Razzismi mal mascherati; l’Asia dove non esiste

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Razzismi mal mascherati; l’Asia dove non esiste

A cura di Silvio Marconi, autore di Quando una farfalla batte le ali in Cina

 

E’ facile identificare il razzismo verso una etnia, un popolo, una religione quando essi sono presenti in un dato contesto storico-culturale e geografico ed è anche facile notarne i meccanismi di azione; che si tratti dei sudditi musulmani o ebrei dei sovrani spagnoli dell’inizio del XVII secolo, dei Neri nel Sudafrica dell’apartheid, degli Ebrei e dei Rom che vivevano nella Germania nazista o nei territori da essa conquistati durante la guerra, il razzismo individua un nemico (un capro espiatorio per crisi economiche, sconfitte belliche o altro), lo criminalizza, lo addita all’odio, lo discrimina, lo disumanizza, lo considera e lo fa considerare fattore contaminante la società e infine agisce in modo “finale” contro di lui attraverso misure che vanno dalla ghettizzazione alla strage, dalla creazione di condizioni di invivibilità alla espulsione, dalla deportazione al genocidio.

Meno ovvio è il fatto che il razzismo riesce a “creare il nemico” perfino dove esso non c’è; ad esempio, il “pericolo ebraico” era percepito da comunità rurali tedesche che mai nella loro Storia avevano conosciuto la presenza di un Ebreo e perfino dopo l’Olocausto e la fine della Seconda Guerra Mondiale, nella fase di avvio della costruzione della Polonia sovietizzata, si ebbero ondate di antisemitismo in luoghi della Polonia in cui non c’era più un solo Ebreo vivo! In questa operazione di artificiosa costruzione dio un “nemico che non c’è”, le forze che usano lo strumento razzista utilizzano tale creazione per mantenere un clima di paura, tensione ed odio e per estenderlo dall’obiettivo specifico su cui il razzismo si è focalizzato a obiettivi ben più ampi e diversi.

Ad esempio, i Britannici in India svilupparono feroci campagne repressive contro i seguaci della dea Kali, focalizzando l’attenzione sugli aspetti (amplificati ad arte) del suo culto connessi con la morte e rimuovendo invece gli aspetti simbolici legati alla fertilità ed alla sessualità, trasformando gli adepti della dea in icone della “barbarie” ma fecero anche di più, perché in scritti, poi in fumetti e film tali caratteristiche vennero rapidamente estese a molti altri tipi di culti indiani, soprattutto dopo la rivolta antibritannica dei sepoys (le truppe indiane al servizio degli inglesi) del 1857, nonostante che l’anima di quella rivolta fosse stata connessa con l’ambiente musulmano dell’altopiano del Deccan e non con gli adepti della dea Kali.

Si è già accennato nell’articolo precedente che una delle tecniche della costruzione nei secoli (ben prima della Rivoluzione d’Ottobre) della russofobia sia stata quella di assimilare tutti i Russi (ed a maggior ragione tutti i Sovietici, vista l’appartenenza all’URSS di varie repubbliche centrasiatiche) agli asiatici ed addirittura agli Estremo-Orientali, con tratti somatici di tipo “mongolico”, per far riemergere il terrore e l’odio che l’Occidente provò nelle epoche delle invasioni unne, mongole, tartare. Al tempo stesso, i nazisti estesero la loro concezione razzista antisemita ai comunisti russi e poi ai Russi/ai Sovietici in genere; così il “Decreto sui commissari” che nel 1941 indicava alle truppe tedesche (e non solo alle SS, sia chiaro) il dovere di trucidare appena catturati tutti i “commissari politici” dell’Armata Rossa motivava tale decisione con il definirli “giudeo-boslcevichi”, sebbene si fosse perfettamente a conoscenza che gli ebrei rappresentavano una piccola percentuale dei soldati e degli ufficiali sovietici. Più ancora, l’intera invasione nazifascista dell’URSS venne presentata come una crociata non contro il comunismo ma contro il “giudeo bolscevismo” ed è documentato come a tale concezione aderissero non solo i tedeschi, non solo alleati loro come i Rumeni (che entusiasticamente parteciparono ai massacri di Ebrei, comunisti e soldati dell’Armata Rossa, come a Odessa e dintorni, dove trucidarono oltre 300.000 persone) e gli Ungheresi ma anche quegli Italiani mitizzati come “brava gente”. Molte lettere dal fronte di soldati ed ufficiali italiani e gli stessi scritti del comandante del Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR), generale Messe, documentano la piena adesione a questo stereotipo estensivo della “lotta contro il giudeobolscevismo” che, del resto, trova riscontro in tanti discorsi e benedizioni di esponenti della Chiesa cattolica italiana dell’ epoca, dai parroci di campagna e dai cappellani militari ad insigni arcivescovi e redattori della stampa cattolica.

