Spaccati microcosmici, sui treni indiani

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Spaccati microcosmici, sui treni indiani

Dopo ripetute esperienze, credo di poter affermare che per assaporare l’essenza del viaggio si debba prendere il treno, in India.
Con un’avvertenza: per le lunghe distanze!
Rendersi dunque disponibili per viaggi in treno di almeno 24 ore.
Io, una volta, mi superai: presi un treno da Varanasi a Chennai; un viaggio per cui erano previste 41 ore che sono poi diventate, facilmente, 48.
Ricordo viaggiavo in prima classe, dunque avevamo uno spazio (non è corretto parlare esattamente di scompartimenti, nei treni indiani, in assenza di una rigida divisorietà) con 4 cuccette, contro le 6 delle classi inferiori.
In quelle situazioni capita, in genere, di viaggiare con cagoni: ingegneri, professionisti, docenti di alto livello, businessmen che hanno una spocchia ed un’albagia che li rende proverbialmente odiosi.
Appena giunti negli spazi comuni, questo accade praticamente sempre, si battaglia per il proprio spazio.
Si ha un atteggiamento poco conciliante, leggermente teso, più o meno blandamente aggressivo. Questo accadde anche quella volta, in cui mi trovai a condividere il mio spazio con due personaggi di alta estrazione e, tuttavia, provvidenzialmente strani!
A distanza di qualche anno mi è ancora difficile capire che tipo di relazione ci fosse tra quei due. Uno era particolarmente ieratico, anziano, di un’anzianità polverosa e, tuttavia, vitale.
Lo ricordo dietro a grossi, a dir poco retrò, occhiali di tartaruga.
L’altro era più spigliato, più dinamico, incarnava l’archetipo dell’uomo indiano volitivo, attivo nel mondo, in cui aveva modo di esercitare, probabilmente con buon successo per sé e per gli altri, una considerevole dose di potere.
Era piccolo, tozzo e scattante.
Lo ricordo, con un asciugamano ai fianchi, lasciare il nostro spazio comune per andare a fare la toeletta e ritornare fresco e rigenerato.
Sì, viaggiare in treno in India non è un’esperienza banale come può essere in Europa. In alcuni casi si tratta di autentiche traversate subcontinentali, in un contesto, naturalmente, non adeguatamente organizzato dove, tuttavia, ha modo di manifestarsi la pacata industriosità di un popolo, ai nostri occhi, sicuramente bizzarro.
I due, all’inizio, erano vagamente ostili con il foreigner, con, lo straniero: il sottoscritto.
Io non mi persi d’animo. Ero sufficientemente organizzato: kurta pajami che mi faceva sentire come nel salotto di casa (per quanto, allora, non avessi esattamente un posto dove “poggiare il capo”), piedi nudi, sottratti facilmente ad un paio di sandali, un bello scialle di cotone, cibo e libri.
Leggevo e meditavo, meditavo e leggevo.
Loro due, intanto, erano presi nelle loro dinamiche poco decifrabili.
L’anziano tartarugato incarnava, nella coppia, l’archetipo del pandit, impartendo lezioni all’uomo di potere (che la mattina, scrupoloso più di una moglie, gli rifaceva la cuccetta). Parlava, parlava. Lo ricordo nitidamente, a gambe incrociate, con un biscotto in mano, parlare a ritmo continuo, monotono, inesorabile, dimentico completamente che aveva anche un biscotto da mangiare. L’altro ascoltava rapito, fresco di toeletta dove aveva anche avuto modo, come si vedeva dal rozzo attrezzo che aveva ancora in mano, di pulirsi a fondo la lingua.
Il piccolo attrezzo metallico, per inciso, consta di due barrette che convergono in una superficie appiattita, larga circa mezzo centimetro.
Infilandolo in bocca, tenuto per le due barrette con entrambe le mani, si trascina ripetutamente la superficie appiattita sulla lingua, in maniera da drenare lo strato, un po’ pastoso, di saliva e varie secrezioni, intriso di tossine.
Con la lingua pulita, il nostro seguiva il pandit in tante, diverse piroette filosofiche e, gradualmente, la pace, il satcitananda, si delineavano, illuminandolo, sul suo viso.
Io leggevo, avvolto nel mio scialle e comodo nel mio kurta pajami. Leggevo di Sri Aurobindo. Loro, ogni tanto, mi gettavano, incuriosita, un’occhiata.
Alla fine, iniziarono ad interessarsi esplicitamente a me.
Mi chiesero cosa facessi, cosa leggessi, come meditassi, perché in India, perché non in Occidente, se ero sposato, se avevo dei figli, ogni quanto telefonassi a mia madre, se credevo in Dio, dove fossi, esattamente, diretto, perché proprio lì e non altrove, se avevo un guru, se pensavo l’India fosse un grande paese, cosa pensavo prima di addormentarmi, come e quanto pensassi al momento del congedo da questo pazzo mondo e se andavo, regolarmente e bene, al gabinetto.
In quelle situazioni, bisogna armarsi di santa pazienza. Quando negli indiani si risveglia la curiosità non pongono argini ad una vera e propria morbosità.
Del resto, il concetto stesso di argine, purtroppo e per fortuna, è molto relativo in India.
Il pandit era di Calcutta, dove, secondo lui, avrei dovuto visitare l’istituto dove insegnava (ne immaginavo la biblioteca di libri impolverati e macilenti).
La loro iniziale ostilità ebbe modo di stemperarsi in poche, penetranti domande. Ebbe modo di trasmutare radicalmente, culminando in una loro affermazione quasi corale: siamo felici di averti conosciuto!
Io, un po’, ridevo tra me, pensavo mi sarebbe piaciuto portarmeli ad Auroville, dove ero allora diretto. Che potevamo prendere un alloggio insieme nel momento in cui, oramai, avevamo imparato a convivere bene.
I treni indiani…sono, in realtà più delle diligenze!
Aperti!
Spesso con finestrini difficilmente manipolabili, con i portelli aperti sul trascorrere dei binari, su paesaggi cangianti ed avvolgenti, su discariche e spezzoni di campagna malinconica, sul languore di villaggi arcaici, senza tempo, su momenti acquitrinosi.
E dentro, negli spazi sempre comunicanti, può succedere di tutto!
In tante ore di viaggio, in un contesto sufficientemente destrutturato, si incontrano storie, vicende indiane cosmopolite, maternità senza censure, con pannolini cambiati senza l’opportuna riservatezza.
Prendono corpo fluidi erotici con sguardi neri, pacati e penetranti. Desideri confusi, solo vagamente carnali, dove alberga sempre il senso di un oltre, di una comunione senza chiari confini.
Ed è un continuo passaggio di venditori di tè, di giornali, di bottiglie d’acqua, succhi di frutta, intrugli puzzolenti, unti e speziati, biscotti ed è un continuo scambio di mani con le mani ed il pavimento presto si anima di residui, acquisisce presto un profilo tra il vissuto ed il degradato nel permanere grossomodo inalterato dell’imperturbabilità di questa gente.
Escono fuori da borse economiche, talora di tela iuta, tegami, scorte alimentari per la traversata, sempre in abbondanza, sempre anche per qualcun altro non previsto.
Sistemi complessi di tegami, odorosi di spezie e del vago stantio del fritto. Si mangia, spesso con le mani, con i piedi liberi da calzature, allungati anche fuori del proprio spazio pagato, in comunione a volte burbera ma generalmente armoniosa con quello degli altri.
Si discute di attualità e filosofia, subentrano ruoli famigliari.
I più anziani diventano dada-ji (signor padre) e Mata-ji (signora madre), aunty o uncle (zia o zio). I più giovani didi (sorella) o bahia (fratello).
È questa una tendenza peculiare di questo paese. La riproduzione di un contesto famigliare anche in strada, sul treno, alle poste. Questo non può non stemperare le tante tensioni inevitabili in un paese sovrappopolato, spietatamente gerarchico e via elencando.
Ci si rivolge ad un estraneo chiamandolo “fratello” o “zio”. Si può anche finire per litigare, anche molto duramente ma il tutto, in fondo, è avvenuto come in famiglia.

