Tuscia mistica, seconda parte

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Dopo un primo post di doverosa introduzione storica (e che consigliamo vivamente di leggere prima di questo), entriamo nello specifico della nostra ricerca, soffermandoci su alcuni aspetti religiosi della Tuscia, in particolare nel momento in cui la sub-regione del Lazio settentrionale ha fatto da suggestiva cornice a diverse forme di ricerca mistica, ovvero di realizzazione piena dell’homo religiosus. Riprendendo liberamente la definizione di Mircea Eliade: l’homo religiosus è colui che, esule volontario, fuoriesce senza rimpianti dalla vicenda umana, per sposare il cielo.

Manuel Olivares

 

 

Una precoce cristianizzazione

 

La Tuscia è uno dei luoghi d’Italia che ha subito una precoce cristianizzazione e, successivamente, quella “cristianizzazione intensiva” che ha coinvolto soprattutto le città “bizantine” dell’Italia altomedievale.

Del resto non è irrilevante, a questo riguardo, la sua vicinanza con Roma: indiscusso centro irradiatore di cultura cristiana sin dai tempi in cui il cristianesimo era ferocemente perseguitato da imperatori romani come Decio, Valeriano e Diocleziano.

Sono sicuramente espressione di una precoce cristianizzazione alcune figure chiave di santi e martiri vissuti nella Tuscia nel corso dei primissimi secoli dell’Era cristiana.

Presentiamoli con le poche fonti a nostra disposizione.

 

 

Da Nepi a Bolsena, passando per Falerii Novi e Ferento

 

Procedendo in ordine cronologico possiamo iniziare a citare San Romano e San Tolomeo, martiri Nepesini del primo secolo d.C.

La loro storia viene presentata brevemente in questo sito:

 

«Da un manoscritto dell’XI secolo proveniente dall’archivio della cattedrale di Sutri sappiamo che Tolomeo, vescovo di Nepi, e Romano, suo discepolo, vissuti al tempo di Claudio Cesare (I secolo), vennero martirizzati per ordine del tribuno della città di Pentapoli (Nepi) e della Tuscia, conte Aspasio (anno 51?). Sorpresi a pregare insieme ad altri trenta compagni (fra preti, diaconi e chierici), furono tutti arrestati e processati. In particolare Tolomeo e Romano, al loro diniego di abiurare al Cristianesimo, vennero crudelmente torturati, con i corpi distesi sul cavalletto e stirati crudelmente.

Un improvviso terremoto interruppe, però, il crudele supplizio. Aspasio fuggì ordinando di rinchiudere in prigione Tolomeo e Romano e di far decapitare i trenta compagni. Gli otto soldati incaricati dell’esecuzione, improvvisamente colpiti dalla fede, si rifiutarono e subirono subito la sorte delle loro vittime.

Dopo 32 giorni fu la volta di Tolomeo e Romano che vennero bruciati vivi. Il fuoco però si estinse. Aspasio ordinò allora che fossero decapitati (era il 24 agosto). Una pia donna di nome Savinilla, fervente cristiana di Nepi, raccolse i corpi per seppellirli – come aveva fatto per gli altri 38 martiri – in una grotta del suo podere: Tolomeo subito dopo l’ingresso e Romano nella parte più interna.

I resti di san Romano furono probabilmente trasferiti nel V secolo nella cattedrale di Nepi. Quelli di san Tolomeo e degli altri martiri, si trovano invece nella chiesa parrocchiale di San Tolomeo. Le catacombe (dette di Santa Savinilla) vennero ritrovate nel 1540 in seguito alla demolizione di un’antica chiesetta campestre anch’essa intitolata a San Tolomeo.

Da alcune scritte, fu possibile individuare i loculi di Tolomeo e dei suoi discepoli. Oggi, dopo opportuni restauri, le catacombe sono accessibili e visitabili».

 

Tra la seconda metà del terzo secolo ed i primi anni del quarto vive e viene martirizzato a Ferentoun ricco municipio romano a 6 chilometri da Viterbo, passato poi sotto il controllo longobardo e, dopo alterne vicende, distrutto dai viterbesi alla fine del dodicesimo secolo — Sant’Eutizio.

Il suo culto si sarebbe diffuso in tutto il Lazio (soprattutto settentrionale), con un moltiplicarsi di chiese e cappelle in suo onore.

Sant’Eutizio è difatti patrono dei comuni della Tuscia di Soriano nel Cimino e Carbognano e sul suo sepolcro, in una catacomba poco distante da Ferento, venne costruita una chiesa attorno a cui si è sviluppata una frazione che porta il suo stesso nome.

La frazione di Sant’Eutizio ricade, oggi, nel comune di Soriano nel Cimino.

