Razzismi mal mascherati

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A cura di Silvio Marconi, autore di Quando una farfalla batte le ali in Cina

 

Vi sono vari modi per rimuovere una realtà storica, negarla o per lo meno banalizzarla e minimizzarla, e questo vale in casi di realtà positive, come ad esempio i movimenti ereticali medievali o la lotta degli autoctoni sudamericani contro il dominio criminale iberico,  o in realtà negative, ad esempio nel caso dell’insieme della criminale politica nazista, il cui asse fondamentale è proprio il concetto di “razza” (e di gerarchia di “razze”, al cui vertice starebbe quella germanica, rappresentata come “ariana”). Il primo modo è quello di ridurla alla dimensione irrazionale, che pure certamente non è assente da alcuna strategia politica, sociale, istituzionale della Storia umana, o per meglio dire alla dimensione della follia e della mostruosità, magari attribuita ad un ristrettissimo gruppo dirigente e soprattutto ad Hitler.

In effetti, se una dimensione irrazionale, perfino esoterica (soprattutto in ambito SS ed a partire dal capo stesso di quell’“Ordine Nero”, Himmler), come hanno messo in evidenza vari autori (fra cui l’Italiano Giorgio Galli, di cui riportiamo in fondo alcuni titoli), è esistita ed ha influito sulla costruzione della strategia e delle organizzazioni, delle scelte e delle decisioni, della ritualità e dei crimini nazisti, essa non ha mai prevalso su altri fattori, connessi invece con l’economia, la demografia, l’ideologia nazionalista, gli interessi dei grandi gruppi industriali, il ruolo della casta militare, le correnti profonde dell’antisemitismo germanico e la stessa forma in cui i peggiori crimini nazisti si realizzarono ha caratteristiche direttamente connesse alla razionalità estrema, alla modernità, all’industrialismo ed allo sfruttamento capitalista portati ai loro confini più espliciti.

Il lager nazista, infatti, è l’estremizzazione della fabbrica, sia nella sua versione che prevedeva la morte attraverso la consumazione delle energie nel lavoro schiavistico, sia nella versione dei veri campi di sterminio dove si prevedeva  per il 90% dei deportati (ossia con l’esclusione delle aliquote di deportati temporaneamente destinate al funzionamento stesso del lager) l’immediata eliminazione nelle camere a gas, con il meccanismo della catena di montaggio applicato allo sterminio. Non c’è nulla di meno irrazionale di queste “industrie della morte” fondate sulla concezione razzista.

Questa stessa modalità di riduzionismo analitico e storiografico si applica con particolare intensità laddove si utilizza il pregiudizio razzista anti-asiatico, perfino più che verso gli Africani subsahariani, posto che gli Occidentali non si scontrarono mai in quelle regioni dell’Africa, nelle loro “imprese” schiaviste e soprattutto, successivamente, colonialiste, con compagini statuali che avessero la rilevanza storica, politica, economica, militare di quelle asiatiche (fra cui, occorre sempre ricordarlo, gli Occidentali non considerarono solo Cina, India, Giappone,  Stati dell’Asia Sud-Orientale ma anche…la Russia) e non ebbero quindi bisogno di accentuare artificiosamente la barbarizzazione e de-storicizzazione del nemico per legittimare lo sfruttamento ed il massacro.

 

Gli Indiani vengono ridotti spesso alle sette sanguinarie ed alle pratiche più ripugnanti per la mentalità occidentale, come l’autosacrificio delle vedove (che riecheggia gli stereotipi classici inventati dai Romani contro i Cartaginesi), i Cinesi assimilati alla barbarie mongolotartara, che si dilata anche sui Russi, Mao e Stalin sono considerati pazzi sanguinari e Gandhi non viene ricevuto dal Papa nella sua visita a Roma perché si veste in modo “folle”: tutti assieme relegati in un universo irrazionale, in fondo pazzo quando non semplicemente disumano e in realtà è semmai la politica coloniale occidentale in Asia (e specialmente quella britannica in India), a cui nessuno si azzarda ad attribuire elementi di prevalente follia o irrazionalità, che, come si è detto in articoli precedenti, fa parte assieme a quella dei coloni di matrice anglosassone in Nordamerica dei modelli esplicitamente citati da Hitler per la politica nazista.

