Storia del fenomeno comunitario

Posted in Comunità intenzionali ed ecovillaggi

Vivere in piccoli gruppi possibilmente affiatati, nella ricerca di un’armonia interumana inserita in un più ampio equilibrio con la natura, è antico quanto l’uomo.
Potremmo anzi dire che il vivere in piccoli gruppi in simbiosi più o meno armonica con l’ecosistema sia l’espressione più antica della socialità umana.
Diversi studiosi, scrittori, semplici appassionati sostengono che l’età dell’oro dell’umanità sia stata il periodo neolitico, quando la dimensione comune di vita era il pagus, il piccolo villaggio.
La dimensione esistenziale dell’uomo seguiva allora i cicli stagionali, si viveva nella certezza dell’ “eterno ritorno” aiutando la natura a manifestarsi in maniera il più possibile generosa.
Una prospettiva ciclica non può non avere aspetti idilliaci perché tutto diventa abbastanza prevedibile e chi la assume può sentirsi quantomeno co-protagonista della propria esistenza.
Poi la storia ebbe inizio a Sumer, la Babilonia meridionale e portò con sé le città: Ur, Eridu, Lagash, Uruk.
Erano città-stato, a volte in reciproca esplicita ostilità.
A queste avrebbero fatto seguito molte altre, a partire dalle babilonesi Sippar, Ninive, Assur, ciascuna con propri re ed eserciti e ambizioni di espandersi per creare imperi.
La dimensione urbana ha portato con sé una moltiplicazione di desideri, un immaginario eccessivamente antropico, in cui gli elementi naturali e la natura stessa hanno perso la centralità che avevano nel pagus.
La città ha portato una progressiva perdita di controllo del singolo sulla vita della comunità perché questa si è accresciuta sproporzionatamente sotto ai suoi occhi.
La stessa dimensione del potere ha perso l’immediatezza che aveva nel pagus, data da un quotidiano confronto interumano. È divenuta via via più astratta, meno controllabile dunque più totalitaria.
Nella città, per prendere a prestito un mito hindu, si sono creati i presupposti perché si ispessisse il velo di Maya, che preclude all’uomo la visione autentica della realtà.
A fronte di questo, diversi tra coloro che volevano ritrovare il proprio essere più autentico non hanno potuto tollerare il caos crescente delle dimensioni urbane, i loro bombardamenti sensoriali, i loro “giochi di ruolo” e si sono ritirati, in solitudine o in piccoli gruppi, tra le braccia della grande, ancestrale maestra: la natura.
Questo piccolo-grande esodo si è dipanato lungo i secoli.
Le prime espressioni documentate si hanno con gli Aranyaka, i “testi delle foreste”, parte integrante della letteratura Vedica, in cui vengono esposti gli elementi di una gnosi sviluppata da coloro che, dalle distrazioni del mondo (a maggior ragione da quelle cittadine), si ritiravano dove la natura potesse raccontarsi indisturbata.
Non stiamo però parlando ancora di “comunità intenzionali”.
Il sociologo Bill Metcalf, docente alla Griffiths University in Australia, corrispondente internazionale della rivista americana Communities Magazine e presidente dell’International Communities Studies Association, scrive che la prima, documentata, fu Homakoeion, fondata da Pitagora nel sud dell’Italia intorno al 525 a.C.
La comunità, vegetariana, aveva diverse centinaia di residenti, maschi e femmine, i cui beni venivano messi in comune, che lavoravano insieme e dividevano i momenti dei pasti.
Sullo stesso filone troviamo, a partire dal secondo secolo a.C., le comunità essene (Giuseppe Flavio considerava gli esseni una sorta di “pitagorici ebraici”), poco distanti dal Mar Morto, cui si sarebbero ispirati i primi cristiani, organizzati nella Comunità Gerosolimitana.
Non è mia intenzione soffermarmi troppo, in questa sede, sulle specifiche storiche del fenomeno comunitario (per le quali rimando ai links sottostanti) pur volendo offrire qualche rapido flash.
Ciò che è importante ancora sottolineare è che il “ritirarsi” (per ritrovarsi), in solitudine o in comunità, è stata una costante della storia umana.
