Stato, popolo e identità

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Il quinto di una serie di articoli di approfondimento del nostro collaboratore Silvio Marconi.

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Si è parlato finora di “identità” in rapporto con realtà come nazioni, stati, popoli, etnie, e lo si è fatto senza approfondire le interazioni fra questi ed altri concetti e soggetti che pure hanno un rilievo essenziale nella Storia umana; ciò dipende dal fatto che mentre tutti sono concordi nel distinguere una città da un ponte, un confine da una chiesa, non esiste alcun accordo su cosa significhino alcuni di quei termini e, conseguentemente, che rapporto possano avere con gli altri.

Crediamo tutti di sapere cos’è uno Stato e talvolta commettiamo anche l’errore di ritenere che “Stato” abbia sempre voluto significare la stessa cosa, ma basta riflettere un po’ e magari rifarsi a qualche esempio per capire che non è così. La scuola ci abitua a chiamare “città-stato” le compagini in cui era articolata la Grecia antica, sorvolando su molti aspetti; innanzi tutto alcune “città-stato” (in particolare quelle createsi su piccole isole), esercitavano la loro sovranità esclusivamente sul territorio all’interno delle mura e sull’agro circostante, come ad esempio la Itaca di Ulisse, mentre molte “città-stato” avevano un potere esteso su ampie aree di territorio, su centri abitati minori, su intere regioni, come nel caso di Sparta, di Tebe e di Atene. In secondo luogo molte di quelle “città-stato” (e la cosa vale anche per quelle della costa dell’attuale Libano che siamo abituati a chiamare, seguendo i Greci, “fenicie”) fondavano colonie anche a grande distanza, dal Mar Nero alla Sicilia, dall’Anatolia alla Costa attualmente francese, e con esse si istituivano rapporti diversificati e complessi, ma sempre segnati da una egemonia più o meno incisiva e prolungata della madre patria, fino a costituire situazioni che vengono definite, impropriamente, “imperiali” o, più propriamente, ricollegate all’aspetto marittimo del dominio, la talassocrazia, ad esempio ateniese.

E’ evidente quanto sia inadeguato far rientrare sotto la stessa categoria di “città-stato” il piccolo reame omerico di Itaca e la grande potenza marittima ateniese, e anche parlare genericamente di “stati” è altrettanto improprio, posto che ci troviamo di fronte a situazioni che vanno da una gestione da parte di famiglie e clan a quella da parte di assemblee elettive di “cittadini”, da tirannie ad oligarchie, da vere e proprie metropoli colonialiste a piccoli centri infeudati a potenze regionali. E’ solo l’idealizzazione tardo romantica che ci fa parlare di una Grecia dominata da concetti come “Stato”, “democrazia”, “elettività”, ecc. senza tener conto delle epoche e dei luoghi e men che mai della rilevantissima percentuale di esclusi da ogni processo decisionale: tutte le donne di qualunque condizione sociale, gli schiavi, le frazioni asservite (a Sparta gli “Iloti”) in genere corrispondenti a popolazioni preesistenti soggiogate, gli stranieri.

 

Possiamo parlare di “Stato mongolo” ad esempio all’epoca di Gengis Khan (nella foto)? Certamente egli aveva dato alla sua gente leggi e forme di organizzazione militare e politica unificanti, ma il potere era comunque a carattere clanico-familiare; non si sta qui semplicemente notando che ovviamente non era un potere democratico, perché lo Stato non implica affatto necessariamente la democrazia rappresentativa, ma nel caso mongolo si trattava pur sempre di una gerarchia basata esclusivamente sul vincolo familiare-clanico e non su forme di statualità con regole successorie chiare, tanto è vero che l’espansione mongola veniva drasticamente meno ogni qualvolta il leader supremo moriva, cosa che invece non avviene nell’Impero Romano, in quello cinese, nello Stato asburgico, nei domini incaici, al di là delle possibili lotte di successione e guerre civili che mettono certo in discussione nella pratica l’unità e la stabilità dello Stato ma non negano la sua esistenza come invece avviene nel caso mongolo.

Siamo inoltre abituati a collegare strettamente il concetto di Stato con quello di territorio su cui esercita la sovranità ma questo è vero pienamente soltanto dal momento in cui la Rivoluzione Francese fa nascere il concetto moderno di “cittadino” e scardina il sistema aristocratico, perché in effetti prima si verificavano situazioni assai particolari, come il fatto che un territorio fosse dominio personale di un signore con legami di vassallaggio a più di un potere o che si trovasse all’interno dei confini di un dominio altrui; è da questo fatto che nascono fra l’altro le intricate vicende delle guerre in Francia tra Borgognoni, Inglesi e Francesi e più in generale tra corona inglese, corona scozzese, corona francese e corona spagnola per secoli, con i sovrani delle Isole Britanniche e della Francia a pretendere ciascuno di essere il legittimo possessore anche del territorio dell’altro, querelle che peraltro risale alla stessa conquista normanna dell’Inghilterra nel 1066!

