Qadian, dicembre 2014

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Qadian, dicembre 2014

Dopo il post sull’esperienza in Ladakh ― nell’ambito della ricerca per la realizzazione del testo Gesù in India? ― uno sulla tappa successiva del viaggio di ricerca. Precisamente a Qadian, in Punjab, nella sede storica della Comunità Islamica Ahmadiyya. Buona lettura!

 

E’ stato molto bello…
non domandarmi dove porta la strada,
seguila e cammina soltanto

(Franco Battiato)

 

L’8 Aprile 1336 nasce a Kesh (oggi Shahrisabz), nell’odierno Uzbekistan, Timur Barlas, detto anche Temur-i Lang e conosciuto, in italiano, con il nome temibile di Tamerlano.

 

 

Il suo luogo natale è poco distante dalla celebre Samarcanda ― importante snodo della Via della seta (riportata nella foto) e punto d’incontro tra mondo greco e indiano ― che avrebbe successivamente scelto come capitale del suo impero e, nel 1405, come luogo di sepoltura.

Il famigerato impero timuride si radicò in Persia e Asia centrale, fino a parte dell’India del nord, amministrato dall’omonima dinastia.

Considerato l’ultimo grande conquistatore nomade delle steppe euroasiatiche, Tamerlano si autodefiniva “la spada dell’Islam” e l’erede di Gengis Khan.

L’impero timuride, nell’ambito del quale nacque anche Zahir-ud-din Muhammad Babur (discendente da Tamerlano da parte di padre e da Gengis Khan da parte di madre), fondatore dell’impero Moghul in India, si sarebbe presto ― culturalmente ― persianizzato. Del resto, la cultura persiana ha dominato l’Asia centrale sin dai primi tempi dell’espansione islamica.

Membri di ceti dominanti persiani, vantando una discendenza da importanti condottieri e conquistatori, iniziarono a fregiarsi con il titolo di Amīrzāde: figlio del capo.

La parola è difatti composta dal titolo arabo Amir (riconducibile alla radice semitica Amr): comandare e dal suffisso persiano zād: nascita, lignaggio.

Ci è probabilmente più famigliare la parola Emiro, italianizzazione di Amir: il titolo con cui si qualificava Tamerlano, non potendo utilizzare né quello di Khan ― in quanto non discendente da Gengis Khan ― né quello, islamico, di Califfo ― in quanto non era membro della tribù Quraysh del Profeta da cui era iniziata la discendenza califfale ― .

Da Amir e Amīrzāde deriva il titolo, nobiliare, di Mirza, conferito da re, sultani e imperatori a figli, nipoti, parenti e nobili che ne vengono considerati meritevoli.

Con la nascita dell’impero Moghul in India, nella prima metà del sedicesimo secolo, il titolo raggiunge anche l’Asia del sud che, nelle vaste aree conquistate dall’Islam, ricade a sua volta sotto l’influenza culturale persiana.

Tutti gli imperatori Moghul, a partire dal già citato fondatore dell’impero, Mirza Zahiruddin (1483-1530), maggior-mente conosciuto come Babur, sarebbero stati dunque dei Mirza.

Nel corso del regno di Babur giunge in India (precisamente in Punjab) ― da Samarcanda ― Mirza Hadi Baig, un erudito candidato ad essere il primo qadi (giudice in grado di applicare con competenza i dettami della sharia) della zona.

Il primo imperatore Moghul gli concede giurisdizione su 80 villaggi punjabi.

Mirza Haid Baig chiama il centro amministrativo locale Islam Pur Qazi da cui verrà, successivamente, ricavato il nome di Qadian.

Nel tempo, a seguito di diversi avvicendamenti di potere (che privilegeranno, in principio, i sikh cui si sostituiranno, nella seconda metà dell’Ottocento, gli inglesi), i discendenti di Mirza Haid Baig perderanno la giurisdizione sui villaggi e lo stesso centro amministrativo, pur rimanendone gli esponenti più importanti.

Nel 1889 prende corpo, a Qadian, per iniziativa di Mirzā Ghulām Ahmad ― pronipote di Mirza Haid Baig ― la Comunità Islamica Ahmadiyya.