Dunque, due stereotipi estensivi entrambi di matrice razzista si intrecciavano: quello dei Russi (e più ancora dei Sovietici in genere) come “barbari asiatici” eredi degli Unni, dei Mongoli e dei Tartari, e quello del “giudeobolscevismo”.

Durante la Guerra Fredda, tale operazione, che evidenziava la sua base profondamente razzista e anti-asiatica prima ancora che anticomunista, venne addirittura estesa a genti che non avevano nulla a che vedere etnicamente con i popoli asiatici. Così la propaganda anti-Yugoslava dei neofascisti italiani, immemori volutamente dei crimini commessi proprio dai fascisti contro gli Sloveni fin dal 1919 (a Trieste) e poi su scala immensamente maggiore durante l’aggressione italiana alla Jugoslavia dal 1941, raffigurava spesso i “Titini” con tratti mongolici che, ovviamente, nessuno jugoslavo ha mai avuto, mentre le pubblicazioni neofasciste italiane arrivavano ad attribuire tratti dello stesso tipo quando non semplicemente animaleschi agli stessi Italiani aderenti al partito Comunista!

Si fece una voluta confusione etnica, somatica, iconografica per stabilire la concatenazione comunista-russo-asiatico-tartaro/mongolo avente come asse principale la barbarie, la ferocia, la sanguinari età. Si pensi al manifesto usato nel 1948 dalla DC nella campagna elettorale contro il Fronte Popolare che rappresentava i cavalli degli invasori sovietici che si abbeveravano nelle fontane di Piazza San Pietro di Roma, ad evocare la violazione della sacralità della stessa Chiesa cattolica; quei cavalieri erano definiti “cosacchi”, ma i loro cavalli erano detti “tartari”!

Anche quando il nemico bolscevico veniva semplicemente bestializzato, come nei manifesti del grafico che operò al servizio del fascismo Gino Boccasile o in quelli della DC del 1948, i caratteri della bestia, si trattasse di un orrendo orso divoratore (simbolo in Occidente della Russia dal tempo degli zar) o di un mostro senza nome magari con il berretto della cavalleria rossa della Guerra civile, erano spesso associati ad occhi dal taglio indiscutibilmente estremo-orientale. In poche parole tutto si mescolava, i “terribili” cosacchi (peraltro in realtà ferventi ortodossi in tutta la loro Storia e temibili combattenti contro i Tartari prima e contro i Turchi poi…) e i sanguinari Tartari/Mongoli (due entità storicamente ben distinte, in effetti), le belve e la “ferocia asiatica”.

Né questi stereotipi sono stati mai cancellati se oggi i neonazisti ucraini, cari a tanta parte dei “democratici” europei, per rappresentare denigratoriamente i Russi (ma anche le genti russofone che nel Donbass si oppongono dal 2014 in armi al loro fascismo), che loro chiamano “Moskali” usino ancora immagini con tratti tartaro/mongoli (salvo poi proclamarsi in funzione anti-russa falsamente difensori della minoranza tartara di Crimea, quella sì davvero erede dei tartari medievali!).

D’altronde, l’intera propaganda delle potenze dell’Intesa nella Prima Guerra Mondiale (compresa quell’Italia che si accodò nel 1915) contro i Tedeschi si basa sulla loro identificazione come Unni, del tutto falsa storicamente; come avrebbero potuto criminalizzare i Tedeschi in modo realistico quei Francesi che avevano nei loro antenati Franchi niente altro che un ramo della stessa grande famiglia germanica o quegli Inglesi che, in quanto miscuglio di genti sassoni, scandinave e normanne, avevano la stessa radice etnica? Sta di fatto che anche in questo caso si utilizzò un riferimento “asiatico” e metto “asiatico” fra virgolette perché in realtà gli Unni di Attila non possono essere fatti coincidere con le genti originarie che mossero dalle regioni centrasiatiche e poi si stabilirono a lungo nel Caucaso e poi ancora nelle pianure pannoniche; bel corso dei secoli e delle immense migrazioni gli Unni divennero in realtà una confederazione (che solo all’epoca di Attila e per breve tempo ebbe un capo unico) con caratteristiche etniche e linguistiche meticce, che includeva genti centrasiatiche e germaniche, del bacino del Don e caucasiche, e di altra origine e che definire “asiatiche” in blocco è una enorme inesattezza. Pure, quegli unni, quelli di Attila, vengono sempre raffigurati come mezzi-mongoli e questo non solo nei film e nei fumetti moderni, ma già in cronache scritte qualche secolo dopo le loro scorribande europee, magari dimenticandosi che in varie fasi essi furono truppe ausiliarie dei romani contro genti germaniche….