Mi allontano, sul treno Jammu-Varanasi, dallo scompartimento aperto. Finisco nel disimpegno tra una carrozza e l’altra, di fianco al portello aperto sul trascorrere dei binari e dei paesaggi cangianti.
Il portello ha un ricco motivo di antichi schizzi rossi, di radice di betel masticata e rimasticata.
Ripenso allo sguardo morbido e melanconico, adulto pur in un corpo ancora acerbo di donna, della mia dirimpettaia. Ripenso a quell’innocente fluido erotico, ad un desiderio confuso e proibito, a quanto le brutture di questo paese convivano, con confini incerti, con forme ― sconfinate — di bellezza.
Prende corpo un’emozione in principio poco chiara che assume via via i contorni nitidi di un’ineffabile nostalgia. Di una nostalgia suscitata dalla eco di una probabile età dell’oro di questo paese e, allo stesso tempo, di un’appartenenza nostalgica per averci, in qualche modo, sempre vissuto. Forse solo a livello vibrazionale, forse solo per la risonanza di alcuni stati d’animo. In fondo, è quasi risaputo che l’universalità dell’India sta nel suo essere un luogo tanto ampio quanto relativamente definito della nostra coscienza; un senso di sospensione, con momenti, apicali, di infinito.
Dondola e ridondola, il treno, alla volta dell’ancora lontana Varanasi. Arriveremo, probabilmente, con le nostre buone 4-5 ore di ritardo. Nessuno aspetterà nessuno per l’orario previsto. Di nuovo nello scompartimento aperto, il pavimento mantiene quasi con fierezza la sua patina vissuta. Una donna anziana, Aunty, seduta di fianco a me a gambe incrociate nel suo sari di delicati colori pastello, si concede un rutto liberatorio. La nipotina di 2 o 3 anni , giocherella con una bottiglia di plastica, in braccio alla zia. Chi mangia, chi dorme, chi mastica la radice di betel, spandendo l’odore, uno degli odori peculiari dell’India, tutt’intorno.
Fuori continua a trascorrere, lenta, l’India dell’abolizione del tempo, l’India universale, sintesi suprema di pace, struggimento e, ancora una volta, sconfinata bellezza.
L’India di cui non si riesce mai a dire abbastanza. L’India e ancora l’India e ancora e ancora e ancora…