La città diventa dunque la capitale del Califfato Ahmadiyya fino al 1947, data dell’indipendenza dell’India e della nascita ― purtroppo non incruenta ― del Pakistan, dove si trasferisce il Califfato (gestito, a sua volta, da Mirza) fino al momento in cui le circostanze rendono necessario un ulteriore trasferimento a Londra (per maggiori informazioni al riguardo consigliamo la lettura dell’articolo Comunità Islamica Ahmadiyya: eterodossia e non-violenza).

Qadian rimane, tuttavia, la “città santa” degli ahmadiyya, continuando a ospitare, annualmente, uno dei diversi Jalsa Salana, incontri annuali della Comunità che si tengono a livello internazionale.

Fatta quest’articolata premessa, riprendiamo le fila del nostro diario di viaggio lasciando spazio al racconto della mia esperienza in loco:

 

Breve diario di viaggio

Giungo a Qadian a ora tarda. Sono circa le 21.00 e le strade si sono quasi integralmente svuotate. Echeggiano rumori di chiusura di negozi. La stazione degli autobus è un piazzale sterrato e desolato dove il vento fa capriolare cartacce e spazzatura leggera. Non vedo taxi, né tuk tuk, né rickshaw. Aijaz (membro della Comunità, di cui parlo in pagine precedenti del diario di viaggio, che mi ha agevolato nel relazionarmi con essa) mi ha chiamato un paio di ore fa, per accertarsi che fossi sulla buona strada. Il treno da Varanasi ad Amritsar è arrivato con un congruo ritardo e dalla città santa dei sikh ci sono volute un paio di ore per raggiungere Qadian. Ho tuttavia un altro numero di telefono, di Nasim Khan. Lo utilizzo. Nel momento in cui lui sente che non ci sono mezzi di trasporto nelle immediate vicinanze mi chiede di passargli un locale. C’è una piccola officina a due passi da me. Chiedo al ragazzo, che mi sta già guardando con la solita curiosità indiana, di parlare con il mio interlocutore telefonico. Lui è ben contento di farlo.

Segue un breve scambio di battute poi il ragazzo, ridandomi il cellulare, mi dice: «ti porta mio fratello in motocicletta, non sei lontano!».

«Grazie!», gli rispondo.

«Prego, Assalamu-Alaikum!»

  «Assalamu-Alaikum!», rispondo confuso, sbagliando risposta.

La risposta esatta sarebbe difatti Wa-Alaikum-Al-Salaam ma mi devo abituare al nuovo saluto. Nei primi giorni a Qadian farò più di una volta la gaffe di salutare con Namasté, peculiarmente hindu (vivendo, in India, a Varanasi). I miei ospiti, tuttavia, pur non essendo tali, non avranno obiezioni.

Salgo sulla motocicletta “salvifica”. Il guidatore si disimpegna per vicoli stretti, a tratti angusti. La cittadina mi si presenta subito come piuttosto accorpata, ricordando, pur alla lontana, un nostro borgo cinquecentesco di pianura.

Raggiungiamo in fretta il quartier generale della Comunità Ahmadiyya. Anche questo si presenta piuttosto compatto e squadrato, con un’ampia corte centrale, due piani di foresteria e molte stanze affiancate le une alle altre su spartani ballatoi.

Chiedo nuovamente di Nasim ma lui non è in loco. Vengo piuttosto invitato a entrare in un ufficio immediatamente vicino alla modesta cancellata d’ingresso. Lì un uomo di mezza età, che ne è evidentemente il responsabile, mi invita a sedere su una sedia girevole.

 

Debbo aspettare un quarto d’ora-venti minuti prima che si possa dedicare a me, sta indolentemente terminando di discutere con un’altra persona. Si sta avvicinando il Jalsa Salana, l’incontro annuale degli ahmadiyya e ― ero stato avvertito ― c’è un certo fermento.

Sono piuttosto stanco, vagamente infreddolito, per quanto nell’ufficio possa godere del tenue tepore di una stufa elettrica. Vengo poi sollecitato a raggiungere il vicino, intimo refettorio.

«Ora mangia», mi dice il receptionist, «la stanza è già pronta e mettiti completamente a tuo agio, sei arrivato a casa!».

«Lo so!», rispondo istintivamente.

Mangio della buona carne di montone e sono ben contento, subito dopo, di ritirarmi.

