Razzismi mal mascherati: due pesi e due misure

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Razzismi mal mascherati: due pesi e due misure

A cura di Silvio Marconi, autore di Quando una farfalla batte le ali in Cina

 

A volte si notano contraddizioni che possono apparire stupefacenti. Si pensi a quegli esponenti della politica italiana (dall’eurodeputato PD Pittella alla Commissaria Europea agli esteri Mogherini, per citarne solo due) che sacrosantamente proclamano di dover lottare in Italia contro il razzismo, contro  rigurgiti neofascisti e contro ogni apologia del fascismo e nel contempo sostengono apertamente il regime golpista di Kiev, che fa della discriminazione etnica uno dei suoi cardini, che bombarda i civili del Donbass (classificati come “ barbari asiatici moscoviti” o direttamente come “subumani”) e soprattutto che glorifica ufficialmente  i collaborazionisti ucraini dei nazisti della Seconda Guerra Mondiale (mentre distrugge i simboli della lotta contro il nazifascismo), usa nella guerra contro il Donbass reparti esplicitamente neonazisti ed ha fra i suoi dirigenti civili e militari personaggi che si richiamano al nazismo.

Se si approfondisse meglio la Storia recente dell’Occidente forse ci si stupirebbe di meno, perché  l’uso di due pesi e due misure è in realtà una costante dei gruppi dirigenti nella modernità occidentale, soprattutto (ma non solamente) su base razzista.

Ad esempio, tutti sappiamo che furono gli esponenti della Rivoluzione Francese a proclamare solennemente i “Diritti dell’Uomo e del Cittadino”, ma non viene dato adeguato risalto negli studi scolastici al fatto che quando i Neri di Haiti, nel 1791, ebbero l’ardire di pensare che i principi di Liberté, Egalité, Fraternité si applicassero anche a loro, la Francia post-rivoluzionaria inviò le sue truppe /che quelle tre parole inalberavano sui vessilli) a cannoneggiare, baionettare, impiccare quei Neri haitiani che furono costretti a lottare fino al 1804. Per restare all’ambito francese, cosa pensare della carriera del generale Jacques Massu? Costui, a 22-24 anni, fra il 1930 e il 1932, era ufficiale coloniale in Marocco e partecipava alla tremenda repressione contro i patrioti locali e dal 1935 al 1937 ufficiale coloniale in Togo e dal 1938 in Ciad; qui lo colse la Seconda Guerra Mondiale e rifiutò di seguire Pétain nel suo collaborazionismo coi nazisti, diventando così un esponente delle forze gaulliste che parteciparono alla lotta contro il nazifascismo. La Seconda Guerra Mondiale era finita solo da qualche mese quando questo, nel settembre 1945, pluridecorato eroe della lotta contro i nazifascisti partecipò all’aggressione selvaggia dei colonialisti francesi contro gli indipendentisti vietnamiti ed all’attacco alla città di Saigon, ricollegandosi alla sua precedente esperienza coloniale in Africa. Il 1956 vede la divisione di paracadutisti di cui Massu era diventato comandante impegnata nell’aggressione anglo-franco-israeliana contro l’Egitto e l’anno successivo porta Massu  ad Algeri, dove guida la repressione in città e nei dintorni, generalizzando metodi di tortura degni della Gestapo; evidentemente l’antifascismo per Massu e tanti suoi simili, valeva solo in rapporto alla Francia metropolitana e non anche per i popoli non-Bianchi….

Una conferma di tale concezione sempre restando in ambito francese, è data dai massacri di Setif, del 1945. Il 9 maggio 1945 il nazifascismo è definitivamente sconfitto (con il contributo dell’Unione Sovietica,  tanto determinante quanto censurato in Occidente) e la gente scende in piazza a festeggiare; lo fanno anche gli Algerini, in molte località, fra cui Setif e Guelma, ma ovviamente, visto lo stato di oppressione coloniale francese in cui versano, in quel caso le manifestazioni inneggianti alla fine del mostro liberticida nazista ed alla gioia per la vittoria della democrazia e dell’antifascismo non possono che includere rivendicazioni di libertà e di indipendenza per gli Algerini: si chiede anche, concretamente, la liberazione di esponenti e di militanti indipendentisti, fra cui il leader del “Partito Popolare Algerino, Messali Hadj”. La polizia francese spara sulla folla ed a questa strage gli Algerini reagiscono, attaccando poliziotti e civili francesi, portando a circa 100 morti.