La storia del santo in questione viene ben presentata nel sito gentedituscia.it:

 

«Secondo un rac­conto agiografico, Eutizio era un presbitero di Ferento; tornato da Falerii (Civita Castellana) dopo la cele­brazione di una messa in onore dei martiri Grati­liano e Felicissima, fu arrestato dai soldati del tri­buno Massimo. Dionisio, a quel tempo vescovo del luogo, tentò disperatamente di liberarlo, ma non vi riuscì. Eutizio mori per decapitazione al termine di atro­ci supplizi, il 15 maggio; è impossibile precisare in che anno sia morto, ma con molta probabilità do­vette morire durante la persecuzione di Dioclezia­no (304 d. C.). Lo stesso vescovo Dionisio, come narrano le più diffuse ricostruzioni, provvide a dare sepoltura al corpo di Eutizio vicino alla necropoli sulla Via Ferentina e in quel luogo cominciarono ad avvenire eventi straordinari e ben presto la tomba – sulla quale fu costruita una basilica – divenne meta di pellegrinaggi da tutto il territorio. Ma accanto alla cripta del santo e nei nuovi cubicoli realizzati per lo scopo, altri corpi di martiri e di cristiani furono sepolti al punto che quell’area fu considerata un cimitero di martiri cristiani dove i fedeli si radunavano per pregare».

 

A Sant’Eutizio sono legati, come si accennava nel testo appena citato, i martiri Gratiliano e Felicissima, entrambi di Falerii Novi (città di cui restano oggi solo le vestigia, nel comune di Fabrica di Roma).

Gratiliano, figlio di Massimiano, era di nobile famiglia faleritana e amico di un soldato romano di nome Lanno, protettore di Vasanello (comune della Tuscia a circa 27 chilometri da Viterbo) e successivamente venerato come santo e martire dalla Chiesa cattolica. 

Prima di presentare Gratiliano, soffermiamoci brevemente sulla figura di Lanno che ne fu il mentore.

Questi nacque in una nobile famiglia tedesca, a Colonia per la precisione.

A 13 anni iniziò la carriera militare per poi lavorare, nel Lazio, al servizio di Diocleziano. Venuto a contatto, in Italia, con la cultura cristiana, Lanno si convertì, arrivando a dichiararsi “Cavaliere di Cristo”.

Deferito al pretore, venne decapitato il 5 maggio 296, fuori le mura di Vasanello dove oggi sorge una cappella a lui dedicata.

Gli agiografi riportano che, mentre veniva portato al luogo dell’esecuzione, San Lanno diede la vista ad un cieco dalla nascita.

Questo miracolo gli suscitò la profonda devozione della popolazione. Difatti alcuni abitanti di Vasanello si impadronirono, dopo l’esecuzione, del corpo del martire per dargli sepoltura in un luogo segreto all’interno del paese.

Le ossa del santo vennero recuperate nel 1628 e, presto, venne avviato un processo ufficiale di riconoscimento.

Due anni dopo la Congregazione dei Riti riconobbe ufficialmente le ossa in questione come appartenenti al Sacro Corpo di S. Lanno.

Per maggiori informazioni su San Lanno, patrono di Vasanello, cliccare qui.

Gratiliano, ispirato da Lanno, si convertì a sua volta al cristianesimo, facendosi battezzare da Eutizio, considerato l’Apostolo della Tuscia.

La conversione di Gratiliano non sfugge ai propri genitori ed al governatore di Falerii, amico del padre.

I genitori lo pregano invano di rinunciare alla sua nuova fede ma la sua riluttanza ne determina l’arresto.

In carcere, Gratiliano converte e battezza Felicissima, un ragazza nata cieca cui avrebbe ridato la vista.

Refrattari a rinnegare la propria fede, Gratiliano e Felicissima vengono decapitati il 12 agosto 269  sulle rive del Rio Purgatorio, poco distante dalla necropoli di Falerii Novi, attualmente aperta al pubblico.

Nella stessa città, successivamente al martirio dei santi Gratiliano e Felicissima, è stata realizzata una catacomba a loro intitolata che rappresenta una testimonianza importante della prima diffusione del cristianesimo nella Tuscia.

La catacomba, oggi chiusa al pubblico, si sviluppa in quattro gallerie parallele che raggiungono, in alcuni punti, una larghezza superiore ai tre metri, una caratteristica che la avvicina alle catacombe di Bolsena e di Nepi.

Ancora nel terzo secolo viene martirizzata, a Bolsena, Santa Cristina, la cui “Passione” è stata tramandata in molte versioni e in epoche diverse.

Il testo più antico, della metà del quinto secolo, ci è giunto mutilato ma ne è disponibile la traduzione latina nel codice Farfense 29: la più antica raccolta agiografica dell’Abbazia di Farfa, risalente al nono seolo.