Durante il Medio Evo e il Rinascimento si crearono in varie aree del Pianeta enclave gestite da gruppi di pirati e corsari, sia nel Mediterraneo (ad esempio Frassineto, sulla Costa Azzurra) che nei Caraibi (ad esempio l’isola della Tortuga); non erano “stati” e certo non li consideravano tali, ma covi di banditi da estirpare, i loro nemici, ma avevano forme di gestione anche più democratiche di tanti “Stati” coevi, basate in genere su Consigli formati dai capitani delle navi e da rappresentanti delle milizie e dei mercanti residenti, modello che del resto fu anche quello di molti centri dei corsari barbareschi nel Mediterraneo, da Algeri a Tunisi, pur ufficialmente soggetti al dominio ottomano, e che non differiscono poi tanto da quelli arcaici di Repubbliche Marinare della Penisola Italiana come Amalfi (la prima), Pisa, Genova, Venezia che i nostri libri di testo ci abituano a considerare come veri e propri “stati” fin dal loro sorgere e che peraltro non erano seconde a nessuno nella pratica della pirateria e della razzia.

Come definire, poi, situazioni come quella belga, ossia apparentemente uno “Stato” ma formato per volere straniero, con una monarchia straniera, nessuna unità storica e linguistica e che, quando diventa potenza coloniale, vede il suo sovrano avere l’immenso Congo come “dominio personale” e non dello Stato belga stesso?

Il rapporto fra queste tante forme di situazioni e soggetti che siamo abituati a collegare al termine “stato” e le identità è, ovviamente, assai complesso; qual’era l’“identità” dei pirati e dei corsari musulmani (ma molti erano in effetti Cristiani convertitisi all’Islam e per questo considerati “rinnegati”, come quel Sinan Capudan Pasha di cui ci parla Fabrizio De André nella sua omonima canzone…) che gestivano la città di Algeri o il covo di Fraxineto? Era un’identità basata sulla religione islamica? Certamente solo in parte e non in forma esclusiva, posto che per molti l’adesione a questa o quella religione era fattore collegato alla sopravvivenza ed all’opportunismo, quando non alla criticità di essere qualcosa e far credere di essere altro. Era qualcosa che aveva a che fare assai più con la dimensione marinara che interconnetteva il marittimo catalano e quello di Djerba, quello genovese e quello di Alghero, quello maltese e quello trapanese, quello di Al Mahdia e quello di Tripoli e che ritroviamo in un linguaggi creolo dell’epoca, il “sabir”, in tante ricette, in musiche, pratiche magiche, rituali, tecniche di navigazione, simboli, usanze, indumenti, tatuaggi.

Qual’era il rapporto fra “stato” ed “identità” nel Belgio tardo-ottocentesco, privo di una lingua unificante, con tradizioni architettoniche e gastronomiche, religiose e politiche che lo frantumavano eppure capace di darsi alle conquiste coloniali e poi, nella Prima Guerra mondiale, di cercare con coraggio di difendersi dall’invasione germanica? E qual’è tale rapporto nel Belgio più diviso che mai di oggi, che peraltro vede una percentuale enorme dei suoi abitanti essere eredi di immigrati spagnoli, greci e italiani venuti a lavorare e morire nelle sue miniere e che, al di là degli incarichi pubblici, accademici e delle énclaves dei dipendenti del Parlamento Europeo di Bruxelles, vive sul sudore di Filippini, Marocchini, Egiziani, Cinesi, Congolesi, Pakistani, Afghani che spazzano le strade, gestiscono le cucine, guidano i bus, riparano i treni, rifanno i letti per i turisti, servono i clienti nelle gelaterie e nei supermercati, vendono frutta e verdura, gestiscono i ristoranti etnici, stampano i suoi libri, sono vigilantes, costruiscono edifici, scaricano merci, ecc. ?