A questo punto, quell’esercito francese che pure aveva combattuto contro i nazifascisti, scatena una repressione sanguinaria, guidata dal generale Duval, con l’uso di mitragliatrici, blindati, poi addirittura di artiglieria ed aviazione, che porterà ad un numero di morti algerini che nelle diverse versioni oscilla fra gli 8.000 e gli oltre 40.000. Alla repressione partecipano i coloni francesi, armati all’occorrenza dai militari, che si dedicano all’uccisione sistematica degli Algerini che non portino un bracciale che viene dato solo ai collaborazionisti. Chi era Duval? Un ufficiale francese che aveva partecipato alla resistenza antinazista fino al 1943 e poi era fuggito dalla Francia  e si era trasferito a far parte delle truppe gaulliste prima in Nord Africa e poi nel Corpo di Spedizione Francese in Italia (fa parte dei liberatori di Siena…) e infine tornato in Francia con lo sbarco alleato in Provenza. L’ordine del massacro venne direttamente dall’eroe della Resistenza Charles De Gaulle….

Ecco la testimonianza dello scrittore Kateb Yacine:

«si vedevano cadaveri ovunque, in tutte le strade[…] La repressione era cieca, un grande massacro […] Il tutto si è concluso con decine di migliaia di vittime. A Guelma, mia madre ha perso la memoria […] la repressione era atroce […] Le mitragliatrici, le mitragliatrici, le mitragliatrici, alcuni cadono, altri corrono tra gli alberi, niente montagne, niente strategia, potevamo tagliare i fili del telefono, ma loro hanno la radio e armi americane nuovissime».

Dopo questi riferimenti euro-africani, torniamo all’Asia; quando si parla dell’eroica resistenza della Gran Bretagna contro gli Hitleriani, spesso si dimentica che essa fu resa possibile dal contributo in risorse e soldati di tutti i territori che facevano parte del Commonwealth britannico e delle sue allora immense colonie, di cui la più importante era l’India. Fra le truppe “britanniche” vi furono innumerevoli soldati neozelandesi, australiani, sudafricani, ma anche indiani, nepalesi, srilankesi, sia in reparti normali che in reparti speciali come i gurkha nepalesi. Questi reparti coloniali vennero usati (come quelli africani francesi) come carne da cannone senza alcun rispetto della sopravvivenza dei loro uomini e/o sfruttando doti particolari di alcune aliquote di “truppe scelte” (soprattutto truppe da montagna) non solo sui fronti europei occidentali della Seconda Guerra Mondiale, compreso quello italiano, ma anche se non soprattutto contro i nazifascisti in Africa del Nord e nelle campagne contro le colonie italiane nel Corno d’Africa.

Centinaia di migliaia di sudditi asiatici della Corona britannica, inoltre, vennero impiegati in forma militarizzata come lavoratori semi-forzati nelle retrovie, in particolare nel carico e scarico delle navi, ovvero negli equipaggi dei mercantili; ma ciò non basta ancora a descrivere cosa i Britannici fecero, mentre erano impegnati contro il mostro nazista in nome della libertà e della democrazia. Fra il 1943 e il 1944 in India, e soprattutto nel Bengala, si ebbe una catastrofica carestia, che era l’ennesima di una lunga serie avvenuta durante i secoli del dominio coloniale britannico (prima del quale non se ne erano verificate mai di altrettanto disastrose…) e con l’intervento diretto o indiretto proprio delle autorità imperiali di Londra; la carestia del 1943 si attribuisce alle alluvioni del 1942, ma in realtà se tali alluvioni vi furono certamente, gli effetti di quella carestia (le stime oscillano fra 3,5 e 5 milioni di morti in soli due anni) non avrebbero mai raggiunto simili dimensioni senza scelte politiche criminali compiute dagli inglesi ed in prima persona da Sir Winston Churchill, sulla base della considerazione razzista che essi avevano degli Indiani (e degli Asiatici in genere) come esseri inferiori. A quell’epoca i Giapponesi avevano occupato la Birmania e si ipotizzava potessero minacciare di conseguenza il Bengala dominato dai Britannici; la prima decisione fu quindi di acquistare tutto il riso disponibile nelle zone non colpite dalle alluvioni e trasferirlo in altre zone dell’India in modo che in caso di invasione giapponese esso non alimentasse gli aggressori: questa decisione fece mancare le riserve alimentari localmente in enormi aree del Bengala.