Il secondo modo per rimuovere una realtà storica, negarla o per lo meno banalizzarla e minimizzarla sta nel presentarla come figlia di un’apparizione improvvisa, destoricizzata, che addirittura contraddice l’intera Storia; avviene con il nazismo, che viene contrapposto alla “ricca e civile cultura tedesca” di Kant ed Hegel, magari dimenticando le concezioni razziste di quei filosofi, della rivoluzionaria Riforma Protestante, magari dimenticando l’antisemitismo di Lutero (autore di Degli ebrei e delle loro menzogne), di Beethoven, magari tralasciando i deliri nazionalisti e antisemiti di Wagner, il suo scontro con la Chiesa cattolica, magari censurando secoli di supporto cattolico ai peggiori stragisti germanici della “marcia ad Oriente”, i Cavalieri Teutonici. Così, relativamente all’Asia, è possibile per l’Occidente rendere compatibile l’ammirazione apparente verso le antichità cinesi e indiane, siamesi e nipponiche con il totale disprezzo verso un’Asia contemporanea percepita a cavallo fra XIX e XX secolo come terra di barbari da soggiogare, anche perché in quella ammirazione non si include il corretto riconoscimento del debito occidentale verso quelle antiche civiltà, come del resto verso quelle islamiche medievali e postmedievali.

Il terzo modo per rimuovere una realtà storica, negarla o per lo meno banalizzarla e minimizzarla è quello di far credere che sia del tutto paragonabile ad altre, in modo da diluirne le specificità. Così lo schiavismo negli USA del XIX secolo viene falsamente equiparato a quello della Roma classica o dell’India antica, il fenomeno dell’affermazione del feudalesimo nel Medio Evo occidentale viene reso falsamente identico ai legami fra Imperatori e aristocrazia nell’Impero Cinese, i lager nazisti sono falsamente equiparati ai gulag staliniani, la politica culturale dei medici si fa credere coincida con quella delle città della Lega Anseatica, il Francescanesimo si paragona erroneamente alle sette eterodosse degli “antichi credenti” russi, in una notte in cui tutti i gatti sono grigi.

Questo metodo viene applicato con particolare insistenza verso le genti e le realtà statuali asiatiche. Ad esempio, la similitudine fra Impero Romano ed Impero Cinese guida anche mostre e cataloghi degli ultimi anni in Italia, mentre i due Imperi avevano caratteristiche del tutto diverse e perfino opposte perlomeno nei seguenti settori decisivi: ruolo dello Stato nell’economia, concezioni religiose, meccanismi di selezione dei funzionari, forme di gestione amministrativa, meccanismi fiscali, istituzioni intermedie fra Imperatore e sudditi, cosmologia e cosmogonia, forme del linguaggio  e della scrittura, tattiche e strategie militari, modelli architettonici, ecc. Quella similitudine serve agli Occidentali sia a ridurre la Cina storica a qualcosa di apparentemente comprensibile a partire dai propri canoni, sia a stabilire quando faccia oggi comodo “comunanze” mai esistite su cui agire diplomaticamente e per il business, ma soprattutto consente di stabilire paragoni di comodo a tutto vantaggio dell’Occidente visto che le categorie-base sono appunto quelle occidentali; così si fa notare che i Cinesi nell’antichità coeva a quella dell’Impero romano non costruirono mai acquedotti con opere ingegneristiche come quelle romane, non svilupparono mai edifici di abitazione anche di sei piani come a Roma oppure opere paragonabili agli anfiteatri romani, non ebbero una statuaria in bronzo e in marmo con rappresentazione di figure umane degna di quella greco-romana, non ebbero un Senato, ecc. Come se queste “mancanze” non fossero comunque largamente surclassate dall’immensità di elementi di agronomia, tecnologia, arte limitare, scienza, architettura, organizzazione amministrativa, addomesticamento e coltivazione che il mondo deve proprio all’antica civiltà cinese.

