Prospettive di turismo comunitario presso comunità intenzionali ed ecovillaggi.

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Intervista a Manuel Olivares, autore del testo Comuni, comunità, ecovillaggi. L’intervistatore, Mattia Confalonieri, si sta laureando in Scienze del turismo e culture del territorio con una tesi dal titolo: Turismo Comunitario, tradizione e collaborazione. Italia e Namibia, realtà a confronto, potenzialità del turismo comunitario e permacultura per uno sviluppo sostenibile dell’ambiente.

Manuel Olivares, sociologo di formazione, vive e lavora tra Londra e l’Asia. Esordisce nel mondo editoriale, nel 2002, con il saggio Vegetariani come, dove, perchè (Malatempora Ed).
Negli anni successivi, ancora con Malatempora, pubblicherà: Comuni, comunità ed ecovillaggi in Italia (2003) e Comuni, comunità, ecovillaggi in Italia, in Europa, nel mondo (2007).
Nel 2009 fonda l’editrice Viverealtrimenti, per esordire con Un giardino dell’Eden, il suo primo testo di fiction e Comuni, comunità, ecovillaggi, il suo terzo su un antico e moderno movimento di comunità sperimentali ed ecosostenibili.
Nel 2011 pubblica Yoga based on authentic Indian traditions (tradotto, nel 2013, in italiano con il titolo Yoga dall’autentica tradizione indiana) e Barboni sì ma in casa propria, una raccolta di racconti e poesie. Nel 2012 pubblica Con Jasmuheen al Kumbha Mela, dipanando un interessante accostamento tra New Age e tradizione.

 

Puoi introdurmi sinteticamente al mondo delle cosiddette comunità intenzionali ed ecovillaggi?

Per l’americana Fellowship for Intentional Communities -FIC-  una comunità intenzionale è “un gruppo di persone che hanno scelto di lavorare insieme con l’obiettivo di un ideale o una visione comune”. Credo sia una definizione semplice ma sufficientemente esplicativa. Io aggiungerei “vivere e” a “lavorare insieme…”. Esperienze di comunità intenzionali ed ecovillaggi esistono da tempi molto antichi, a partire, ad esempio, da quella degli Esseni attiva,  in Palestina, tra il secondo secolo A.C. ed il primo secolo D.C.
Il termine ecovillaggi si riferisce ad esperienze senz’altro più recenti. Si tende ad utilizzare con una frequenza sempre maggiore, probabilmente per l’urgenza di una decisa conversione ecologica. Mutuato dall’inglese eco-villages, viene utilizzato per la prima volta da Robert e Diane Gilman nel testo Eco-villages and Susteinable Communities (The Gaia Trust, 1991).
Volendo offrire una definizione “formale”, “gli ecovillaggi sono insediamenti umani che integrano varie attività, non producono danni all’ambiente naturale, si basano sullo sviluppo olistico e spirituale dell’uomo e possono continuare indefinitamente nel tempo”.
Molte comunità intenzionali e la maggior parte degli ecovillaggi sono oggi confederati, a livello internazionale, nel GEN (Global Ecovillage Network).
In Italia è attiva la RIVE (Rete Italiana Villaggi Ecologici) che aderisce al GEN.

Puoi quantificare, approssimativamente, il fenomeno? Quante comunità intenzionali ed ecovillaggi sono attivi, oggi, in Italia?

Stando agli ultimi dati, alla RIVE aderiscono oltre 20 realtà già collaudate (alcune da oltre 30 anni) ed una trentina in via di costituzione o che stanno muovendo i primi passi. Esistono poi diverse altre realtà comunitarie, anche di una certa consistenza, che per un motivo o per l’altro mantengono una propria dimensione autonoma. Una di queste è, ad esempio, la storica comunità cattolica di Nomadelfia, in provincia di Grosseto o la comunità Ananda Assisi. Merita menzione anche il nascente Ecovillaggio Solare di Jacopo Fo, in Umbria. Per fare appena tre esempi. In generale, possiamo dire che il mondo delle comunità intenzionali e degli ecovillaggi in Italia, in buona parte organizzato in un movimento, sia oggi in forte crescita.

 

Pensi che il movimento delle comunità intenzionali e degli ecovillaggi in Italia abbia delle aperture nei confronti del turismo comunitario?

