Venditore di utopie ad Arezzo Wave.

Posted in Blog

Di seguito un breve racconto di diversi anni fa. Mi era stato richiesto da Angelo Quattrocchi della casa editrice Malatempora per un’antologia che, poi, non è più stata realizzata: “Venditori di utopie”. Voleva essere una raccolta di racconti autobiografici di coloro che avevano avuto esperienze di vendita “on the road”, ad eventi, manifestazioni eccetera dei testi dell’editrice.
Io, nell’estate del 2002, mi avventurai ad Arezzo per improvvisare un banchetto nella celebre manifestazione musicale Arezzo Wave. Fu un’esperienza a suo modo interessante e pensai valesse la pena proporla per l’antologia cche, tuttavia, non  è stata più realizzata. Molta acqua è passata, in compenso, sotto ai ponti, è nata la Viverealtrimenti Editrice ed il racconto è finito nella raccolta di Barboni sì ma in casa propria oltre che, oggi, in questo blog.

Venditore di utopie ad Arezzo Wave

È ricercando l’impossibile
che l’uomo ha sempre
realizzato il possibile.
Coloro che si sono
saggiamente limitati
a ciò che appariva loro
come possibile,
non hanno mai avanzato
di un solo passo

(Michail Aleksandrovič Bakunin)

Il mio mestiere è anche quello di vendere utopie.
Ho iniziato quasi per caso, contattando il carnalitoso Angelo Quattrocchi e la sua scassata-incazzata-psichedelogena casa editrice Malatempora.
Vendere utopie può trascinare in contesti, situazioni da “letteratura vivente”.
“L’utopista accende delle stelle nel cielo della dignità umana, ma naviga in un mare senza porti” scriveva Camillo Berneri, una delle menti più eccelse dell’anarchismo novecentesco, prima che il suo corpo finisse crivellato di proiettili stalinisti nella Spagna in guerra civile.
Chi lavora on the road vendendo i libri Malatempora, in effetti, si muove al di fuori della dimensione uterina del porto.
Vive piuttosto un’esperienza di mare aperto e di fascinoso ateneo stradaiolo.

