Utopiaggia

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Utopiaggia

Utopiaggia è un’esperienza storica in Italia. Nasce, agli inizi degli anni ’80, come comune grossomodo anarchica composta da soli tedeschi, una cinquantina tra adulti e bambini. In principio si è tentato di realizzare il sogno dell’autogestione e dell’autosufficienza, vivendo di agricoltura, allevamento ed artigianato in una dimensione marcatamente collettivista. Nel tempo molte persone si sono allontanate e, per usare un’immagine della saggezza popolare, “molti angoli sono stati smussati”. Oggi ad Utopiaggia vivono stabilmente 23 persone (18 adulti e 5 bambini) e l’età media è abbastanza alta. È questo un elemento peculiare ed abbastanza controverso. Parlando con alcuni comunitari ho raccolto qualche lamentela per l’assenza di “energie giovani”. Allo stesso tempo ho avuto modo di vedere quale piccolo condensato di esperienza di vita in comune, di memoria storica e “maturità comunitaria” sia Utopiaggia. Oggi, difatti, è sicuramente una realtà di buon livello. Il posto, una valle incontaminata e selvaggia dove è ancora buona norma guardarsi dai lupi, è semplicemente splendido. Gli edifici sono una villa e due case coloniche (il terreno e gli edifici sono proprietà collettiva mentre nelle case ci sono spazi privati e comuni). Ho avuto modo di visitarne gli interni e li ho trovati curati ed accoglienti; «rustici per le stufe a legna in ghisa o in argilla, le mensole di legno massello cariche di libri, le rudi pelli di pecora sulle panche della sala da pranzo di Villa Piaggia (la cosiddetta casa madre) ma, allo stesso tempo, tendenzialmente raffinati. Rustico-dandy, ad esempio, il bar dirimpetto alla villa, ricavato dalla casa curiale di una chiesetta ora sconsacrata e adibita a cinema e sala-feste-e-concerti, con il tetto dell’abside rifatto in vetro per consentire al potente chiarore astrale, indisturbato da luci umane, di proiettare all’interno i suoi suggestivi aloni. Micro-aristocratico il salottino liberty del laboratorio di Ildiko, una comunarda che tinge la lana e la seta con colori vegetali e sono quasi da mostra antiquaria, nella loro solida essenzialità, i mobili della camera di Beatrice» . Accanto all’estetica troviamo anche una buona organizzazione (sono tedeschi!), la stessa che ha consentito di superare un problema drammatico come l’iniziale mancanza di acqua corrente, scavando pozzi profondi, di approntare comodi gabinetti nelle case (i primi tempi si utilizzavano solamente due bagni ecologici esterni) ed un buon sistema di riscaldamento a legna. È invece rimasta immutata, rispetto al periodo iniziale, la tensione all’autosufficienza alimentare. Le tre case hanno, ciascuna, il proprio orto, l’olio è garantito dal sufficiente numero di ulivi mentre pecore e galline garantiscono alla dispensa comunitaria un buon approvvigionamento di latte, formaggio, uova e, saltuariamente, anche di carne. Da un punto di vista economico ogni comunitario ha una propria economia privata mentre c’è l’immancabile cassa comune per le spese da affrontare insieme. La situazione lavorativa è assortita; alcuni residenti lavorano dentro ed altri fuori della comune. Gli “interni” hanno fondato una cooperativa agricola ed artigiana. Tra loro troviamo Ingrid che lavora la ceramica, Ildiko che lavora con i tessuti e Barbara che produce formaggio biologico dal latte di oltre 100 pecore. Venendo all’aspetto decisionale, ad Utopiaggia ci sono quattro assemblee l’anno in cui le decisioni vengono prese all’unanimità. In passato, mi dice Beatrice, ci si riuniva una volta a settimana ma non si riusciva ad essere efficaci mentre oggi si raccolgono i frutti di una maturazione collettiva che può far parlare di uno “spirito più adulto”. Di alcune cose non si discute più ad Utopiaggia, ormai sono definitivamente acquisite come impegnarsi tutti, periodicamente, in lavori comuni (dalle ristrutturazioni alle potature), distribuirsi equamente i turni in cucina e lo “spazio privato” all’interno delle case. Ciò che differenzia un membro di Utopiaggia da un ospite è l’aver voce nelle assemblee ed il diritto ad una stanza. Oggi per diventare membri effettivi occorre versare una quota in denaro ma c’è una buona disponibilità ad accogliere ospiti (ci tengono a specificare: per periodi lunghi; se ne deduce che non basti il movente sia la semplice curiosità) alla pari. Credo che, soprattutto i più giovani, possano approfittare di quest’apertura e cogliere l’opportunità di trascorrere un periodo con persone di buona esperienza comunitaria a livello internazionale. Alcuni membri di Utopiaggia, infatti, hanno avuto modo di soggiornare nei kibbutzim israeliani ed il sociologo Ludwig Schibel, nella comune dall’inizio, ha fatto studi approfonditi di storia e sociologia del fenomeno comunitario. Nello stesso tempo, ospiti giovani possono portare quel ricambio di energie di cui i comunitari di Utopiaggia sentono, talvolta, la mancanza.

 

Comune di Utopiaggia Villa Piaggia 21, 05010 Montegabbione (Terni)
Tel. 0763837020 beatrix_ebeling@gmx.de

Sito Web  http://www.utopiaggia.eu/