L’ambito comunitario italiano è abbastanza variegato. Sicuramente ci sono delle realtà che si muovono in maniera tendenzialmente imprenditoriale che possono includere, tra le loro attività, anche quella del turismo comunitario. A livello internazionale possiamo senz’altro citare la comunità di Findhorn Foundation, in Scozia, dove si organizzano workshops di vario genere che prevedono l’adozione, almeno durante la frequentazione degli stessi, di uno stile di vita comunitario. Ricordo ad esempio un’experience week che feci a Findhorn nel 2005. I partecipanti avevano ciascuno una propria stanza in una casa in cui condividevano gli spazi comuni (bagni e cucina, che fungeva da punto di aggregazione). Una situazione non dissimile si trova ad Auroville, in India dove, tuttavia, in virtù di una maggiore accessibilità economica, è più facile vivere a lungo. Io ricordo ci sono stato per circa due mesi. Anche lì, nelle diverse guest-houses, si condividono, con deciso spirito comunitario, gli spazi comuni. Chi vuole può poi approfondire diversi aspetti della vita comunitaria partecipando alle assemblee (cosa che io stesso ho fatto) o aderendo ad uno dei molti gruppi di lavoro. Sicuramente Auroville ha una buona vocazione per il turismo comunitario essendo, tra l’altro, sul mare ed avendo posti molto interessanti e belli, da visitare, a non molta distanza. Difatti viene abbastanza valorizzata, in questo senso. Un’altra esperienza interessante è quella di Sarvodaya, in Sri Lanka, una ONG che supporta le piccole comunità locali, mettendo proficuamente in rete migliaia di villaggi tradizionali, in una prospettiva squisitamente gandhiana. Non avendo più accesso ai fondi per la cooperazione, Sarvodaya sta tentando di sviluppare un approccio maggiormente imprenditoriale e, tra le altre cose, sta promuovendo diversi pacchetti di “turismo comunitario”. E’ difatti possibile visitare i luoghi più belli dell’isola con il supporto dello staff dei diversi distretti dell’organizzazione ― presenti un po’ in tutto il paese ― alloggiando presso alcune sue strutture o in hotel convenzionati.

In Italia troviamo forme di “turismo comunitario” in diverse realtà di ecovillaggio, soprattutto “turismo impegnato”, legato cioè ad attività formative. Senz’altro a Damanhur, in cui sono previste visite a tema ed è attiva un’università comunitaria dove si possono frequentare corsi di vario genere, soggiornando periodi più o meno lunghi in una delle sue comunità. Damanhur ha buone strutture recettive, con stanze individuali e spazi comuni, sulla falsa riga di quelle che troviamo a Findhorn ed Auroville (senza mai dimenticare che, in quest’ultimo caso, siamo in India, dunque in un posto in cui è difficile, malgrado tutti gli sforzi, mantenere standards di vita europei). Anche Torri Superiore offre la possibilità di soggiornare in una foresteria dell’ecovillaggio, soprattutto in concomitanza con la frequentazione di workshops di vario ordine e grado. Lo stesso vale per Ananda Assisi, La Città della Luce, il Villaggio Verde, LUMEN e Pignano, il cui gruppo residente lavora all’interno della ricezione turistica della villa dell’antico borgo, adibita ad agriturismo. Vi vengono anche organizzati corsi relativi ai temi dell’ecologia ed eventi vari, come workshop d’arte, matrimoni, banchetti etc..

Un interessante laboratorio di turismo alternativo è quello di Jacopo Fo nella sua originale realtà di Alcatraz, da dove sta partendo il progetto dell’Ecovillaggio Solare.

Da quello che mi dici sembrerebbero attitudini “individuali” di alcune comunità ed alcuni ecovillaggi?

Sì, come ti dicevo il mondo comunitario ed eco-comunitario italiano è abbastanza variegato. Esistono diverse realtà che perseguono fondamentalmente l’autosufficienza economica ed energetica avendo un’economia quasi esclusivamente “di sussitenza”, altre maggiormente protese alla conquista di migliori standards di benessere  e dunque, per usare un’espressione inglese, maggiormente business-oriented. Diverse tra queste hanno nella recezione turistica una delle loro voci d’entrata.

Il rapporto con il busines è a mio vedere controverso nell’ambito del movimento, con venature che definirei “pauperiste”, pur consapevole che il termine non rende pienamente giustizia ad approcci più sfumati, senz’altro presenti. Personalmente, cercando di coltivare una visione del “vivere insieme” che lo collochi sinallagmaticamente nel mondo ordinario (da cui non credo debba sentirsi distaccato, onde evitare possibili derive “autoreferenziali”), a fronte di una necessaria dinamizzazione dell’economia occidentale (dove stanno scomparendo i cosiddetti posti fissi e dove bisogna essere vieppiù capaci di guadagnarsi fino all’ultimo euro), sospinta dalla necessità di fronteggiare l’aggressività e competitività dei paesi emergenti, credo che la cultura dei business etici, ecologici e dal volto umano sia quella vincente e dunque da perseguire.