Particolare successo ebbe la versione contenuta nella Legenda Aurea del frate domenicano Jacopo da Varagine (1228-1298) che riportiamo di seguito, riprendendola dal sito santacristinadibolsena.it:

 

“Cristina, fanciulla di nobile famiglia, nacque a Tiro in Italia.
Cristina era bellissima e molti la desideravano per moglie, ma i genitori rifiutavano ogni proposta di matrimonio, avendo deciso di consacrare la figlia al culto degli dèi; il padre, infine la chiuse in una torre con dodici ancelle e molte statue di idoli, d’oro e d’argento. Ma Cristina, istruita dallo Spirito Santo, aveva in orrore il culto degli dèi e gettava dalla finestra l’incenso che avrebbe dovuto bruciare in loro onore. Un giorno dissero le ancelle al padre: “La figlia tua, nostra padrona, non vuole sacrificare agli dèi e afferma di essere cristiana”. Il padre, allora, dolcemente cercò di convincerla, ma quella: “Non mi chiamare tua figlia, ma figlia di colui a cui è lecito tributare il sacrificio di lode; poiché io non offro sacrifici agli dèi, ma al Dio che è nel cielo”. E il padre: “Figlia mia, non offrire sacrifici ad un sol dio, che gli altri non abbiano ad adirarsi contro di te!”. E quella: “Hai parlato bene, dal momento che non conosci la verità: io, infatti, offro sacrifici al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo”. E il padre: “Tu adori tre dèi, perché non adori anche gli altri?”. E quella: “Sono tre, ma fanno una sola divinità”.
Dopodiché Cristina spezzò gli idoli del padre e distribuì l’oro e l’argento di cui erano formati fra i poveri. Quando il padre tornò nella torre per vedere se la figlia venerava gli dèi, non li trovò più e seppe dalle ancelle quello che Cristina ne aveva fatto. Comandò allora che fosse spogliata e battuta da dodici servi, i quali eseguirono l’ordine fino a che non gli vennero meno le forze. Cristina disse al padre: “Uomo senza onore né pudore, odiato da Dio, coloro che mi battono sono ormai senza forze e nessuno dei tuoi dèi sarebbe capace di restituirgliele”. Allora il padre ordinò che fosse incatenata e chiusa in prigione.
Quando la madre seppe tale notizia si strappò le vesti, andò nel carcere dove si trovava Cristina e le si prostrò ai piedi dicendo: “Figlia mia Cristina, luce dei miei occhi, abbi pietà di me!”. E quella:“Perché mi chiami figlia tua, dal momento che io porto il nome del mio Dio?”. Infine la madre, non potendo persuaderla, tornò dal marito e gli riferì le risposte della figlia. Allora il padre comandò che Cristina fosse portata dinanzi al tribunale e le disse: “Sacrifica agli dèi se non vuoi essere crudelmente tormentata e cessare di essere mia figlia!”. E quella: “Mi hai accordato un gran favore non chiamandomi figlia del diavolo, perché dal diavolo non può nascere che un demone”. Il padre, infuriato, ordinò di straziarle le carni con unghie di ferro e di farle a pezzi ogni membro; ma Cristina prendeva i pezzi della propria carne e, gettandoli in faccia al padre, diceva: “Prendi, tiranno, e mangia la carne che hai generato!”. Allora il padre la fece porre su una ruota, fece poi attizzare un gran fuoco con l’olio, ma la fiamma divampando uccise millecinquecento pagani.
Il padre, che attribuiva tutti questi miracoli alle male arti della figlia, di nuovo la fece condurre in carcere e, giunta la notte, comandò i suoi servi che le legassero una pietra al collo e la gettassero in mare. Ma ecco che gli angeli la sollevarono nelle loro braccia e Cristo stesso discese fino a lei battezzandola con queste parole: “Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.
Poi la affidò all’arcangelo Michele, che la riportò a terra. A tale notizia il padre si percosse la fronte e disse: “Di quali male arti ti servi per domare anche i flutti del mare?”. E quella: “Uomo stolto e infelice, è Cristo che mi fa tali grazie!”. Allora il padre ordinò che fosse di nuovo chiusa in un carcere e decapitata il giorno dopo; ma nella stessa notte il crudele padre, che si chiamava Urbano, fu trovato morto.
Ebbe come successore un giudice non meno iniquo di nome Elio, il quale fece immergere Cristina in un caldaione bollente colmo d’olio, resina e pece, e ordinò a quattro uomini di agitarlo. Ma Cristina lodava Iddio nella caldaia e lo ringraziava perché, nata or ora alla fede, le permetteva di essere dolcemente cullata. Allora il giudice, irato, fece radere il capo della santa e ordinò che fosse condotta nuda fino al tempio di Apollo. Non appena vi fu arrivata l’idolo cadde a pezzi in terra. A tale notizia il giudice dallo spavento morì.
Gli successe Giuliano, che fece accendere una fornace per gettarvi Cristina; qui la fanciulla rimase per cinque giorni in compagnia degli angeli, senza soffrire alcun male. Quando Giuliano seppe ciò ascrisse il miracolo alle male arti della fanciulla e comandò che le fossero gettati addosso due aspidi, due vipere e due colubri; ma le vipere le si arrotolarono ai piedi, gli aspidi le circondarono il seno e i colubri le leccarono il sudore intorno al collo. Disse qualcuno a un incantatore: “Serviti delle tue arti per eccitare quelle bestie!”. Ma le bestie si rivoltarono contro l’incantatore e lo uccisero. Allora Cristina comandò ai serpenti di andarsene nel deserto, poi resuscitò il morto. Allora Giuliano ordinò di strappare le mammelle della fanciulla, da cui sgorgò latte invece di sangue. Infine le fece tagliare la lingua, ma Cristina per questo non perse la parola, e prendendo un pezzo della sua lingua la gettò in faccia a Giuliano, che fu percosso in un occhio e subito perdette la vista.
Infine Giuliano fece trafiggere la fanciulla con due frecce nel cuore e una nel fianco. In tal modo Cristina rese l’anima a Dio all’incirca nell’anno del Signore 297, sotto il regno di Diocleziano. Il corpo della santa riposa in una città fortificata, che si chiama Bolsena, fra Civitavecchia e Viterbo. Tiro, che si trovava vicino a Bolsena, è stata distrutta dalle fondamenta.”