La stanza è grande, accogliente anche se spartana. Ha quattro letti, due affiancati a farne uno matrimoniale. Non c’è nessun tipo di riscaldamento. La città ha un clima spaventosamente umido, da Pianura Padana. Le lenzuola sono quasi bagnate. Mi sono portato la mia coperta ma altre coperte sono a disposizione. Mi corico subito, godendomi un documentario sul mio laptop.

L’indomani sono nell’ufficio di Nasim Khan, un po’ discosto dalla foresteria in cui sono alloggiato. Mi rendo conto che il quartier generale della comunità è distribuito in diversi edifici, il principale dei quali è la piccola cittadella fortificata della famiglia di Mirza Ghulam Ahmad, dove c’è anche una grande moschea ed un alto minareto bianco. Nella cittadella c’è anche una piccola banca, che non dà e non richiede interessi ai propri correntisti.

Nasim Khan è il Director of Internal Affairs della Comunità e mi accoglie con calore. Sa del mio progetto editoriale e mi dice che intende affiancarmi un ragazzo, per assistenza.

Questo arriva dopo pochi minuti. Si chiama Zabi Ullah, ha ventitre anni, è un ingegnere informatico e sarà una sorta di sobrio angelo custode nel corso della mia permanenza a Qadian.

Ci mettiamo presto al lavoro. Mi porta nella biblioteca della comunità, poi in un altro complesso, in città, dove gli ahmadiyya hanno la propria casa editrice, il proprio studio di registrazione, sale per conferenze e incontri e altro ancora. Mi vengono regalate alcune copie di libri attinenti alla mia ricerca. Mi viene regalata una copia del Corano in italiano. Uno dei progetti culturali degli ahmadiyya, infatti, è stata la traduzione del libro sacro dell’Islam in settantadue lingue diverse.

La mia permanenza dagli ahmadiyya si rivelerà una full immersion nel loro essere musulmani e, in misura minore, nell’Islam in generale.

Mi rendo presto conto delle mie gravi lacune nella conoscenza di un mondo che ha dato un contributo incredibilmente profondo alla storia degli ultimi mille e quattrocento anni.

Le giornate a Qadian trascorreranno in modo intenso ― talora punteggiate di problemi pratici ― e disvelatore.

Avrò modo di apprezzare la versatile signorilità dei miei ospiti, scoprirò storie di antiche aristocrazie, angolazioni inedite sul nostro mondo cristiano e il suo fondatore, modi diversi di essere ugualmente ahmadiyya, relazionandomi, nel corso del Jalsa Salana, con convenuti kirghisi, nigeriani, palestinesi, indonesiani e molti pakistani.

Nel corso di molte sere, rannicchiato sotto la mia coperta, asciugando con il calore del corpo le lenzuola umide, en-trerò, con la dovuta discrezione, nelle sure coraniche.

Parteciperò a una spontanea agape fraterna, condividendo un pranzo a base di pollo fritto. Ci serviremo tutti, con le mani, dagli stessi piatti stracolmi, senza grettezze individualistiche di sorta e avrò così modo di riscoprire la nobile freschezza del cristianesimo originario.

Leggerò, fotocopierò, procederò nella ricerca, avrò contatti preziosi per portarla avanti in altre terre, mediterò comodamente sul soffice tappeto di una moschea semideserta, ritrovando per alcuni attimi il significato etimologico del termine Islam: pace e sottomissione (o, per usare un termine più morbido, probabilmente più vicino alla nostra sensibilità secolare: abbandono), sentendone la buona risonanza con lo slogan ahmadiyya: amore per tutti, odio per nessuno.

Lascio Qadian in un primo pomeriggio assolato, per un comodo albergo di Amritsar e altre lenzuola umide da tremare.

Zabi Ullah mi accompagna in motocicletta alla stazione degli autobus, con la valigia incastrata malamente tra i nostri corpi.

L’autobus sta già rombando nel piazzale sterrato e desolato. Devo salire di corsa, non c’è tempo per congedi prolissi. Del resto, non c’è proprio niente da dire se non: «grazie!».

«Grazie a te!», mi risponde Zabi Ullah, senza perdere la sua sobrietà, espressione di antiche fierezze e incrollabili bandoli di senso.

Parto da Qadian con contenuta commozione, grato per aver avuto una piccola-grande opportunità conoscitiva e aver brevemente visto il mondo con altri occhi.

“È stato molto bello”, si è aperta una nuova strada a Qadian, da camminare soltanto…