 

Non pensi che alcuni network come la RIVE possano concorrere a facilitare questo genere di attitudini, svolgendo, ad esempio, attività di facilitazione e coordinamento?

Certamente sì. Potrebbero anzi dovrebbero farlo ma, al momento, mi sembra stiano seguendo un’altra agenda, con altre priorità, senza uscire ― cosa che, coinvolgendo più persone, con orientamenti diversificati, sarebbe invece possibile oltre che auspicabile ― da una dimensione ancora di nicchia. Cosa vuoi che ti dica, al solito è una questione di punti di vista. A me l’idea del turismo comunitario sembra interessante e mi auguro davvero possa avere un numero crescente di sostenitori ed operatori, cui faccio i miei migliori auguri.

In generale, le comunità italiane (non necessariamente quelle intenzionali), i borghi italiani, sviluppano realtà di turismo comunitario in cui coinvolgono in modo attivo gli abitanti nella programmazione turistica. L’inserimento di attività turistiche all’interno di comunità intenzionali ed ecovillaggi che prospettive potrebbe avere e quali effetti generare?

Fermo restando che stiamo parlando di un fenomeno ancora di nicchia (che resterebbe tale anche se venisse implementato; per crescere seriamente di scala credo sia necessario ancora un po’ di tempo), trovo abbia prospettive interessanti a diversi livelli. Le comunità possono beneficiarne avendo uno scambio fruttuoso con persone che, pur simpatizzando con le istanze comunitarie, vivono ancora inserite in un contesto sociale ordinario. Quello che io ho identificato come uno dei possibili rischi di una scelta comunitaria è la tendenza più o meno accentuata a ripiegarsi su se stessa. Naturalmente di questo la maggiorparte dei comunitari mi sembra ben consapevole e gli incontri periodici della RIVE, aperti anche ad “esterni” ― oltre a diverse attività intercomunitarie ― possono avere un effetto riequilibrante. Tuttavia, la concezione che personalmente coltivo è a maglie ancora più larghe. Io credo che qualunque realtà comunitaria debba essere relativamente nota ed accessibile anche all’italiano medio oltre a colui/colei che simpatizza e che, in un modo o nell’altro, è già coinvolto/a in attività che possano esprimere una prossimità culturale (ad esempio l’adesione ad un gruppo di acquisto). La possibilità per una famiglia media italiane di trascorrere le sue vacanza in una comunità è senz’altro un’opportunità interessante per tutti i soggetti coinvolti ― comunitari e non ― che può contribuire a diffondere il modello culturale in questione. C’è poi, naturalmente, l’aspetto economico. Fare turismo comunitario può essere un’interessante fonte di entrata per molte comunità che abbiano nella prosperità ed in una buona organizzazione due valori fondanti. Sicuramente ne guadagna anche la sensibilità ecologica dei “turisti” e naturalmente si dovrebbero creare i presupposti per scambi ulteriori. Uno sforzo di buona accessibilità economica, da parte delle comunità, può sicuramente beneficiare le famiglie in visita (e la cosa, in un periodo di difficoltà generalizzata come quello attuale, non è certo banale). Le prospettive, nel tempo, credo possano essere buone, soprattutto se si riuscisse a sviluppare una visione vieppiù pragmatica senza incoraggiare le ultime, inevitabili scorie ideologiche che riportano, di tanto in tanto, agli anni ’70. Sulla necessità di de-settantizzare il movimento comunitario italiano ricordo era pienamente d’accordo anche Falco, il fondatore della Federazione di Comunità di Damanhur, con il quale affrontammo la questione nel corso di un’intervista. In conclusione, venendo alla tua di intervista (di cui naturalmente ti ringrazio), ti consiglio di coinvolgere altri soggetti, ad esempio Francesca Guidotti, attuale Presidentessa della RIVE e persone immediatamente coinvolte, delle realtà comunitarie cui ti facevo cenno.

Proprio in chiusura, vivendo oramai da quasi dieci anni la maggiorparte del mio tempo all’estero, non posso che sollecitare, tra le altre cose, un turismo comunitario internazionale ed intercontinentale (noi italiani scontiamo un certo provincialismo), ad esempio in realtà come Findhorn Foundation, Auroville, Sarvodaya, Crystal Waters ecc.

A mio modo di vedere una delle attività della RIVE e del GEN dovrebbe essere l’implementazione di “scambi culturali” tra realtà comunitarie e di ecovillaggio a livello internazionale (naturalmente qualcosa si sta già facendo, in questo senso), per incoraggiare quella che io definisco “la globalizzazione buona”.