Traduzione di Cecilia Lisi

 

 

Agli albori dell’eremitismo

 

I primi secoli dell’era cristiana, nella Tuscia, vedono dunque figure di martiri, successivamente santificati, particolarmente significative che avrebbero senz’altro contribuito al profondo radicamento del cristianesimo nella bella sub-regione laziale

Nei secoli immediatamente successivi la Tuscia, oramai stabilmente cristianizzata, viene interessata da un fenomeno che muoveva allora i primi passi nell’Italia centrale: l’eremitismo.

Interessante rilevare subito che l’etimologia del termine eremita richiama il deserto. Eremites, in greco, significa infatti: del deserto (eremos, nella stessa lingua).

La storia dell’eremitismo si lega dunque ad un ecosistema preciso ed “estremo”, almeno per quanto riguarda la tradizione cristiana laddove in Oriente, secoli prima della nascita di Gesù, ci si ritirava, tradizionalmente, nelle foreste.

Come molti sapranno le prime esperienze eremitiche si hanno in Egitto, tra terzo e quarto secolo

Nella Vita Sancti Pauli primi eremitae San Girolamo delinea un profilo agiografico di Paolo di Tebe (vissuto approssimativamente tra il 230 ed il 335), considerato nell’ambito della tradizione cristiana come il primo eremita.

 

Paolo di Tebe, giovane e ricco cristiano egiziano, dovrà rifugiarsi in una grotta del deserto della Tebaide per sfuggire alle persecuzioni di Decio e Valeriano. Verso la fine della sua vita, spesa in buona parte da anacoreta, entra in contatto con Antonio il Grande, considerato il fondatore del monachesimo cristiano.

Antonio il Grande è stato sicuramente un personaggio molto affascinante anche a ragione della sua longevità (nasce nel gennaio 251 e muore nel gennaio 356, vivendo per ben 105 anni, un traguardo a dir poco ragguardevole, soprattutto se consideriamo l’età media di quei tempi).

Anche di Antonio non è mancato chi ha curato l’agiografia: Atanasio (295-373), vescovo di Alessandria, autore della Vita Antonii.

Da questo primo trattato di spiritualità monastica emerge che Antonio, che si ritirò giovane, nel deserto, seguendo l’esortazione evangelica: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri”, sviluppò alcuni esercizi ascetici per tener testa, in modo più efficace, alle tentazioni.

La sua fama di santità gli attirò presto dei discepoli che si stanziarono in capanne poco distanti dal suo romitorio.

Il processo che dall’eremitismo avrebbe portato al cenobitismo (forma, comunitaria, di ascesi ispirata da Pacomio, discepolo di Antonio il Grande) e poi allo stesso monachesimo cristiano era stato avviato.

Come vedremo, ideali eremitici, cenobitici e, successivamente, monastici si diffusero dall’Egitto in Siria, Palestina, Cappadocia e Asia Minore e non tardarono poi a coinvolgere anche alcune aree dell’Europa tra cui, naturalmente, la Tuscia.

Con il prossimo post entreremo nell’esperienza cenobitica e, poi, monastica della Valle Suppentonia, nel territorio dell’attuale Castel Sant’Elia.

Chiudiamo ora questo post rimanendo agli albori dell’eremitismo, con un bel documentario sui primi eremiti.

Buona visione!