In effetti, equiparare a partire dai propri parametri e poter così classificare l’“altro” come “inferiore”  è una vecchia e consolidata tecnica occidentocentrica per svilire le culture “altre”, usata in particolare proprio dinanzi a situazioni in cui la presenza di fattori di alta civilizzazione era innegabile, come appunto in Asia; una tecnica che, fra l’altro, porta fra le sue conseguenze collaterali ma non marginali una difficoltà spesso insormontabile nel capire le culture “altre” e le scelte, le decisioni che derivano da quelle culture. Per questo, come dicono insigni storici italiani ed occidentali (compresi Sabbatucci, Villari, Cardini e quel Barbero che è un noto divulgatore televisivo a RAI STORIA), gli Occidentali (compresi Napoleone ed Hitler e tanti esponenti della NATO attuali) fanno una immensa fatica a capire lo spirito di sacrificio patriottico del popolo russo ed il suo legame con le tradizioni più profonde della loro cultura, ovvero (come Trump) fanno fatica a capire che la Cina non si condiziona attraverso minacce e ricatti a cui risponde sempre con orgoglio rafforzato e contromisure spesso devastanti, o ancora fanno fatica a capire che l’Iran non è un Paese gestito da “quattro pazzi” eredi di Khomeini ma il risultato di una tradizione millenaria che mise in difficoltà lo stesso Impero romano e contribuì indirettamente alla caduta della sua metà occidentale sotto i colpi dei “barbari”.

Quando Cinesi, Iraniani, Indiani, Russi (questi ultimi, ripeto, gli Occidentali si ostinano a considerarli in fondo come “Asiatici”) reagiscono alle aggressioni, ai ricatti, ai voltafaccia, alle minacce, alle guerre economiche, alle azioni sovversive degli occidentali con asprezza, con furbizia, con orgogliosa fermezza, allora si ricorre di nuovo alla demonizzazione, alla riduzione all’irrazionale, che peraltro venne usata anche nella propaganda statunitense contro i Giapponesi dopo l’attacco di questi ultimi contro Pearl Harbour del dicembre 1941, un attacco che invece era certo figlio del militarismo criminale nipponico ma non aveva proprio nulla di irrazionale.

Va ribadito, allora, che tutto questo non è solo figlio di incomprensioni politiche e storiografiche e di propaganda, ma anche e soprattutto di razzismo, giacché si parte dal presupposto che i criteri universali per giudicare una scelta, una azione, una strategia, una politica siano e non possano che essere solo quelli occidentali e che laddove altri, come gli asiatici, non aderiscano a tali criteri lo facciano o per follia, o per codardia o per malvagità e non per motivi razionali e per l’ancoramento a storie assai più antiche di quelle non solo degli Usa e di tutte le nazioni europee, ma anche delle società “classiche” euro mediterranee; un presupposto che serve a ridurre gli asiatici ad “inferiori”, a “pazzi” e in fondo ad “inumani”.

Resta da fare un’ultima osservazione; le tre modalità citate sono state, come si è detto, significativamente utilizzate anche verso il nazismo ed i suoi crimini, rimuovendone così anche il legame con fenomeni come la nascita del fascismo in Italia (che lo precede), il legame col nazionalismo-romanticismo tedesco, il legame con secoli di concezioni cristiane antisemite, ecc. Perché si è applicata, paradossalmente, una panoplia di strumenti a forte connotazione razzista per destoricizzare un fenomeno incentrato proprio sul razzismo come il nazismo? Per un motivo terribile: il nazismo ha trasferito (affinandole ed estremizzandole)  sul suolo europeo concezioni, metodologie, pratiche, crimini che tutte le potenze occidentali applicavano senza problemi in contesto coloniale, proprio attingendo a forme di pseudo-legittimazione razzista. E non ci si riferisce solo ai già citati espliciti riferimenti che Hitler fa alle esperienze dello sterminio degli autoctoni nordamericani o della gestione britannica genocidaria in India, né all’altrettanto già citato uso da parte dei nazisti delle esperienze tedesche nello sterminio degli Herero nell’Africa Australe, ma al complesso delle pratiche coloniali, che va dal genocidio praticato da Leopoldo II nella sua “colonia personale” del Congo alle forme di sfruttamento schiavista e di sterminio proprie del dominio coloniale olandese sulle isole indonesiane, dalle concezioni discriminatorie verso i non-Bianchi negli USA, in Australia, in Sudafrica ai massacri coloniali francesi in Algeria e Marocco e Senegal, dalla creazione di campi di concentramento e di annientamento dell’Italia giolittiana e poi fascista in Libia alle pratiche di esproprio forzato di terre e risorse che caratterizzarono tutti i colonialismi occidentali. La vera “novità” del nazismo sta nel fatto che da un lato portò tali pratiche in Europa e lo fece perché considerava Ebrei e Slavi come l’equivalemte dei Boscimani e degli Indiani al punto da trasferire quelle realtà razziste anche nel cuore stesso del proprio Paese, contro persone che ne erano in effetti cittadini (Ebrei, omosessuali, disabili), e dall’altro applicò metodologie industriali moderne allo sterminio.