Tralasciando l’esperienza dei “solitari”, in questo sito e nel blog di viverealtrimenti ci interessa documentare, nella misura del possibile, quella dei “comunitari”.
L’universo comunitario è sempre stato decisamente vario e sfaccettato, dunque se in genere la scelta di vivere in comunità e quella di ritornare alla natura sono andate e tendono ad andare di pari passo, ci sono stati e ci sono tuttora casi di comunità nelle città, per quanto le prime rappresentino necessariamente una sorta di antidoto alle seconde.
La comunità implica difatti una prossimità interpersonale (più o meno stretta e presto, per quanto riguarda specificamente le comunità intenzionali, vedremo in che modo) che la città tende a negare.
Sulla dicotomia città-campagna si innesta una prima importante differenza tra comunità intenzionale ed ecovillaggio.
Difatti, se la definizione di comunità intenzionale non include necessariamente la “scelta rurale”, quella di ecovillaggio non può non comprenderla, pur se questo si viene a trovare -paradossalmente direi- in un contesto cittadino.
Nella definizione di comunità intenzionale l’enfasi cade sull’intenzionalità cioè sul fatto che vivere in comunità è la conseguenza di una scelta deliberata, di una intenzione.
Nella definizione di ecovillaggio, il fatto di essere un piccolo nucleo di persone (villaggio) è invece vincolato alla scelta di uno stile di vita ecologico, dunque necessariamente inserito, in primo luogo, in un contesto naturale.
L’ecovillaggio rappresenta dunque un importante momento di sintesi di due istanze che, nei secoli, si sono affermate come antidoto all’alienazione urbana: il ritorno al materno grembo naturale e la vita in piccoli gruppi possibilmente affiatati, cioè la scelta, l’intenzione, di essere comunità.
Oggi gli ecovillaggi e le comunità intenzionali sono diverse migliaia nel mondo, in buona parte inseriti in una rete internazionale, il GEN (Global Ecovillage Network).
Il fenomeno comunitario, in questi ultimi anni, sta conoscendo una prudente fioritura, agevolato dal fatto che le grandi città sono progressivamente meno vivibili, le condizioni economiche della maggior parte delle persone meno floride (vivere insieme “costa meno”), le alternative offerte da una militanza politica meno allettanti.
Per alcuni vivere in una dimensione comunitaria ed avere garantiti i prodotti dell’orto e degli animali e la legna dai boschi, in un’ottica di semplice sussistenza che abbini una ritrovata libertà da “bisogni indotti” all’astensione dall’inquinare, è già un buon investimento (è il caso dei cosiddetti “ecologisti profondi”).
Altri chiedono di più: una qualità della vita difficile da ritrovare nel mondo ordinario, nella cauta accettazione di quanto di buono i soldi e la tecnologia possono offrire.
Altri ancora vivono in un ecovillaggio o in una comunità intenzionale perché coinvolti in uno stesso percorso iniziatico e/o spirituale o anche semplicemente ideologico o culturale (può essere il caso, quest’ultimo, delle comuni di ispirazione anarchica o “comunista”).
A fronte di questa classificazione generale, esistono molte realtà “miste” in cui, ad esempio, ritroviamo istanze di ecologia profonda “contaminate” con altre legate ad un preciso cammino spirituale o di ricerca politico-esistenziale e gli esempi si potrebbero moltiplicare.

Seguono links a posts di approfondimento di alcune storiche esperienze comunitarie, dalle comunità essene al fenomeno, post-moderno, degli ecovillaggi. Buona lettura!

Il comunitarismo iniziatico degli esseni
Esiti comunitari del protestantesimo radicale
Gli amish: inossidabili al tempo!
Il Bruderhof di Eberhard Arnold
I diggers, tra diciassettesimo e ventesimo secolo
Volute comunitarie sulle ali del socialismo utopistico
Comunitarismo ottocentesco negli Stati Uniti tra eresia ed utopia
La stagione dei kibbutzim
Comunitarismo anarchico
Comuni anarchiche in Ucraina
Buenaventura Durruti e “la breve estate dell’anarchia”
Il filone esistenzialista a partire dalla beat generation
Vita nelle comuni tra antifamilismo e protoecologia
…E poi è arrivata la New Age