Una recensione per Gesù in India?

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Una recensione per Gesù in India?

Dalla nostra collaboratrice, Cecilia Giraudo

 

Al centro del libro di viaggio Gesù in India? di Manuel Olivares – pubblicato nel novembre 2015 dalla casa editrice Viverealtrimenti – c’è una delle questioni da sempre appassionatamente discusse da teologi e studiosi di tutto il mondo e di tutte le religioni: gli anni della vita di Gesù di cui i Vangeli non parlano; si tratta, in sostanza, del periodo della sua prima giovinezza – gli anni che dunque precedettero l’inizio delle sue predicazioni – e di quello successivo alla crocifissione, cui secondo alcune scuole di pensiero Gesù sarebbe, in realtà, sopravvissuto.
L’autore si propone di riprendere, analizzare e commentare molte delle differenti teorie che hanno, a partire da fine Ottocento, cercato di dare una risposta al grande interrogativo con cui ha intitolato il suo libro e lo fa – a parer mio – in modo molto esauriente, senza tentare mai di far prevalere una teoria sulle altre e lasciando dunque al lettore assoluta libertà di pensiero.
Credo che sia molto importante, al giorno d’oggi, affrontare un argomento di questo genere, in primo luogo perché può essere un ottimo escamotage per tentare di avvicinare culture, religioni e modi di pensare tra loro molto differenti ma che sempre più di frequente ormai si trovano a dover convivere: il dialogo tra culture diverse è ciò su cui occorre maggiormente puntare in un mondo come quello odierno, peculiarmente cosmopolita. E – a tale proposito – tra le righe di Gesù in India? emerge una grande lezione di vita per tutti noi occidentali: Manuel Olivares, durante il suo viaggio di ricerca, si è infatti trovato in più situazioni ad avere a che fare direttamente con persone musulmane e di altre religioni (ho scelto di fare esplicito riferimento ai musulmani perché attualmente in Italia sono senza dubbio il gruppo religioso più malvisto e colpevolizzato) che si sono rivelate grandi esempi di apertura e disponibilità alla condivisione, di saggezza e di umiltà: si incontrano nel libro musulmani come Aijaz e Farooq che sono tutt’altro che esempi di intolleranza, come siamo soliti definirli al giorno d’oggi.
Quest’opera è, inoltre, davvero sorprendente perché l’autore ha inserito l’analisi di un argomento così significativo e difficile da affrontare all’interno del racconto dei suoi viaggi nei luoghi che Gesù avrebbe attraversato, in cui si sarebbe fermato e dove, secondo alcuni, sarebbe addirittura stato seppellito: si tratta, dunque, di un saggio e di un travelog allo stesso tempo!
Manuel Olivares, essendo – come si sa – un grande amante del territorio indiano, dove peraltro ha vissuto per lunghi periodi, esprime senza remore tutto il suo amore, il suo attaccamento e il forte interesse che nutre per esso, per i suoi segreti, per le persone che lo abitano, nonostante vi siano stati spesso ostacoli e difficoltà da superare o con cui convivere; la sua inesauribile volontà di sapere sempre qualcosa di più a proposito di questa terra è evidente in ogni pagina del libro, anche e – credo – soprattutto perché argomenti di questo tipo possono tenere legate le sue due amate terre, quella natale e quella adottiva.
Il racconto del suo viaggio di scoperta è appassionante: l’autore ha scelto di visitare i territori che sono di maggior interesse riguardo alle vicende in questione, come il Ladakh e il Kashmir, ha voluto mettersi in contatto con la Comunità Islamica Ahmadiyya, che da sempre è grande sostenitrice della permanenza di Gesù in India e con la quale è nata un’ottima collaborazione. Nel frattempo, mentre incontrava persone, visitava luoghi e cercava manoscritti, continuava a leggere tutti i libri reperibili sull’argomento, così da poter offrire a noi lettori un panorama il più possibile completo ed esauriente. Lo stesso fatto di lasciare la questione irrisolta, dunque nell’ambito del possibile, è una scelta operata da Manuel Olivares con onestà e coraggio, perché favorisce la libertà di pensiero.
Un viaggio inedito e coinvolgente, al termine del quale – come dice lui stesso – le conclusioni non possono che rimanere aperte: a fine testo scrive, infatti, che di sentirsi solo all’inizio di un percorso e ci lascia dunque desiderosi di saperne a nostra volta di più e speranzosi che molti altri studiosi possano interessarsi all’argomento trovando ulteriori bandoli di approfondimento.