Per questo, risulta del tutto parziale e sostanzialmente ipocrita ogni sacrosanta denuncia dei crimini imparagonabili del nazifascismo che non sia accompagnata dalla critica serrata del colonialismo occidentale, del neocolonialismo e di tutte le forme di razzismo successive alla Seconda Guerra Mondiale, esattamente come risulta ipocrita proclamarsi disgustati dello squadrismo neofascista a Roma, Milano, Marsiglia, Atene ed appoggiare i neonazisti di Kiev, di Vilnius, di Riga, per disciplina filo-atlantica.

La lezione che ci viene dai saccheggi delle Guerre dell’Oppio e dal massacro dei prigionieri sovietici ad opera della Wehrmacht,  dalle carestie artificialmente lasciate agire genocidariamente in India dai Britannici, come dall’arroganza russofoba napoleonica ed hitleriana, dallo schiavismo olandese in Indonesia come dalle stragi nazifasciste di Ebrei in Bielorussia, da Treblinka come dal bombardamento di artiglieria di Damasco da parte della Francia colonialista è e deve essere una sola: il razzismo è la radice principale dei peggiori crimini degli ultimi tre secoli ed al tempo stesso non è una deviazione dell’animo umano, ma uno strumento forgiato coscientemente in Occidente per legittimare, in una logica di capitalismo selvaggio, le forme più estreme di sfruttamento su persone, comunità, nazioni, popoli, subcontinenti e finché esso non verrà estirpato davvero, quegli orrori potranno sempre ripresentarsi.

 

 

 

I libri di Silvio Marconi

 

Uno studio che, lungi dall’avere un obiettivo “enciclopedico” o di minuziosa analisi storica, vuole evidenziare quelle connessioni e correlazioni – tradizionalmente taciute e rimosse – tra i fenomeni ed i processi che portarono alla crisi ed al crollo dell’Impero Romano d’Occidente e quelli operanti in un’Asia la cui complessa storia viene, tuttora, sottovalutata.
Quando una farfalla batte le ali in Cina si sofferma sul ruolo che, nella crisi e nel crollo dell’Impero Romano d’Occidente, ebbero tanto la Persia quanto, indirettamente, la Cina, dimostrando come il pregiudizio etnocentrico che ancora permea la formazione, la divulgazione e la costruzione dell’immaginario occidentale sia un pernicioso ostacolo a una comprensione di ben più ampio respiro e alla lezione metodologica che ne se ne può trarre.
In questa prospettiva, il riconoscimento di una molteplicità di poli e fattori transculturali è la precondizione per affrontare qualsiasi problematica: storica, politica, economica o strategica.
Una precondizione troppo spesso, volutamente, ignorata da una cultura occidentale che, a differenza di quelle orientali, ha rifiutato la logica olistica privilegiando un approccio molto settoriale.

 

Silvio Marconi – ingegnere, antropologo, operatore di Cooperazione allo sviluppo, Educazione allo Sviluppo e Intercultura – fa ricerca, da anni, nell’ambito dell’antropologia storica e dei sincretismi culturali. Ha pubblicato, al riguardo: Congo Lucumì (EuRoma, Roma, 1996), Parole e versi tra zagare e rais (ArciSicilia, Palermo, 1997), Il Giardino Paradiso (I Versanti, Roma, 2000), Banditi e banditori (Manni, Lecce, 2000), Fichi e frutti del sicomoro (Edizioni Croce, Roma, 2001), Reti Mediterranee (Gamberetti, Roma, 2002), Dietro la tammurriata nera (Aramiré, Lecce, 2003), Il nemico che non c’è (Dell’Albero/COME, Milano, 2006), Francesco sufi (Edizioni Croce, Roma, 2008), Donbass. I neri fili della memoria rimossa (Edizioni Croce, Roma, 2016).

 

Prezzo di copertina: 18 euro Prezzo effettivo: 15.5 euro