Analizzando più a fondo questa operazione, si scoprono elementi interessanti.

Innanzi tutto, se per denigrare un individuo, un partito, una comunità, un popolo si usano determinate raffigurazioni e riferimenti è perché ciò che essi rappresentano è già riconosciuto nell’immaginario collettivo del target come negativo, terrificante, osceno, criminale, satanico, inumano. Se uso come simbolo un festoso gattino, un coraggioso leone, uno splendido gabbiano, oppure un antico Greco avvolto nella sua veste, uno ieratico vescovo, un cavaliere dei miti arturiani non ottengo certo lo stesso effetto di paura, odio, disprezzo che usando uno scarafaggio, un ratto, una piovra, un perfido avvelenatore orientale, un Tartaro ghignante, un Unno, un mostro grondante sangue, un orso divoratore. Ciò significa che se associare, ad esempio, Russi e perfino comunisti italiani e yugoslavi alla “barbarie asiatica” è efficace per criminalizzarli, disumanizzarli, farli odiare, questo avviene solo e soltanto perché da secoli si sono fabbricati stereotipi razzisti antiasiatici, fondati sulla esaltazione e sull’amplificazione del terrore che in Occidente provocarono le invasioni unne, mongole e tartare.

Ma quel terrore a sua volta non risulta figlio diretto della sanguinarietà di quelle invasioni ma delle operazioni intellettuali operate sulla realtà di tali invasioni, altrimenti non si capirebbe perché ancora oggi si parli della ferocia di Attila, di Gengis Khan e di Tamerlano e nel frattempo si dedichino licei e piazze a quel Giulio Cesare che fu golpista contro la stessa Roma  e responsabile di un vero genocidio nelle Gallie o si portino schiere di persone ad ammirare acriticamente un Colosseo che fu uno dei tanti luoghi dell’orrenda pratica dei “giochi gladiatorii” ma soprattutto venne edificato col lavoro schiavista degli Ebrei deportati a Roma dalla vinta loro terra  e con le ricchezze sottratte al loro Tempio di Gerusalemme, in una anticipazione, su cui si stende un velo pietoso,  delle pratiche naziste.

Nessuno ricorda con lo stesso orrore le stragi dei Mongoli e le pratiche genocidarie dei Romani contro gli Etruschi, contro Cartagine, contro decine di popoli, quelle che vengono riassunte nella celebre frase di Tacito: “hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato Pace”. Senza arrivare ai deliri non casualmente realizzati dal fascismo in termini di esaltazione della “romanità”, è certo che nessuno si sognerebbe di criminalizzare un nemico usando le immagini di Marco Aurelio, dei centurioni romani, dei membri schiavisti del senato che gioivano alla crocifissione sulla Via Appia da parte di Crasso delle migliaia di schiavi ribelli sconfitti delle compagini di Spartaco, come invece si fa con le immagini dei “terribili cavalieri asiatici” e dei loro condottieri.

Criminalizzare qualcuno raffigurandolo (falsamente) con gli occhi a mandorla significa ne più ne meno che si è già riusciti, attraverso operazioni durate secoli, a far sì che gli occhi a mandorla siano considerati fattore che denota barbarie, inciviltà, inumanità.

Perfino la fascinazione che molti ambienti aristocratici, alto borghesi, intellettuali occidentali ebbero a cavallo fra i secoli XVIII e XX verso l’Oriente, le sue decorazioni, i suoi colori, i suoi oggetti è solo apparentemente contraddittoria con questa operazione plurisecolare di costruzione della criminalizzazione razzista dell’Asiatico e di sua estensione perfino a chi etnicamente asiatico non è; questo non solo perché, come si è già detto in articoli precedenti, l’“orientalismo” si focalizza non sulla vera realtà cinese ed orientale ma sull’immagine artificiale che in occidente viene fabbricata della realtà Cinese ed orientale, ma anche perché quella fascinazione è altrettanto compatibile col peggiore razzismo di quella che i razzisti anti-Neri provano per il corpo nudo nero (specie delle donne e delle giovinette….), al punto che i sudafricani razzisti che appoggiavano nel loro Paese leggi che proibivano i rapporti sessuali fra Bianchi e Neri si recavano in massa in Mozambico, colonia portoghese dove tali leggi non vigevano, nei bordelli gremiti da “veneri nere” spinte dalla miseria alla prostituzione!