Arrivo ad Arezzo nel primo pomeriggio. Devo trovare il modo di vendere Malatempora nell’ambito del grande evento musical-estivo Arezzo Wave.
Parola d’ordine: improvvisazione pura.
Non avevamo disposto nulla dalla casa-magazzino-ufficio di Angelo. Non una telefonata. Come al solito!
Devo acconciarmi alla meglio fuori dello stadio cittadino, prestato ad ospitare i molti concerti. Ho un tavolo ingombrantissimo.
Chiuso è una specie di valigione di legno -con tanto di manico da asporto- a rischio di tendinite. Pesa un accidente. Aperto si allunga per due metri e più.
I senegalesi non me li concederanno mai. Sono ovviamente arrivati prima di me ed hanno approntato le loro bancarelle di sandali, tamburi e djambé. La loro territorialità è cosa arcinota. Danno, del resto, anche un’idea di grintosa professionalità.
Se non fossi un utopista mi sentirei uno sprovveduto.
L’utopia, però, riesce in un modo o nell’altro a riscattare tutto.
Il problema è solo di chi si sforza a vivere lontano dalla sua calda presenza, finendo spesso per ridursi, citando il compianto Fabrizio De André, “un cinghiale laureato in matematica pura”.
Posso dunque disporre di appena un metro quadro.
Non mi resta che tenere il tavolo chiuso, poggiato su due sostegni.
Devo procurarmi due sedie o qualcosa di simile. Poco male. Sono ospite da mio zio che vive ad Arezzo da tanti anni. Procurerò due sdraio bianche da terrazzo in casa sua.
Le disporrò una di fronte all’altra, poggiando il tavolo chiuso sui quattro braccioli contrapposti. In quel modo ricaverò il piano per i libri. Sarà una soluzione da peracottari ma funzionerà.
Raggiungo mio zio nel suo studio di avvocato, poco distante dalla stazione.
In giro ragazzetti capelloni, pirsatoni, punk-a-bestia, semplici(otti) zozzoni con la bottiglia di vinaccio in mano; patetiche caricature di Jim Morrison e Janis Joplin.
Pochi i colori della summer of love.
Prevalgono piuttosto il grigio ed il nero.
In crisi totale la controcultura.
Pasticche spappolasinapsi e pit-bull i nuovi gadgets.
Preferisco lo studio di mio zio, con le foto di Garibaldi e di Mazzini e la monumentale libreria in legno pregiato.
Mi accamperò, poi, nel suo salotto, approfittando di un provvidenziale divano-letto.
Il camping gratuito disposto dal comune, infatti, è a dir poco una ciofeca!
I giorni successivi resterò buona parte della nottata a vendere i miei libri, con una casacca nepalese ed un cappello di cuoio comprato da un ambulante, a Parigi, in una remota gita liceale.
Il mio vicino di bancarella, a sinistra, si chiama Nicola. Vende anelli trash. È un artigiano ambulante, con un suo piccolo laboratorio mobile. Ha un tavolino d’alluminio minuscolo, illuminato da una miniabatjour su di un’asticella centrale e ricoperto da un tappetino rosso e lanuginoso ove espone gli anelli già fatti.
Siede su uno sgabellino da campeggio.
Accanto a lui una borsa con metri e metri di filo di rame e tante cianfrusaglie: palline, perline, pupazzetti di plastica da ovetti kinder.
Tra le ginocchia ravvicinate tiene incastrato un piccolo incudine.
In mano la testa metallica di un martello.
Vende e lavora, lavora e vende.
Batte il filo di rame sull’incudine, lo appiattisce qua e là, ne ricava una fedina di base, poi continua, lo ritorce a forma di chiave di violino o di semplice spirale, lo impreziosisce con una perlina o qualche altro oggettino di scarto e, infine, lo recide con una pinzetta da orafo.
Tre-quattro minuti e l’anello è pronto.
Ne inizia subito un altro.
È preso, perso, rapito nel suo spazio creativo. Inventa forme nuove, nuove linee, nuovi modelli. Non mangia, non beve.
Arrivano suoi amichetti e amichette alla spicciolata. Avranno venti, venticinque anni. Lui qualcuno in più. È laureato in Economia e Commercio. Gli passano da fumare. Fuma, batte il filo di rame sull’incudine incastrato tra le ginocchia, lo ritorce, lo impreziosisce. Vive con quel mezzo metro quadro di alluminio, il tappetino lanuginoso e i suoi modesti attrezzi del mestiere. Anche a Roma. Vende anelli trash a via del corso o in qualche locale e gli amici e le amiche gli tengono da parte le cianfrusaglie che trovano. È abruzzese. Non mangia, non beve, ogni tanto fà un tiro di canna.
Alla mia destra, invece, si piazzano un ragazzo e una ragazza ventenni con una carrozzina. Hanno una figlia di pochi mesi. Accroccano un banchetto più arrangiato del mio: una tavola di legno su due vecchi, traballanti sostegni da bottega artigiana.
Vendono spunzoni per il piercing. A punta, a chiodo, a pallina.
Lui è olivastro, vestito di nero con pantaloni di tela sfrangiata appena sotto le ginocchia.
Lei è paffutella, pallidina, con indosso una tuta da meccanico larga, sformata.
Le sta tre volte.
È un quadretto struggente; questi due bambini appena cresciuti, allo sbaraglio con una carrozzina.
La bambina dorme.
Lei va e viene. Sembra che giri a vuoto. Torna con un pacco di pannolini e qualcosa da mangiare. Un brandello di pizza in mano. Lo mangiano in piedi, con il suo compagno -2 o 3 morsi a testa- silenziosi, incuranti dell’unto sulla bocca e sulle mani.
Sotto il banchetto tengono un boccione di vino.
Lui lo vuoterà in un paio d’ore.
Tento di vendere loro, con un generoso sconto, il famigerato libro sul piercing griffato Malatempora.
Mi dicono di aspettare. Vorrebbero riuscire a vendere almeno un paio di spunzoni. Non hanno veramente un soldo.
Non ne vendono neanche uno.
Intorno a mezzanotte smontano il precario banchetto e si allontanano mesti, spingendo la carrozzina.
“Ragazzi!”, li chiamo.
Si gira lui.
“Il libro”, glielo mostro, “ve lo regalo”.
Torna indietro. Mi guarda con i suoi occhioni neri e acquosi, un po’ pesti da principio di sbornia, da bambino, tristi. Mi ringrazia neutro e non riesce a sorridere.