di acquisto e a diverse reti (ad esempio: la RIVE, la Rete delle Reti, Italia che cambia, Rete di economia solidale e Transition Town).

Nell’ambito della cooperativa La Buona Terra si produce olio (dispongono di un uliveto con 1800 piante), un po’ di miele e carne da pecore, capre, mucche e maiali, polli e conigli, per il solo autoconsumo.

Bioedilizia, permacultura, orto sinergico e gestione del territorio sono le principali key words del progetto Panta Rei di cui si potrebbe, naturalmente, scrivere molto di più ma, essendo in era di ipertesto, rimando, per maggiori informazioni, al sito dello stesso.

Che la navigazione vi sia propizia!

 

L’incontro con Vanni Ficola

Quel giorno a Panta Rei, prima che con meteora Lorenzo Giroffi ci ricaltapultassimo a Roma, abbiamo avuto modo di conoscere anche Vanni Ficola, un agronomo che si occupa di agricoltura naturale conservativa e si è specializzato nell’uso di microrganismi effettivi, sulle tracce  del Professore giapponese Teruo Higa che ─ cercando un’alternativa all’uso di pesticidi in agricoltura ─ li ha scoperti circa 35 anni fa.

I microrganismi effettivi, ci spiega Vanni, “sono un acceleratore”:

«In agricoltura questi microrganismi effettivi rivitalizzano dei terreni morti ma oggi trovano applicazione in tutti i settori perché determinano la vita su questo pianeta e dove li mettiamo hanno effetti benefici per l’uomo. In condizioni ordinarie un terreno, per ritornare in salute, impiega circa 30 o 40 anni mentre utilizzando questi microorganismi non ne servono più di 3 o 4. In agricoltura tutti hanno ormai capito che il biologico è meglio dell’agricoltura industriale ma il passaggio dall’agricoltura industriale a quella biologica determina un grande calo di produzione perché il terreno è, appunto, morto. Con questi microrganismi si può, invece, accompagnare una riduzione graduale del chimico in tempi ragionevoli. Pensa che stanno utilizzando questi microorganismi a Fukushima per rimettere in sesto i terreni devastati dalle radiazioni nucleari.

Il professor Teruo Higa ha pensato che la sua scoperta non dovesse finire in mano alla speculazione e dunque creò una onlus i cui proventi siano destinati ai paesi in via di sviluppo: Emro Japan.

Il Brasile è il paese che fa maggiore uso di questi microorganismi».

 

Come utilizzare, in pratica, i microrganismi effettivi

L’utilizzo dei microrganismi effettivi oltre ad essere ecologico, economico e solidale sembra proprio essere anche piuttosto semplice.

In pratica si tratta di una soluzione liquida che ne riunisce un gruppo, allo stato dormiente, in una formulazione madre (M1). Debbono essere riattivati con dello zucchero e poi possono essere distribuiti in diluizione (ne bastano 60 litri ad ettaro) con costi molto bassi.

L’unica regola imposta dal Professor Teruo Higa è che, pur essendo questi microrganismi a disposizione di tutti per essere riattivati (da un litro di M1 se ne fanno 20 litri), debbono essere per autoconsumo, dunque non possono essere venduti.

L’unico organismo preposto alla vendita è, difatti, la Emro Japan, con gli intenti di cui sopra. I prodotti a base di microrganismi effettivi sono dunque fuori dai circuiti commerciali ordinari per quanto, in Europa, ce ne siano di provenienza tedesca, certificati ed afferenti all’organizzazione di Teruo Higa.

 

Ancora Vanni:

«Io insegno alla gente a produrseli da soli ma chi non avesse tempo o voglia di farlo li può comprare. Io, quando ho imparato a conoscerli, ho fondato un’associazione: Puliti senza chimica ed ora viaggio in tutt’Italia e insegno ad utilizzarli, in casa, in efficace alternativa a tutti i detersivi. Sappiamo, del resto, che la maggior parte dell’inquinamento proviene dalle abitazioni ed il vantaggio è doppio perché, immettendoli nel sistema fognario, contribuiscono a risanare mari e fiumi.

I microorganismi effettivi, diluiti in acqua, creano un biofilm e, siccome non dormono, lavorano 24 ore al giorno. Il risultato soprattutto per le donne è un risparmio di oltre il 60% del tempo. Loro lo sporco lo mangiano e lo trasformano. I flaconi possono essere alla lavanda o al limone o altro.

Non è una cosa da specialisti, è, piuttosto, universale! Non ci sono controindicazioni e, dunque, non debbono nemmeno essere tenuti lontani dai bambini.

Noi come associazione li distribuiamo agli oltre 500 associati, a livello nazionale.

I microrganismi non hanno i denti ma trasformano la sostanza. È tutto un rapporto quantità/tempo. Se si usa una diluizione minore, bisogna dare loro più tempo per lavorare. Hanno la maggiore funzione antiossidante che si conosca oggi. Antiossidanti significa che sono contro la degenerazione, contro la putrefazione. Spruzzati in casa tolgono tutti i cattivi odori e, essendo anche anti-ionizzanti, nel momento in cui si usano per spolverare impediscono alla polvere di ridepositarsi. Io non uso più dopobabrba, shampoo, nulla, “mi mangiano tutto loro”. Noi sulla pelle abbiamo più di mezzo chilo di microrganismi, con funzione di difesa. Una frase importantissima di Teruo Higa è: “c’è solo un caso in cui non funzionano: dove non arriva la fantasia dell’uomo!”».

Anche in questo caso, ci sarebbe ancora molto da dire e, di nuovo, rimando ai siti già segnalati, tanto dell’Associazione Puliti Senza Chimica quanto della Emro Japan.

Che naufragar vi sia dolce nel loro mare, prodigo, ovviamente, di microrganismi effettivi!

 

Manuel Olivares

www.viverealtrimenti.com