 

La seconda decisione fu ancora più grave perché venne presa dai Britannici quando già il pericolo dell’invasione giapponese era fortemente diminuito e, d’altro canto, gli effetti genocidari della carestia si stavano già facendo esplicitamente sentire: Londra (e Churchill in persona) rifiutò di trasferire ogni tipo di aiuto alimentare verso il Bengala affamato ed anzi continuò ad estrarre dalle altre regioni dell’India cibo che veniva utilizzato non solo per le truppe ma anche per regioni africane dell’Impero e perfino per le Isole Britanniche. A questo proposito, riportiamo quanto afferma Madhusree Mukerejee: «Churchill, spiegando perché difendesse l’accumulo di cibo in Gran Bretagna, mentre milioni di persone morivano di fame in Bengala, disse al suo segretario privato che “gli hindu sono una razza sudicia, protetta grazie alla sua continua riproduzione dal destino che merita”». (Madhusree Mukerjee, Churchill’s Secret War: The British Empire and the Ravaging of India). Ricordiamo anche quanto afferma Mike Davis riguardo all’intero periodo della dominazione britannica sull’India: “Se la storia del governo britannico dell’India fosse condensata in un singolo fatto, questo sarebbe che in India non vi fu alcun aumento di reddito procapite dal 1757 al 1947. (Mike Davis, Late Victorian Holocausts: El Nino Famines and the Making of the Third World).

E’ appena il caso di ricordare che nel suo Mein Kampf ed in molti discorsi Hitler fece esplicito riferimento alla politica coloniale britannica in India come modello per quella nazista; in particolare va detto che egli ipotizzò di “seguire il modello britannico usato in India”, che fu esplicitamente genocida, nel trattamento delle popolazioni slave e specificamente di quelle delle regioni occupate dell’URSS, che, come si è detto begli articoli precedenti, era del resto considerata (non solo da Hitler) parte integrante della “barbarie asiatica”. In effetti, nonostante i crimini nazifascisti sui fronti occidentali durante la Seconda Guerra mondiale, la guerra all’est ebbe fin dall’inizio e programmaticamente un carattere radicalmente diverso, finalizzato allo sterminio ed alla schiavizzazione delle popolazioni residenti ed alla distruzione della loro cultura e se vennero certamente applicate le esperienze fatte dai Tedeschi nel genocidio degli Herero nell’Africa Sud-Occidentale (attuale Namibia) ai primi del ‘900,  il riferimento alle esperienze britanniche in India (ed a quelle dei figli del Mondo anglosassone statunitensi contro i cosiddetti “Indiani d’America”)  in Hitler è chiaro ed esplicito.

Questi ed altri numerosi possibili esempi significano che Churchill, De Gaulle, Duval, Massu  e tanti altri erano nazifascisti? Affermarlo sarebbe una semplificazione e una falsificazione; va invece notato che in tutta la Storia gli Occidentali, anche i più democratici e progressisti (e oltretutto, certamente, nessuno di quelli che ho nominato poco sopra era un progressista…), di fronte a genti non-Occidentali hanno sistematicamente abdicato ai loro principi democratici, umanitari, liberali, socialisti e hanno sviluppato analisi, scelte e decisioni sulla base del prevalere del razzismo: basti ricordare che perfino Karl Marx (nel suo scritto sulla “Questione Irlandese” in cui parla però anche di India e Cina), dopo aver messo perfettamente in evidenza i crimini coloniali britannici in India, da un lato arriva a scrivere che comunque il dominio coloniale inglese in India va considerato un fattore progressivo e favorevole alla rivoluzione proletaria perché smantella la piccola proprietà contadina e l’artigianato a favore delle manifatture britanniche e delle loro merci (una delle vere cause dell’immiserimento dell’India, in effetti, sotto quel dominio) e quindi proletarizza gli stessi indiani, dall’altro preconizza che genti “cristallizzate in una non-Storia” e incapaci di innovazioni politiche come i Cinesi non avrebbero mai potuto avere un ruolo progressivo e meno che mai rivoluzionario.