Il concetto di “popolo” è ancora più sfuggente, al punto che fino ad oggi non lo si è mai definito univocamente e che perfino quella ONU che ha iscritto nella sua Carta fondativa il principio del “diritto all’autodeterminazione dei popoli” non è mai riuscita a definire chi sia il titolare di tale diritto, producendo un paradosso che chiunque si intenda anche elementarmente di diritto comprende: un diritto di cui non si stabilisce il soggetto è in effetti aria fritta! Così, ad esempio, la Repubblica Popolare Cinese stabilisce che nel suo territorio esiste un solo “popolo”, quello “cinese”, articolato in una etnia maggioritaria (“han”) e 51 etnie minoritarie (“minoranze etnico-linguistiche”) che, come tali, non hanno alcuna titolarità al diritto all’autodeterminazione, mentre la vecchia URSS stabiliva che le “minoranze etniche” erano “popoli” e teoricamente avevano diritto all’autodeterminazione, cosa che ha portato al proliferare di “Stati” nei territori della ex-Unione Sovietica, senza considerare che i confini precedenti erano puramente amministrativi e che, ad esempio, nei Paesi Baltici vivevano milioni di persone etnicamente russi, oggi discriminate nei loro diritti (di voto, di carriera statale, di accesso a determinate professioni, perfino di espatrio, con il beneplacito dell’Unione Europea…) e che più in generale 25 milioni di Russi si sono trovati da un giorno all’altro a vivere come stranieri in Stati neonati, dopo che nel referendum del 17 marzo 1991 (boicottato dai Paesi Baltici e dall’Armenia che si erano già dichiarati indipendenti) la grande maggioranza dei votanti in tutti quei territori in cui si votò (76,4%!), compresa l’Ucraina, si era espressa liberamente contro l’indipendenza e per il mantenimento dell’URSS!

 

Quella disgregazione, voluta da altre potenze e gestita dai loro rappresentanti nella ex-URSS, è uno degli esempi interessanti di come le identità debbano essere inventate o amplificate a posteriori, ossia dopo la creazione degli Stati, per legittimarne l’esistenza, non voluta dagli elettori, che significa soprattutto per legittimare il potere di élites che, paradossalmente, in molti casi (ad esempio in Asia Centrale) erano esattamente le stesse che dominavano quei territori e quelle genti come rappresentanti del sistema sovietico monopartito, riciclatesi dalla sera al mattino dal “marxismo-leninismo” magari all’Islamismo. Certamente molta parte di quelle identità era stata già favorita, quando ancora una volta non costruita, dal potere sovietico, fin dall’età staliniana, prova ne sia che tutte le lingue delle genti centrasiatiche (e molte di quelle di altre aree dell’URSS) non avevano forma scritta fino agli Anni Venti e che la loro esistenza come lingue letterarie e di studio venne realizzata dal potere sovietico e dagli intellettuali al suo servizio; anche l’artigianato, il “folklore”, le decorazioni e molto altro vennero fatte fiorire in forme “tipiche” grazie alla scolarizzazione di massa, alle accademie d’arte, ai gruppi musicali e danzarii, alle fiere, alle competizioni create dal potere sovietico ma, ovviamente, un lavoro ancora maggiore è stato realizzato dopo il 1991 dalle “nuove” élites degli Stati neonati centrasiatici, spesso appoggiandosi in forme inesistenti in epoca sovietica, alla religione musulmana, in particolare nella sua versione sunnita e talora sufica. La cosa potrebbe sembrare in fondo positiva perché si potrebbe pensare ad una promozione e valorizzazione di elementi tradizionali che è giusto far rifiorire, ma vi sono alcune questioni in sospeso che mostrano la grande artificiosità di tutto quel processo; in primo luogo, come si è già detto, ciascuna di quelle regioni vede, per gli eventi connessi con il processo di industrializzazione ed urbanizzazione della vecchia URSS, la presenza di rilevanti aliquote di persone e famiglie di origine etnoculturale russa, atei o Ortodossi, e di molte “famiglie miste”; inoltre esistono forti minoranze etnolinguistiche (quando non anche religiose) radicatesi in quei territori storicamente da secoli o addirittura autoctone e la valorizzazione estremizzata di una cultura “nazionale” basata su un solo tipo di riferimento porta allo scoperto conflitti latenti e genera separatismi, violenze, nascita di nuovi “micro-Stati” come nel caso della regione etnicamente armena del Nagorno Karabakh e del suo conflitto (1992-1994) con l’Azerbaijan che l’aggredì.