Che si tratti sempre e solo di una artificiosa operazione di ipocrita classificazione di comodo è confermato da due esempi. Il primo è il fatto che i nazisti non ebbero problemi ad associare il Tibet ai loro deliri sulle origini della “razza ariana”, inviandovi per questo negli anni ’30 anche due spedizioni patrocinate dalle SS (ricevute con tutti gli onori dal Dalai Lama….), ma ebbero cura di distinguere fra la asserita origine “ariana” dell’aristocrazia lamaista tibetana e quella “subumana” della plebe tibetana, tralasciando il piccolo particolare che molti grandi lama (e lo stesso Dalai Lama) erano originariamente bambini nati in famiglie plebee! Il secondo è il fatto che in varie epoche e a distanza spesso di pochi decenni l’atteggiamento degli Occidentali verso i Giapponesi mutò completamente e in forme opposte; fino all’epoca della guerra russo-giapponese del 1905 essi vennero spregiativamente associati al resto della “barbarie asiatica”, con corredo relativo di stereotipi, deformazioni, insulti, denigrazioni, poi, quando vinsero le truppe e la flotta dello zar, divennero improvvisamente, agli occhi degli Occidentali, “bianchi” e Prussia e Inghilterra fecero a gara nel fornire loro consulenza giuridica, tecnologia militare, modelli istituzionali e nell’associarli all’Intesa nella Prima Guerra Mondiale, tacendo per tutti gli anni ’30 sulla loro criminale aggressione alla Manciuria prima ed alla Cina vera e propria, poi. L’attacco giapponese alle colonie britanniche e olandesi del Pacifico, prima, e quello, soprattutto, alla base USA di  Pearl Harbor del 7 dicembre 1941, poi, mutò di nuovo la percezione e la raffigurazione occidentale dei Giapponesi e del Giappone e li ricollocò nell’alveo dei “barbari asiatici” oggetto di tutto l’armamentario razzista. Ma dopo il 1945 e soprattutto dopo quel 1949 che vide la Cina diventare comunista, i Giapponesi tornarono ad essere integrati nel concetto di “Occidente”, minimizzando le incredibili nefandezze da essi compiute durante la Seconda Guerra Mondiale (con l’eccezione di quelle che subirono i prigionieri di guerra occidentali…) e neppure il fatto che ben prima dei Cinesi e dei Coreani si siano dedicati largamente a copiare tecnologie occidentali è stato mai oggetto di altrettanta criminalizzazione di quella che si mette in campo contro la Cina. Per riassumere, essere o meno un “barbaro asiatico” è cosa che si decide di volta in volta, razzisticamente,….in Occidente.

 

I libri di Silvio Marconi

 

Uno studio che, lungi dall’avere un obiettivo “enciclopedico” o di minuziosa analisi storica, vuole evidenziare quelle connessioni e correlazioni – tradizionalmente taciute e rimosse – tra i fenomeni ed i processi che portarono alla crisi ed al crollo dell’Impero Romano d’Occidente e quelli operanti in un’Asia la cui complessa storia viene, tuttora, sottovalutata.
Quando una farfalla batte le ali in Cina si sofferma sul ruolo che, nella crisi e nel crollo dell’Impero Romano d’Occidente, ebbero tanto la Persia quanto, indirettamente, la Cina, dimostrando come il pregiudizio etnocentrico che ancora permea la formazione, la divulgazione e la costruzione dell’immaginario occidentale sia un pernicioso ostacolo a una comprensione di ben più ampio respiro e alla lezione metodologica che ne se ne può trarre.
In questa prospettiva, il riconoscimento di una molteplicità di poli e fattori transculturali è la precondizione per affrontare qualsiasi problematica: storica, politica, economica o strategica.
Una precondizione troppo spesso, volutamente, ignorata da una cultura occidentale che, a differenza di quelle orientali, ha rifiutato la logica olistica privilegiando un approccio molto settoriale.

 

Silvio Marconi – ingegnere, antropologo, operatore di Cooperazione allo sviluppo, Educazione allo Sviluppo e Intercultura – fa ricerca, da anni, nell’ambito dell’antropologia storica e dei sincretismi culturali. Ha pubblicato, al riguardo: Congo Lucumì (EuRoma, Roma, 1996), Parole e versi tra zagare e rais (ArciSicilia, Palermo, 1997), Il Giardino Paradiso (I Versanti, Roma, 2000), Banditi e banditori (Manni, Lecce, 2000), Fichi e frutti del sicomoro (Edizioni Croce, Roma, 2001), Reti Mediterranee (Gamberetti, Roma, 2002), Dietro la tammurriata nera (Aramiré, Lecce, 2003), Il nemico che non c’è (Dell’Albero/COME, Milano, 2006), Francesco sufi (Edizioni Croce, Roma, 2008), Donbass. I neri fili della memoria rimossa (Edizioni Croce, Roma, 2016).

Prezzo di copertina: 18 euro Prezzo effettivo: 15.5 euro