A conferma di questa continuità, va infine ribadito quanto si è già detto negli articoli precedenti: il disprezzo occidentale verso i non-Occidentali ed in particolare verso gli Africani e gli Asiatici (e verso quella Russia che, come si è detto, è stata sostanzialmente assimilata dagli Occidentali all’Asia) prescinde perfino dal mutare dei regimi istituzionali sia in Occidente che, ad esempio, in un’Asia che gli Occidentali non riuscirono mai a ridurre ad un mosaico di loro possedimenti come riuscirono invece a fare con l’Africa; che in Cina governino i Ching o l’occidentofilo Sun yat sen o il “terribile” Mao o i modernizzatori da Deng a Xi poco cambia: i Cinesi restano nell’immaginario collettivo occidentale alimentato da secoli di propaganda “barbari”, “infingardi”, “copiatori”, “pericoli per la civiltà occidentale”, “traditori”, “diabolici”. Che in Russia governino gli zar o Lenin o Stalin o Khrushev o Brezhnev o Putin, i Russi restano per tanti il mix fra Cosacchi assetati di sangue, eredi dei Mongoli, senza-dio (si noti, sono sistematicamente considerati tali non solo se si tratta di “atei bolscevichi” ma anche di Ortodossi cristiani). E, in fondo, chi combatte contro i “barbari cinesi” e/o i “barbari russi” come il Giappone perde improvvisamente e per lungo tempo per i fabbricanti ed i diffusori di stereotipi occidentali la patente di “barbaro asiatico”, di “muso giallo”, salvo riacquisirla di colpo quando invece di schiavizzare Coreani e Cinesi si permette di attaccare le colonie occidentali in Asia o addirittura Pearl Harbour… 

 

 

I libri di Silvio Marconi

 

Uno studio che, lungi dall’avere un obiettivo “enciclopedico” o di minuziosa analisi storica, vuole evidenziare quelle connessioni e correlazioni – tradizionalmente taciute e rimosse – tra i fenomeni ed i processi che portarono alla crisi ed al crollo dell’Impero Romano d’Occidente e quelli operanti in un’Asia la cui complessa storia viene, tuttora, sottovalutata.
Quando una farfalla batte le ali in Cina si sofferma sul ruolo che, nella crisi e nel crollo dell’Impero Romano d’Occidente, ebbero tanto la Persia quanto, indirettamente, la Cina, dimostrando come il pregiudizio etnocentrico che ancora permea la formazione, la divulgazione e la costruzione dell’immaginario occidentale sia un pernicioso ostacolo a una comprensione di ben più ampio respiro e alla lezione metodologica che ne se ne può trarre.
In questa prospettiva, il riconoscimento di una molteplicità di poli e fattori transculturali è la precondizione per affrontare qualsiasi problematica: storica, politica, economica o strategica.
Una precondizione troppo spesso, volutamente, ignorata da una cultura occidentale che, a differenza di quelle orientali, ha rifiutato la logica olistica privilegiando un approccio molto settoriale.

 

Silvio Marconi – ingegnere, antropologo, operatore di Cooperazione allo sviluppo, Educazione allo Sviluppo e Intercultura – fa ricerca, da anni, nell’ambito dell’antropologia storica e dei sincretismi culturali. Ha pubblicato, al riguardo: Congo Lucumì (EuRoma, Roma, 1996), Parole e versi tra zagare e rais (ArciSicilia, Palermo, 1997), Il Giardino Paradiso (I Versanti, Roma, 2000), Banditi e banditori (Manni, Lecce, 2000), Fichi e frutti del sicomoro (Edizioni Croce, Roma, 2001), Reti Mediterranee (Gamberetti, Roma, 2002), Dietro la tammurriata nera (Aramiré, Lecce, 2003), Il nemico che non c’è (Dell’Albero/COME, Milano, 2006), Francesco sufi (Edizioni Croce, Roma, 2008), Donbass. I neri fili della memoria rimossa (Edizioni Croce, Roma, 2016).

 

Prezzo di copertina: 18 euro Prezzo effettivo: 15.5 euro