Altrove, come nei Paesi Baltici, la situazione si è apparentemente “risolta” con l’annichilimento di tutto ciò che è “russo”, considerato come “identità dell’invasore sovietico” sulla base di quanto accaduto subito prima e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale; così facendo, però, non solo si è dato spazio e legittimità alla discriminazione verso i Russofoni ed i cittadini di origine russa in generale (considerati addirittura “apolidi” se discendenti di famiglie giunte nei Paesi Baltici dalla Russia dopo il 1939!), ma si è stravolta la Storia e la cultura locali, dunque proprio l’identità, con operazioni che vanno dalla trasformazione in eroi di personaggi del mondo baltico che furono collaborazionisti dei nazisti (arruolandosi sia nelle Divisioni SS, sia fra i guardiani dei campi di sterminio hitleriani) e che parteciparono alla gestione dell’Olocausto alla rimozione del contributo che, invece, ad esempio i fucilieri lettoni dettero alla Rivoluzione di Ottobre a Leningrado e poi alla Guerra Civile dalla parte dei Bolscevichi e con forme di invenzione di continuità con forme arcaiche di compagine proto-statuale baltiche che contaminano in realtà le tradizioni baltiche con quelle di chi – come i Cavalieri Teutonici – fu in effetti un fattore di oppressione, cristianizzazione coatta e strage dei popoli baltici originari.

Oltre tutto, simili operazioni di invenzione identitaria e riscrittura della Storia, se compiute da soggetti nazionalistici diversi, non possono che confliggere tra loro; così richiamarsi alle glorie lituane medievali non può che urtare la sensibilità dei Polacchi, esaltare le radici polacche di Leopoli/Lvov/Lviv e della Galizia entra in conflitto con il fatto che quell’area è oggi la roccaforte dell’estremismo nazional-fascista ucraino che esalta come eroe quello Stepan Bandera che guidò le sue milizie durante la Seconda Guerra Mondiale a massacrare 200.000 fra Ebrei e Polacchi tra Galizia e Volinia, imporre per legge come fa il Parlamento di Kiev la progressiva cancellazione dell’insegnamento nelle lingue delle minoranze fa insorgere i nazionalisti ungheresi, non meno fascistizzanti di quelli ucraini ma che si ritrovano sulle stesse posizioni critiche degli antifascisti russofoni del Donbass. Questo, del resto, dimostra solo come la Storia insegni ma abbia pochi alunni, perché simili risultati conflittivi si ebbero già, ad esempio nei Balcani, come effetti collaterali delle invenzioni identitarie nazionalscioviniste a cavallo fra il secolo XIX ed il XX, risultati che favorirono le “Guerre Balcaniche che insanguinarono quelle regioni anteriormente alla Prima Guerra Mondiale e che portarono i loro strascichi fino a tutta la Seconda ed, in parte, si ravvivarono coi conflitti degli anni ’90 che portarono allo sfascio della Jugoslavia.

 

I libri di Silvio Marconi

 

Uno studio che, lungi dall’avere un obiettivo “enciclopedico” o di minuziosa analisi storica, vuole evidenziare quelle connessioni e correlazioni – tradizionalmente taciute e rimosse – tra i fenomeni ed i processi che portarono alla crisi ed al crollo dell’Impero Romano d’Occidente e quelli operanti in un’Asia la cui complessa storia viene, tuttora, sottovalutata.
Quando una farfalla batte le ali in Cina si sofferma sul ruolo che, nella crisi e nel crollo dell’Impero Romano d’Occidente, ebbero tanto la Persia quanto, indirettamente, la Cina, dimostrando come il pregiudizio etnocentrico che ancora permea la formazione, la divulgazione e la costruzione dell’immaginario occidentale sia un pernicioso ostacolo a una comprensione di ben più ampio respiro e alla lezione metodologica che ne se ne può trarre.
In questa prospettiva, il riconoscimento di una molteplicità di poli e fattori transculturali è la precondizione per affrontare qualsiasi problematica: storica, politica, economica o strategica.
Una precondizione troppo spesso, volutamente, ignorata da una cultura occidentale che, a differenza di quelle orientali, ha rifiutato la logica olistica privilegiando un approccio molto settoriale.

 

Silvio Marconi – ingegnere, antropologo, operatore di Cooperazione allo sviluppo, Educazione allo Sviluppo e Intercultura – fa ricerca, da anni, nell’ambito dell’antropologia storica e dei sincretismi culturali. Ha pubblicato, al riguardo: Congo Lucumì (EuRoma, Roma, 1996), Parole e versi tra zagare e rais (ArciSicilia, Palermo, 1997), Il Giardino Paradiso (I Versanti, Roma, 2000), Banditi e banditori (Manni, Lecce, 2000), Fichi e frutti del sicomoro (Edizioni Croce, Roma, 2001), Reti Mediterranee (Gamberetti, Roma, 2002), Dietro la tammurriata nera (Aramiré, Lecce, 2003), Il nemico che non c’è (Dell’Albero/COME, Milano, 2006), Francesco sufi (Edizioni Croce, Roma, 2008), Donbass. I neri fili della memoria rimossa (Edizioni Croce, Roma, 2016).

Prezzo di copertina: 18 euro Prezzo effettivo: 15.5 euro